Sport e disabilità: binomio possibile

Sport e disabilità. Introduzione

“Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare. Esso ha il potere di unire le persone in un modo che poche altre cose fanno. Parla ai giovani in una lingua che comprendono. Lo sport può portare speranza dove una volta c’era solo disperazione. È più potente di ogni governo nel rompere barriere razziali. Lo sport ride in faccia ad ogni tipo di discriminazione“. [Nelson Mandela]

La società odierna vive in bilico tra una sfrenata ricerca della perfezione, evidenziata dall’esaltazione mediatica di modelli orientati all’eccellenza dei risultati in ambito sia lavorativo che sportivo, e un’attenzione sempre più mirata nei confronti di quanti faticano ad adattarsi ad un ambiente che non soddisfa le loro esigenze. Tra questi ultimi rientrano le persone con disabilità, cioè quei soggetti che, come specifica l‘Organizzazione delle Nazioni Unite, presentano “minorazioni fisiche, mentali, intellettuali o sensoriali a lungo termine che in interazione con varie barriere possono impedire la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su una base di eguaglianza per gli altri[1].

Lo sport diviene così universalmente un’attività umana di valore strettamente connessa alla morale, un importante terreno in cui fare pratica della vita, in cui incontrarsi e scoprire l’altro, superare paure e pregiudizi, manifestarsi e realizzarsi nelle proprie potenzialità. Lo sport educa ai valori autentici della vita, allena ad affrontare le difficoltà e fornisce gli strumenti per poterle risolvere, insegna a rialziarsi e riprendere la corsa. L’errore non è inteso come episodio negativo da evitare ma anzi, come nuova spinta per un miglioramento: sbagliare è progredire, la vita, come la competizione, procede per problemi ed errori ed è solo attraverso questi che è possibile arrivare a migliorare se stessi. Educare allo sport è educare alla lealtà, al fair play, al rispetto dell’altro, del gruppo, dell’arbitro e delle sue decisioni, dell’allenatore e dell’avversario. Il soggetto apprende in quanto attivo e partecipe. In tal senso lo sport diviene anche palestra di cittadinanza, promuovendo valori democratici di vita comune.

Non riuscirei ad immaginare la mia vita senza sport, mancherebbe un pezzo di me, non sarei io. Lo sport mi ha insegnato cosa vuol dire porsi un obiettivo e lottare con tutte le forze pur di raggiungerlo. Lo sport mi ha insegnato a non mollare mai, nemmeno nei momenti più difficili perchè come affermava il grande Pietro Mennea “La fatica non è mai sprecata, soffri ma sogni.”

Lo sport mi ha fatto conoscere il dialogo con il proprio corpo, il silenzio, la concentrazione, il rispetto dell’avversario e l’amicizia.

Non esistono amicizie migliori di quelle nate grazie allo sport.

Pratico atletica leggera da quasi 9 anni e posso affermare con certezza che lo sport ti cambia la vita. L’atletica leggera mi ha dato un sogno, sembra banale, ma oggi se chiedi ad un ragazzo di 14 anni se ha un sogno, sapete cosa risponde? Boh.

È davvero inconcepibile non avere un sogno, io non ne ho solo uno, ne ho più di uno. Un sogno ti dà la possibilità di porti degli obiettivi. Un sogno dà un senso alla nostra vita, dà una direzione.

Il mio elaborato unisce le mie passioni più grandi: lo sport e il mondo della disabilità.

Lo sport risulta dunque importante strumento di integrazione ed inclusione di tutte le persone a rischio di emarginazione, tra cui le persone con disabilità, facendo loro conoscere il proprio corpo in tutte le potenzialità, ponendolo in un’ottica positiva da valorizzare e far esprimere e non come ostacolo e impedimento; in tal senso rivoluziona il loro punto di vista, fornendo speranza e nuovi obiettivi. Lo sport assegna a ciascuno un ruolo, un compito preciso in un contesto collettivo, riuscendo così ad abbattere i muri che si creano all’esterno, perché nello sport si è tutti uguali.

La consapevolezza dell’elevato valore sociale positivo dello sport, cui la Pedagogia Sociale riserva un settore importante all’interno del suo ambito disciplinare di studio, mi ha spinto a condurre questa mia trattazione, analizzandone in particolare i benefici prodotti per le persone con disabilità.

Nel primo capitolo procedo dunque ad esposizione del quadro normativo che, nel nostro paese, ha portato lentamente all‘integrazione della persone con disabilità nei vari contesti di vita sociale, a partire dalla scuola, contribuendo progressivamente a far uscire queste persone da quei confini costituiti da case, istituti, classi differenziali ecc. entro cui erano reclusi e nascosti e aprendo così ad un’auspicata inclusione e di fatto ad una nuova prospettiva di vita per queste persone e per le loro famiglie.

Nel capitolo secondo propongo una trattazione  di carattere pedagogico attraverso l‘analisi dei valori riconosciuti allo sport e del suo indissolubile legame con l’educazione; in tal senso pongo una particolare attenzione allo sport per persone con disabilità, all’attività sportiva adattata, alla storia delle APA fino ai Giochi Internazionali per persone con deficit mentale e psichico, denominati Special Olympics.

Nel terzo capitolo illustro i benefici che lo sport può apportare dal punto di vista fisico, psichico e sociale, con particolare attenzione agli effetti che esso produce su soggetti con disabilità. Ho deciso di inserire le storie di Beatrice Vio e Sara Baldo, campionessa paralimpica di scherma la prima, che in seguito ad una meningite fulminante ha subito l’amputazione bilaterale di braccia e gambe, e arcere e snowboarder la seconda anch’essa colpita dalla stessa malattia.

Il terzo capitolo mette in gioco le emozioni, si parla di due storie forti, due ragazze di 20 anni alle quali è stata rubata una parte di loro da una malattia ancora sconosciuta alla medicina come la

Nel quarto capitolo infine propongo l’esperienza del progetto educativo “Fratelli X Sport”, realizzato nel Comune di Gavardo grazie alla collaborazione con l’Atletica Gavardo ’90, analizzandone accuratamente gli aspetti progettuali, evidenziandone punti di forza e criticità, bisogni, obiettivi ed attività specifiche da realizzare, nonché gli atteggiamenti comuni degli educatori. Concludo la trattazione con la verifica del progetto e le considerazioni finali, sottolineando l’importante valore educativo e formativo di tale iniziativa.

Il quadro normativo sull’intergrazione della persona con disabilità in Italia

Il processo di integrazione della persona con disabilità è un percorso che prese vita intorno alla fine degli anni Sessanta quando iniziarono i movimenti socio-culturali contro l’emarginazione sociale e a favore dell’uguaglianza. Erano quelli gli anni delle prime disillusioni politiche, ma anche delle speranze e dell’impegno, dell’impegno sociale in una realtà, quella italiana, che andava profondamente modificandosi, dopo aver abbandonato le facili illusioni del boom economico degli inizi degli anni Sessanta e le brucianti esperienze dei sogni di una possibilità di cambiamento radicale, dopo aver abbattuto i muri ideologici di una Società vecchia, obsoleta, reazionaria, classista. La rivoluzione, da molti auspicata, in realtà non avvenne, ma ciò che si produsse fu un cambiamento di mentalità che lasciava intravedere una concreta possibilità di agire, di dare risposte non più nelle piazze, non più con le barricate, ma nella quotidianità, nelle case, nei Centri, nella realtà del quotidiano, aprendosi ad una nuova dimensione di riconoscimento ed ampliamento dei diritti di tutti i cittadini e ancor di più di coloro che risultavano svantaggiati. Contemporaneamente una nuova visione politica ed una nuova apertura su temi rimasti per decenni chiusi nelle mura della segregazione e della burocrazia ebbero effetti in termini di cambiamenti normativi. La pesona con disabilità passa così da una condizione di isolamento sociale ad un inserimento considerato nei primi anni “selvaggio”. In Italia e nel resto dell’Europa prima dei movimenti del 68 la persona con disabilità veniva rinchiusa negli Istituti o nei manicomi, soppressi grazie alla Legge Basaglia nel 78[2]. Anche il malato di mente vide, dunque, crollare davanti a sè le mura di una millenaria istituzione chiusa e marginalizzante quale l’ospedale psichiatrico, o manicomio, ed improvvisamente si trovò protagonista in una realtà che aveva dimenticato e che lo aveva dimenticato. Si arrivò così alla costruzione, in tutte le Unità Sanitarie Locali, di una rete di servizi quali strutture residenziali, semiresidenziali, territoriali, in grado di fornire un intervento integrato con riguardo alla riabilitazione e alla gestione della crisi.

Fu a partire dagli anni Settanta dunque che la nuova sensibilità verso tali tematiche sociali iniziò a concretizzarsi con forza sottoforma di leggi. Iniziò a farsi strada il concetto, nato nella Gran Bretagna del dopoguerra nelle proposte di Lord Beveridge e poi di Lord Keynes, di uno Stato che dovesse preoccuparsi del suoi cittadini più deboli e indifesi, cominciando ad utilizzare l’espressione Welfare, cioè «benessere» e, più precisamente Welfare State, cioè «Stato del benessere» e quindi Stato sociale. Lo Stato avrebbe dovuto tutelare i cittadini dai rischi della vecchiaia, della malattia, degli infortuni, della disabilità, della discriminazione sociale, raccogliendo una parte della ricchezza prodotta dall’economia nazionale per investirla nella protezione dei più deboli.

Nel nostro paese un primo intervento legislativo rivolto ai soggetti portatori di handicap si ha con la Legge 118/71[3], con cui si procede a dare una definizione degli stessi e delle loro necessità.

Ma è con la Legge 517/ 77[4] che la nostra società civile si accinge ad una svolta importante e significativa: tale legge infatti abbatte simbolicamente le mura delle aule delle classi differenziali e di molte scuole speciali, includendo nella scuola dell’obbligo bambini e bambine tenuti molto spesso nascosti entro i contesti familiari la cui unica colpa risultava quella di avere qualcosa di diverso dagli altri, di avere una qualche menomazione che dava alla loro diversità la connotazione dell’esclusione, della paura, del rigetto. Tale legge ha segnato una chiara e forte ridefinizione del concetto di «diversità» e di «normalità» con l’introduzione di nuove idee e nuove frontiere e con l’abolizione proprio di quelle classi differenziali che erano state per decenni luogo di chiara segregazione.[5] La grande innovazione che iniziò ad affermarsi nella società fu che non esistevano più bambini non educabili e per questo l’inclusione scolastica fu estesa a tutti indistintamente. Fu quello l’inizio di un nuovo cammino per una nuova e più significativa attenzione alla realtà dell’handicap. La legge, abolendo le classi differenziali, intendeva parlare di «inserimento scolastico» per tutti gli alunni e le alunne e quindi di «integrazione»: tale concetto non può che nascere nella misura in cui l’individuo «diverso» riesce a trovare uno spazio paritario all’interno della società e delle sue istituzioni. L’integrazione scolastica degli alunni con disabilità è frutto di un lungo processo irreversibile connotato da valenza pedagogica, culturale e sociale. Il diritto allo studio è un diritto costituzionalmente garantito[6]: la scuola è aperta a tutti e tutti i cittadini hanno pari dignità sociale. “E‘ compito della Repubblica rimuovere ogni ostacolo alla detrminazione delle libertà ed all’avviamento professionale[7]. Quello che si profila è un lungo cammino di integrazione, ancora oggi in fieri, che trova la sua dimensione nel concetto di «autonomia».

Con l’apertura delle aule alle persone con deficit il nostro Paese ha iniziato un cammino integrante che ha certamente migliorato e maturato la società intera, infatti la cura delle persone più deboli ha portato maggiori benefici per tutti, perchè la situazione di precarietà fisica, sensoriale o psichica non è certamente appannaggio esclusivo delle persone che find alla nascita presentano limitazioni evidenti. Come Paese abbiamo imparato ad accettare di coinvelgere tutti i servizi disponibili in questo processo, la scuola certamente ma anche il servizio socio-sanitario territoriale, l’assistenza comunale, provinciale, regionale, il sistema produttivo. Se il disabile veniva finalmente considerato una persona ed un cittadino della nostra società era necessario prevedere che egli potesse usufruire di tutte le opportunità di vita che ogni altro cittadino italiano aveva a disposizione. La normativa ha seguito questa idea rivoluzionaria ed il legislatore ha saputo corrispondere effettivamente alle esigenze che la condizione di disabilità imponeva. (D’Alonzo L. 2008).

Negli anni Novanta poi la Legge quadro 104/92[8] rappresenta un altro esempio di questo grande impegno legislativo e ne è tappa fondamentale poichè colloca il diritto all’integrazione tra i diritti fondamentali della persona e del cittadino. La legge prevede un atteggiamento di “cura educativa” nei confronti degli alunni con disabilità, che si realizza in un percorso formativo individualizzato alla cui condivisione e individualizzazione partecipano più soggetti istituzionali. Tale legge diviene anche completamento degli aspetti legati alla dimensione della diversabilità della l. 517/77, inserendo in un’unica legge tutte le problematiche relative prima frammentate in miriadi di norme, spesso anche in contraddizione tra loro. Il DPR 24 febbraio 1994, atto di indirizzo, appunto, individua i soggetti istituzionali e le specifiche competenze in materia di Diagnosi Funzionale, Profilo Dinamico Funzionale, Piano Educativo Individualizzato, come integrato e modificato dal DPCM n. 185/2006[9].

1.1 Legge 118/71

La Legge 118/71[10] si colloca in una fase storica del nostro Paese connotata da una nuova sensibilità nei confronti del sociale e delle persone considerate svantaggiate. La maggiore apertura a tali tematiche risente fortemente di un clima politico che, dal Sessantotto in poi, fa delle rivendicazioni di istanze sociali ed umanitarie un precipuo valore cui ispirarsi e con cui presentarsi sullo scenario della società civile. La legge in questione rappresenta un primo intervento legislativo con cui si cerca di definire ciò che si debba intendere per soggetto portatore di handicap e quindi chi sia il soggetto di riferimento della legislazione speciale. L’articolo 2, 2°comma, della legge 118/71 afferma “Agli effetti della presente legge, si considerano mutilati ed invalidi civili i cittadini affetti da minorazioni congenite o acquisite, anche a carattere progressivo, compresi gli irregolari psichici per oligofrenie di carattere organico o dismetabolico, insufficienze mentali derivanti da difetti sensoriali e funzionali che abbiano subito una riduzione permanente della capacità lavorativa non inferiore a un terzo o, se minori di anni 18, che abbiano difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie della loro età[11]. L’articolo in esame fa rientrare nel concetto di invalido civile anche coloro che sono affetti da minorazioni esclusivamente psichiche, vale a dire da “insufficienza mentale collegata ad insufficienze sensoriali o funzionali come accade per la schizofrenia”. Tale ampliamento legislativo può essere interpretato come espressione della volontà di migliorare e soddisfare il diritto al mantenimento e all’assistenza sociale, disciplinato dall’art. 38 della Costituzione, a”ogni cittadino inabile al lavoro, qualunque sia la causa di tale invalidità”[12]. Inoltre nell’art.2 della Legge 118/71 si sottolinea che nella nozione di invalido civile, ai fini dell’assistenza sociosanitaria e della concessione dell’indennità di accompagnamento, debbano rientrare anche gli ultrasessantacinquenni che abbiano “difficoltà persistenti nello svolgimento dei compiti e delle funzioni delle proprie attività“. E‘ questa un’ulteriore attenzione che va nella direzione di un sistema di Welfare State che si occupi della cura di tutti i suoi cittadini, soprattutto dei più deboli e rappresenta quindi un’altra conquista di civiltà. Sono invece esclusi dall’articolo gli invalidi per cause di guerra, di lavoro, di servizio, i ciechi e i sordomuti per i quali provvedono altre leggi. All’art.13 si regolarizza inoltre la questione, in materia economica, dell’assegno mensile di assistenza spettante agli invalidi civili cui fosse stata accertata una riduzione della capacità lavorativa a due terzi (67%), successivamente elevata al 74% con il Decreto Legislativo 23 novembre 1988, n. 509 (art.9). Al compimento del sessantacinquesimo anno di età, la pensione viene trasformata in assegno sociale. La pensione di inabilità invece è stata istituita dall’art.12 della Legge 118/71 e spetta agli invalidi civili nei confronti dei quali sia stata accertata una totale inabilità al lavoro e che si trovino in stato di bisogno economico. Anch’essa, al compimento del sessantacinquesimo anno di età viene trasformata in assegno sociale. Questi accorgimenti risultano altresì importanti per le famiglie di persone invalide che possano così far affidamento su un sussidio statale che li aiuti nella gestione quotidiana dei propri familiari, spesso anche molto dispendiosa considerando le spese per le cure, la riabilitazione, la partecipazione a Centri diurni ecc. E diventano ancor più significativi nella considerazione della delicata questione del “dopo di noi”, quando le famiglie non potranno più far fronte all’assistenza dei propri cari. Tale materia normativa risulta inoltre importante nell’ottica di un cammino verso una maggiore o, laddove possibile, piena autonomia e indipendenza che consenta alle persone con handicap una migliore qualità della vita. La Legge 118/71 costituisce un passo in avanti particolarmente significativo per quanto riguarda l’inclusione scolastica delle persone con handicap e il simbolico abbattimento delle mura delle classi differenziali . Nel suddetto provvedimento legislativo infatti i minorati psichici gravi vengono equiparati agli effetti della presente legge ai minorati sensoriali e quindi si prevede il loro inserimento nelle normali strutture scolastiche[13]. La legge si occupa inoltre del problema dell’abbattimento delle barriere architettoniche nonchè dei servizi pubblici. Prevede inoltre il trasporto pubblico gratuito nonchè l’assistenza durante gli orari scolastici degli invalidi più gravi. Tutti gli handiccapati, tranne i casi più gravi, devono essere accolti nelle classi normali. La legge 118/71 dà quindi il primo colpo di piccone alla vecchia scuola, iniziando un discorso nuovo sulla problematica dei disabili, seppur limitato ai soli portatori di handicap fisico, tralasciando i disabili psichici e gli insufficienti mentali. Teoricamente si inizia una nuova era, un nuovo modo di pensare, anche se l’effettiva realizzazione di quanto sancito dalla legge risulta ancora oggi, per certi versi, meta a cui tendere e da raggiungere. L’abbattimento auspicato delle barriere architettoniche in effetti non c’è stato ed ancora oggi assistiamo alla costruzione di edifici di utilità pubblica, comprese le scuole, sprovviste di tali accorgimenti. Nè il discorso cambia per i servizi sociali dove la latitanza delle istituzioni pubbliche si fa pressoché totale sia per il trasporto gratuito che per l’assistenza scolastica degli invalidi più gravi. Andare al di là di ciò che è scritto, seppur con forza di legge, presuppone un cambiamento di mentalità, una svolta nello sguardo verso gli altri e le altrui necessità, presuppone semplicemente aver assimilato e fatto propri principi di civiltà imprescindibili in una comunità democraticamente orientata. Tuttavia questa legge ha segnato un primo passo, una prima tappa che troverà sviluppi negli anni a seguire. L’inserimento delle persone con disabilità ha comunque costretto la scuola a considerare queste persone come soggetto da integrare nella vita associativa, costringendola a trasformarsi da scuola uguale per tutti a diversa per ciascuno, grazie a una flessibilità d’organizzazione interna e a un collegamento con i servizi socio-psicopedagogico e sanitario specialistico. L’inserimento scolastico del bambino e del giovane disabile è stato caratterizzato, sino alla fine degli anni ’60, da un approccio prevalentemente medico, con una situazione di diffusa emarginazione e istituzionalizzazione che la separava dal contesto familiare e socio-ambientale. Da qui la creazione di scuole speciali, finalizzate all’educazione solo di persone con handicap, al fine di correggere il ‘difetto’ conseguente alla minorazione, trascurando la personalità globale del bambino ed il suo bisogno di dialogare con i coetanei e con il suo ambiente sociale. La legge apre le porte ai disabili della scuola per “tutti”: “L’istruzione dell’obbligo deve avvenire nelle classi normali della Scuola Pubblica, salvo i casi in cui i soggetti siano affetti da gravi deficienze intellettive o da menomazioni fisiche di tale gravità da impedire o rendere molto difficoltoso l’apprendimento o l’inserimento nelle predette classi.”[14] Questa legge ha sancito formalmente il diritto all’integrazione scolastica nelle classi normali da parte dei portatori di handicap. Ad integrazione di tale provvedimento legislativo, nel 1975 la Circolare Ministeriale n. 277 (facendo proprio il risultato della “Commissione di studio sui problemi degli handicappati”, meglio conosciuta come “Commissione Fanciullacci”) prospetta l’opportunità di un normale inserimento scolastico degli alunni handicappati intendendolo come passo fondamentale per la piena integrazione del minorato nella scuola. La Circolare n. 227 proponeva l’inserimento di disabili in via sperimentale in gruppi di scuole all’uopo prescelte non sempre nel quartiere di residenza degli stessi. Era altresì prevista la costituzione presso ogni Provveditorato agli Studi di un apposito “Gruppo di Lavoro” formato da operatori scolastici con la funzione di agevolare il processo di inserimento e di integrazione del minorato. Il Gruppo di Lavoro aveva funzioni consultive nei confronti del Provveditorato presentandosi così come intermediatore e coordinatore tra le attività delle scuole e l’Amministrazione. Inoltre classificava su base regionale tutte le necessità rappresentate dalla presenza sul territorio di alunni handicappati e offriva un coordinamento tra le scuole interessate dalla presenza di tali alunni. Non solo, svolgeva anche attività di promozione e di aggiornamento nell’ambito dei Consigli di classe e del Collegi dei Docenti.

1.2 Dichiarazione dei diritti dei disabili motori e sensoriali, approvata dall’ONU, 9 Dicembre 1975

Nel corso del XX secolo le Nazioni Unite si sono occupate di disabilità in momenti e modi diversi.

Il primo atto specifico, approvato dall’Assemblea Generale, risale al 1971 con la Dichiarazione sui diritti delle persone con ritardo mentale[15], seguito poi dalla Dichiarazione dei diritti dei disabili motori motori e sensoriali[16] del 1975 e dalla Dichiarazione dei diritti dei disabili visivi e uditivi[17] del 1979.

In particolare la Dichiarazione del 1975 stabilisce principi significativi per l’intera comunità civile: essa infatti, per la prima volta, riconosce alle persone con disabilità il godimento di tutti i diritti umani individuali alla pari con gli altri esseri umani senza esclusione, distinzione o discriminazione. Le persone con disabilità hanno diritto al rispetto della propria dignità umana, alla sicurezza economica e sociale, all’occupazione, a vivere con la propria famiglia, a partecipare alla vita sociale e ricreativa, ad essere protetti contro ogni forma di sfruttamento, abuso, o comportamenti degradanti ed a disporre di supporto legale. Tale Dichiarazione sancisce l’eguaglianza di trattamento nell’accesso ai servizi che favoriscono lo sviluppo delle capacità delle persone con disabilità e la loro integrazione sociale, appellandosi inoltre all’azione nazionale ed internazionale per assicurarsi che essa sia usata quale base comune e quadro di riferimento per la difesa di diritti fondamentali. Viene inoltre riconosciuto alle persone disabili il diritto ad essere informate sui contenuti di tale Dichiarazione attraverso ogni mezzo e/o maniera possibile.

In base alla Dichiarazione gli stati membri delle Nazioni Unite si impegnano ad intervenire individualmente o congiuntamente per promuoverne il rispetto e l’osservanza universale. Questo è un obbligo di carattere legale. La Dichiarazione rappresenta un’indicazione autorevole di che cosa siano i diritti umani e le libertà fondamentali per tutti i cittadini, indipendentemente dalla presenza o meno di un handicap accertato. Risulta dunque un fondamentale passo sulla strada dell’integrazione e, ancor più, dell’inclusione di soggetti svantaggiati.

Negli anni a seguire numerosi furono gli interventi verso una maggiore considerazione dei disabili e dei loro diritti ed ulteriori passi in avanti furono compiuti sia a livello internazionale con le Nazioni Unite che come Comunità Europea: questa progressivamente ha riconosciuto i principi delle Convenzioni, impegnandosi attivamente alla ratifica delle stesse. Tra gli ultimi atti in tal senso, con la Comunicazione al Parlamento Europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni del 15 novembre 2010 «Strategia europea sulla disabilità 2010- 2020: un rinnovato impegno per un’Europa senza barriere», la Commissione definisce una nuova strategia europea sulla disabilità finalizzata al miglioramento dell’inclusione sociale, del benessere e al pieno esercizio dei diritti delle persone disabili. A tal fine la strategia prevede un’azione complementare a livello europeo e nazionale. Inoltre l’azione della Commissione si fonda sulle disposizioni del Trattato di Lisbona[18]. Al fine di favorire l’inclusione delle persone disabili, la Commissione ha individuato otto aree d’azione congiunta tra l’Unione Europea e gli Stati membri. Le aree individuate riguardano: 1. Accessibilità (a beni, ai servizi e ai dispositivi di assistenza, ai trasporti, alle strutture, alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione); 2. Partecipazione; 3. Uguaglianza; 4. Occupazione; 5. Istruzione e formazione; 6. Protezione sociale; 7. Salute; 8. Azione esterna (promozione dei diritti a livello internazionale).

1.3 Legge 517/77

Una svolta decisiva, sebbene non definitiva, avviene nel 1977 con la legge 517[19] che riprendeva, definiva ed ampliava il DPR del ’75.[20]Con questa legge nasceva nel nostro paese un modello pedagogico-educativo avanzatissimo, basato sull’integrazione scolastica delle persone disabili, un modello che portava finalmente al superamento del sistema delle tristi e ghettizanti scuole speciali. Dopo aver trasformato la scuola in senso democratico coi decreti delegati (1973-74), con questo passaggio legislativo veniva realizzato un passo importantissimo verso quell’appianamento delle diseguaglianze definito negli articoli 3 e 34 della nostra Costituzione Repubblicana. Nonostante i tagli anche pesanti subiti dalla scuola negli ultimi anni, ancora oggi esperti di tutto il mondo studiano il nostro sistema integrato scuola- sanità, successivamente definito ed ampliato con la Legge 104/92[21], che rappresenta una vera e propria eccellenza per il nostro paese. Il sostegno alle persone con disabilità effettuato nella scuola pubblica “di tutti e per tutti”, che si sostanzia attraverso i docenti abilitati all’insegnamento delle discipline e poi specializzati per favorire l’inclusione, costituisce un vero e proprio punto di riferimento mondiale della pedagogia speciale. É attraverso questo sistema pedagogico- educativo d’eccellenza che nelle scuole italiane si può lavorare all’ideale costruzione della società del futuro, una società basata sull’accoglienza e sulla convivenza delle diversità, vissute come valore aggiunto e come utile esperienza di crescita per tutti. La legge 517/77 permetteva l’accoglimento nella comunità scolastica di tutti i ragazzi a prescindere dalle loro condizioni sociali e dai difetti psico fisici e sensoriali. Senza dubbio si tratta di una legge che si colloca ai primissimi posti in ambito europeo come strumento di conquista di diritti sociali. Si rivoluziona così nel contempo il modo di fare scuola perchè il rapporto didattico non viene più gestito dal singolo insegnante ma diventa collegiale e subordinato a specifiche programmazioni. La scuola diventa a misura del singolo alunno rapportandosi agli effettivi bisogni del ragazzo, sia esso normodotato che non e nelle attività integrative trovano posto quegli insegnamenti che favoriscono l’integrazione die disabili. Infatti la legge prevedeva:

  • la creazione dell’insegnante di sostegno per i quali era previsto un corso biennale istituito dall’Ufficio Studi e Programmazione del Ministero della Pubblica Istruzione;
  • lo specifico inserimento di tutti i „portatori di handicap“ nelle classi normali;
  • le attività integrative e di sostegno per un massimo di 6 ore settimanali a cura di insegnanti muniti di titolo apposito con classi comprendenti fino ad un massimo di 3 alunni h;
  • la istituzione dei Piani Educativi Individuali (PEI);
  • la eliminazione delle classi differenziate;
  • il numero massimo di 20 alunni per le classi che accoglievano alunni portatori di handicap;

il tutto al “fine di agevolare l’attuazione del diritto allo studio e la piena formazione della personalità degli alunni[22].

Per quanto riguarda la figura dell’insegnante di sostegno, secondo il d.p.r. 970/75, il docente in possesso del titolo biennale di specializzazione è assegnato in classi normali per attivare “interventi individualizzati di natura integrativa in favore della generalità degli alunni ed in particolare di quelli che presentino specifiche difficoltà di apprendimento“. Pertanto l’insegnante di sostegno deve fornire l’accoglimento di minorati nella comunità scolastica senza che si avverta il bisogno di creare classi speciali o differenziate (ed in tal senso tale direttiva è di carattere preclusivo per il docente di sostegno) e per raggiungere tale obiettivo si dovrà avvalere di specifiche competenze per l’individuazione degli interventi didattici e di tecniche specifiche di educazione differenziata. Pertanto gli interventi di sostegno devono essere aggiuntivi e non sostitutivi dell’attività curriculare e gli alunni con disabilità non devono essere sottratti alle normali attività didattiche e sociali della classe. La figura dell’insegnante di sostegno viene ancora poi definita in altri due interventi normativi degli anni successivi. La Circolare Ministeriale n. 169 del 1978 insiste nel ribadire che il compito precipuo dell’insegnante di sostegno consiste nella predisposizione di specifiche forme di attività rivolte a favorire il completo inserimento degli alunni con handicap nel gruppo classe. Il raggiungimento di questo obiettivo deve essere perseguito mediante specifici interventi promossi in determinati momenti del lavoro didattico, in rapporto alle particolari esigenze die singoli alunni e tenendo presenti le caratteristiche programmatiche della classe e l’articolazione dei gruppi di alunni. Successivamente la Circolare Ministeriale n. 199 del 1979 rafforza la precedente affermando che esperienze positive si verificano soprattutto dove la responsabilità dell’integrazione è assunta non dalla singola classe ma da tutta la comunità scolastica; altro elemento positivo è rappresentato dalla corretta individuazione delle condizioni soggettive del bambino, dei portatori di handicap veri e propri e degli impedimenti che ne condizionino lo sviluppo e quindi l’individuazione dei suoi specifici bisogni educativi; ancora la citata circolare, rafforza il riconoscimento del ruolo preponderante dell’insegnante di sostegno, in quanto unico capace di rispondere alle esigenze educative di portatori di handicap con interventi calibrati sulle condizioni personali di ciascuno degli alunni.

Questi interventi legislativi, legge 517/77 e le Circolari Ministeriali del 1978 e del 1979 non hanno di fatto sempre provveduto agli obiettivi preposti, suscitando in molti casi numerosi attacchi. Tuttavia possiamo è possibile affermare che nelle intenzioni del legislatore si tratti di un’ottima legge che presenta però alcuni punti ambigui  quale la quantificazione rigida in termini di orario del sostegno da assegnare ad ogni alunno portatore di handicap. Inoltre la legge trascura le attività di sostegno nelle scuole materne, quando invece un intervento in età così precoce avrebbe avuto un risvolto prodromico per il successivo inserimento nella scuola dell’obbligo. Inoltre mancava un valido supporto di aggiornamento per gli insegnanti e per tutti gli altri operatori scolastici che facilitasse l’accoglienza in modo naturale del soggetto in difficoltà: tutto era demandato al buon senso ed alla preparazione specifica e particolare di ognuno con i risultati che ne sono seguiti. Probabilmente ancora più grave sembra essere la mancata previsione da parte della legge di un serio coordinamento tra le autorità amministrative competenti alla conoscenza e risoluzione del problema: in particolare organi quali il Consiglio scolastico provinciale, il Consiglio Distrettuale, le scuole, le USL, i Provveditorati e gli Enti Locali non avevano ricevuto precise direttive per coordinare le proprie attività in relazione al problema dell’individuazione, inserimento ed integrazione dei ragazzi portatori di handicap nelle classi comuni. Si ritennero pertanto necessari alcuni interventi a modifica ed integrazione di una legge che in ogni caso rappresentava un ottimo elemento di novità in un quadro sino ad allora molto confuso ed oscuro[23]. Possiamo complessivamente affermare che il precipuo motivo per cui la legge 517/77 rappresenti comunque una pietra miliare nell’evoluzione normativa consiste nel fatto che rende effettivo il principio dell’integrazione scolastica dei bambini disabili mediante l’eliminazione delle classi differenziali. Tale provvedimento istituisce formalmente le classi aperte e mette in atto il diritto allo studio e la promozione della piena formazione della personalità degli alunni. Si inizia a parlare di programmazione educativa, attività scolastiche integrate e interventi individualizzati. La scuola deve prendere in considerazione e analizzare i diversi bisogni dei singoli alunni per poter creare luoghi e progetti integrativi. Nell’articolo 2 la legge afferma: “Ferma restando l’unità di ciascuna classe, al fine di agevolare l’attuazione del diritto allo studio e la promozione della piena formazione della personalità degli alunni, la programmazione educativa può comprendere attività scolastiche integrative organizzate per gruppi di alunni della classe oppure di classi diverse anche allo scopo di realizzare interventi individualizzati in relazione alle esigenze dei singoli alunni“[24]. Per questo motivo compito della scuola sarà quello di preparare, organizzare e valorizzare il contesto e il gruppo scolastico all’accoglienza della persona con disabilità. Secondo Magris [25]l’uomo, per essere e diventare tale ha bisogno di vivere in un porto di mare, luogo dove le differenze siano normali, in cui la diversità degli altri non spaventi, non irriti, ma sia vissuta con serenità“. Vivere in un clima integrativo e inclusivo risulta essere formativo sia per le persone con disabilità sia per le persone normodotate. L’incontro con il disabile fornisce uno spunto per poter mettere in atto condizioni di adattamento e confronto in grado di arricchire la propria esperienza. Si può quindi affermare che grazie a queste prime leggi, si è iniziato il lungo cammino verso l’integrazione e l’inclusione del disabile. Presupporre all’integrazione del disabile un contesto di vita sociale ordinario, capace di accogliere e di valorizzare le qualità, significa anche riconoscere che tale processo avvenga in mezzo a persone “comuni” e nei luoghi e nei servizi che lo Stato predispone e prevede per tutti. 

1.4 Legge 104/92

Sulla scia dello spirito che aveva animato la formulazione della legge 517/77 (e relative integrazioni) negli anni Novanta si inserisce un nuovo dispositivo di legge per la garanzia di diritti, integrazione ed autonomia delle persone con disabilità che prevede precise tutele che abbracciano l’ampia sfera della vita familiare e sociale di ognuna di queste persone. Si tratta della Legge quadro n. 104 del 1992 per l’integrazione della persona con disabilità nella famiglia, nella scuola, nel lavoro, nella società. La stessa definizione di legge quadro deve far intendere questo intervento normativo come una direttiva per un piano programmatico di nuove iniziative. Una legge pertanto non immediatamente operativa ma che detta i principi cui si dovranno ispirare i successivi interventi normativi. Dopo un richiamo generale ai principi costituzionali dettati dagli art. 3, 38 e 34, la legge quadro si occupa in primo luogo della definizione della persona con disabilità: è da considerarsi tale colui che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, sia essa stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione.
Il concetto di disabiltà non sostituisce ma va ad integrare il concetto di invalidità; si guarda l’uomo nella sua globalità in rapporto con la società. Nonostante gli enormi passi avanti però, il termine invalido continua a dare l’idea di una persona fragile e debole e per questo motivo si preferisce usare l’espressione “persona con disabilità” ponendo appunto attenzione alla persona in maniera olistica. L’evoluzione del concetto di disabilità e progressiva introduzione di termini che valorizzano la persona, e non enfatizzano la patologia, costituiscono la base fondamentale che ha permesso ai soggetti con deficit di entrare a far parte di realtà sociali prima riservate ai normodotati. Qualora la minorazione abbia ridotto l’autonomia funzionale tale da rendere necessario un intervento assistenziale permanente, la situazione assume i connotati della gravità. Le situazioni riconosciute di gravità determinano priorità nei programmi dei servizi pubblici. L’accertamento relativo alla minorazione deve essere certificato dai professionisti competenti ASL. L’inserimento e l’integrazione devono essere attuate mediante: interventi di carattere socio psico pedagogico anche con assistenza sanitaria e sociale a domicilio; servizi di aiuto personale alla persona con disabilità; interventi diretti a facilitare l’ingresso negli edifici pubblici con l’eliminazione delle barriere architettoniche; provvedimenti che rendano effettivi il diritto all’informazione e allo studio; adeguamento delle attrezzature e del personale dei servizi educativi; provvedimenti che assicurino la fruibilità dei mezzi di trasporto pubblico; istituzione o adattamento di centri socio riabilitativi ed educativi; organizzazione di attività extrascolastiche per integrare ed estendere l’attività educativa in continuità ed in coerenza con l’azione della scuola.

Ancora più specificatamente la legge quadro per l’integrazione scolastica prescrive: la programmazione coordinata dei servizi scolastici con quelli sanitari, socio assistenziali, culturali, ricreativi, sportivi, nonchè assicura nella scuola secondaria di primo e secondo grado attività didattiche realizzate con docenti di sostegno specializzati nelle aree disciplinari individuate sulla base del profilo dinamico funzionale.

L’intento della Legge 104/92 è quello di superare gli ostacoli che si frappongono tra le persone con disabilità ed una loro migliore integrazione agendo nel modo più mirato possibile, con benefici tendenti a favorire il più completo inserimento di tali persone nel contesto sociale. Di facile intuizione risulta il fatto che parte dei benefici sono fruibili da tutte le persone con disabilità mentre altri benefici sono riconosciuti in relazione alla gravità della forma di disabilità. I benefici sanciti dalla legge sono: agevolazioni lavorative, permessi lavorativi, agevolazioni per i genitori, il riconoscimento del tipo di disabilità. L’articolo 1 infatti cita: “La Repubblica: garantisce il pieno rispetto della dignita’ umana e i diritti di liberta’ e di autonomia della persona handicappata e ne promuove la piena integrazione nella famiglia, nella scuola, nel lavoro e nella societa’; previene e rimuove le condizioni invalidanti che impediscono lo sviluppo della persona umana, il raggiungimento della massima autonomia possibile e la partecipazione della persona handicappata alla vita della collettivita’, nonche’ la realizzazione dei diritti civili, politici e patrimoniali; persegue il recupero funzionale e sociale della persona affetta da minorazioni fisiche, psichiche e sensoriali e assicura i servizi e le prestazioni per la prevenzione, la cura e la riabilitazione delle minorazioni, nonche’ la tutela giuridica ed economica della persona handicappata; predispone interventi volti a superare stati di emarginazione e di esclusione sociale della persona handicappata[26].

La Legge 104/92 propone la tutela del disabile attraverso: la prevenzione della patologia fatta mediante l’accertamento e la diagnosi di eventuali malformazioni e la terapia prenatale; l’assistenza della gestante nelle gravidanze, i parti e le nascite “a rischio”; servizi di terapia e riabilitazione per consentire il recupero del disabile – se possibile- o per agevolarne la permanenza all’interno del suo contesto familiare; il supporto alla famiglia, attraverso informazioni, sostegno psicologico, economico e il coinvolgimento negli interventi socio-sanitari; azioni di prevenzione dirette ai bambini (anche nelle scuole) per contrastare la minorazione, limitarne i disagi, accertare l’insorgenza di malattie invalidanti (attraverso controlli medici periodici); interventi volti ad assicurare la salubrità degli ambienti sui luoghi di lavoro e nell’ambiente di vita e la prevenzione di infortuni[27]. Il Servizio Sanitario Nazionale inoltre, tramite strutture proprie o convenzionate, garantisce al disabile gli interventi riabilitativi e ambulatoriali, a domicilio o nei centri socio-riabilitativi ed educativi, unitamente alla fornitura e alla riparazione degli strumenti necessari a trattare le menomazioni[28].

L’istruzione ha un ruolo di primo piano: per la legge il diritto allo studio deve essere garantito anche perchè costituisce uno degli strumenti più importanti per favorire l’integrazione sociale della persona disabile. Per dare attuazione al principio, la legge prevede l’assistenza scolastica da parte di personale qualificato, l’obbligo di predisporre idonee dotazioni didattiche e tecniche, prove di valutazione che possano garantire al disabile il diritto allo studio. Più in particolare, la legge obbliga le scuole di ogni ordine e grado a elaborare uno specifico profilo in collaborazione tra l’Azienda Sanitaria, gli insegnanti e la famiglia del disabile; tale profilo va aggiornato al termine di ogni ciclo scolastico. Il profilo deve tenere conto delle specifiche caratteristiche psico-fisiche, sociali ed affettive del minore ed ha lo scopo di metterne in luce esigenze, difficoltà e capacità. Si tratta nello specifico della Diagnosi Funzionale, il Profilo dinamico funzionale e il Piano educativo personalizzato. Gli insegnanti di sostegno hanno il compito di assicurare un’assistenza scolastica il più possibile completa. Nella legge si sottolinea l’importanza della loro formazione e aggiornamento. Per questo motivo si prevede un percorso specifico per ottenere l’abilitazione all’insegnamento di sostegno. Per gli studenti ricoverati, e perciò costretti all’assenza temporanea, la legge prevede l’organizzazione di classi costituenti sezioni distaccate della scuola statale. Negli asili nido è previsto l’adeguamento e l’organizzazione delle strutture e degli ambienti finalizzati alla socializzazione e al recupero dei bambini con disabilità, anche attraverso la presenza di personale scolastico specializzato. Agli Atenei è consentito prevedere piani di studio individuali e servizi di tutoraggio (si pensi alla necessità di interpreti nel caso di sordità, o agli ausili Braille nei casi di cecità), seppur nei limiti di bilancio delle singole Università. Sia negli Istituti Scolastici che nelle Università gli esami o le prove di valutazione devono tenere conto della partecipazione dello studente con disabilità. É garantito il diritto a tempi lunghi per le prove scritte e il tutoraggio. Il diritto allo studio inoltre viene tutelato anche nel caso di formazione professionale finalizzata all’avvio al lavoro. In particolare, la legge prevede che sia i centri pubblici che quelli privati debbano tenere conto delle singole esigenze e capacità degli allievi disabili, garantendo loro l’apprendimento attraverso specifiche attività[29].

Il lavoro è un pilastro fondamentale attraverso il quale lo Stato Italiano intende promuovere il pieno inserimento sociale della persona con disabilità. Una serie di misure sono mirate ad eliminare le difficoltà del lavoratore diversamente abile e a garantire condizioni di parità sostanziale con i lavoratori normodotati. Pensare che un diversabile sia improduttivo è un errore: la produttività è relativa ed è legata agli obiettivi specifici cui ci riferiamo e la persona diversamente abile, messa nella condizione di imparare a lavorare prima di imparare un lavoro, può essere in grado di raggiungerli come qualsiasi altra persona attraverso un percorso professionalizzante. La legge 104/92 incentiva l’attività di enti, cooperative, centri di lavoro guidato e associazioni di volontariato che hanno lo scopo di facilitare o di consentire il lavoro dei disabili. Se queste organizzazioni sono in possesso di requisiti specifici prescritti anche dalla normativa regionale, possono richiedere l’iscrizione in appositi Albi regionali per ottenere il riconoscimento e gli incentivi da parte degli Enti Locali. Anche le Regioni infatti debbono prevedere delle misure attive per l’inclusione sociale del lavoratore disabile. Le Regioni possono: 1) stabilire apposite agevolazioni che consentano al disabile di recarsi al lavoro o di svolgere un’attività lavorativa autonoma; 2) prevedere agevolazioni ai datori di lavoro affinché assumano persone disabili e/o per adeguare il luogo di lavoro alle loro necessità. La tutela del disabile comincia sin dal momento del suo accesso nel mondo del lavoro, sia pubblico che privato. In occasione delle prove d’esame dei concorsi pubblici o per conseguire l’abilitazione professionale la legge vuole stabilire delle condizioni di parità sostanziale tra i lavoratori. Per questo motivo riconosce ai diversamente abili il diritto a disporre degli ausili necessari e di tempi aggiuntivi per lo svolgimento delle prove o degli esami. Più in generale, al momento dell’accesso al lavoro o durante lo svolgimento dell’attività lavorativa la persona con disabilità ha diritto ad essere valutata sulla base delle proprie capacità piuttosto che per la tipologia di disabilità fisica o psichica.

La legge 104/92 inoltre prevede anche delle agevolazioni indirette. Sono quelle che riguardano i lavoratori che assistono un familiare di persona con grave disabilità. In particolare: per i genitori di un bambino disabile è previsto il diritto al prolungamento del congedo parentale retribuito fino al terzo anno di vita del bambino o nel caso in cui questo sia già stato esaurito il diritto a due ore di permesso giornaliero retribuito; per i lavoratori che assistono un familiare con handicap grave è prevista la possibilità di usufruire di tre giorni di permesso retribuito ogni mese (anche continuativi); al lavoratore inoltre è data la possibilità di scelta della sede di lavoro più vicina alla persona che necessita di assistenza[30].

Si tratta di una Legge sicuramente perfettibile cui risultano necessarie integrazioni e aggiustamenti che vadano nella direzione di una migliore comprensione dei bisogni delle persone con disabilità, ma rappresenta comunque un punto di rifermento importante e sempre attuale verso una piena inclusione di ogni singolo individuo in una società in continua evoluzione.

1.5 L’amministratore di sostegno:una figura che promuove l’inclusione

La legge n.6 del 9 gennaio 2004 ha introdotto nel Codice Civile la figura dell’Amministrazione di Sostegno. L’amministrazione di sostegno è un istituto di tutela giuridica importante e delicato. L’art. 1 della suddetta legge stabilisce qual è la sua finalità, consistente nel tutelare, con la minore limitazione possibile della capacità di agire, le persone prive in tutto o in parte di autonomia nell’espletamento delle funzioni della vita quotidiana, mediante interventi di sostegno temporaneo o permanente. Si tratta di un istituto innovativo per la realtà giuridica e sociale italiana. Il Tribunale designa una figura di sostegno per dare supporto a persone che si trovano o entrano in condizioni di fragilità. L’obiettivo è garantire aiuto a persone che perdono o non hanno sufficiente autonomia di vita senza ledere la libertà, o almeno contenendo l’invadenza. La legge 6/2004 ha introdotto nel codice civile l’istituto di una specifica figura che, nominata dal tribunale, ha il compito di tutelare le persone che perdono in parte o del tutto la loro autonomia. L’amministratore di sostegno prevede, nei confronti della persona con disabilità, interventi di supporto di carattere temporaneo o permanente; può essere designato in tal ruolo un genitore, un parente, un conoscente, un volontario, un avvocato, un amministratore pubblico, che, sulla base di un progetto individualizzato viene incaricato di accompagnare, assistere, rappresentare la persona che ha perso l’autonomia personale. In passato era comunemente diffuso il sentimento di considerare l’interdizione come una specie di marchio che distrugge la dignità della persona e la riduce al rango di cosa totalmente soggetta alla volontà di altri. Proprio per tale ragione questa legge si impegna a focalizzare l’attenzione sul valore e sulle finalità dell’istituto dell’amministrazione di sostegno nel senso di non emarginare il soggetto con disabilità, ma di aiutarlo ad integrarsi al meglio nella società civile. L’amministratore di sostegno deve intervenire quindi prestando attenzione a non limitare la libertà e capacità delle persone che affianca. L’articolo 1 della legge afferma[31] “La presente legge ha la finalità di tutelare, con la minore limitazione possibile della capacità di agire, le persone prive in tutto o in parte di autonomia nell’espletamento delle funzioni della vita quotidiana, mediante interventi di sostegno temporaneo o permanente. E le persone che beneficiano di una amministrazione di sostegno conservano la loro capacità di agire, nei vincoli definiti dal decreto del giudice tutelare. Prima della legge del 2004 l’ordinamento giuridico consentiva solamente il ricorso agli istituti di interdizione, decisamente invadenti e limitanti la libertà individuale. Tutto quanto avviene nell’ambito dell’amministrazione è sottoposto al controllo del giudice tutelare che può intervenire sia d’ufficio, sia provocato da uno dei soggetti coinvolti in tale istituto. L’amministratore di sostegno, che non può percepire alcun compenso per la sua attività, ha dei precisi doveri nello svolgimento dell’incarico, primo tra tutti il tener conto dei bisogni e delle aspirazioni del beneficiario. Deve tempestivamente informare lo stesso sugli atti da compiere. Tra i doveri dell’amministratore vi è quello di presentare periodicamente al giudice tutelare una relazione sulle attività svolte e sulle condizioni di vita del benficiario.

La Legge 6/2004 che istituisce l’Amministratore di Sostegno si distingue tra le altre per essere particolarmente orientata alla persona. La nuova figura, che si affianca a quelle del tutore e del curatore, disciplinate in modo più rigido, è stata pensata per rispondere in modo diversificato e finalizzato ai bisogni delle persone descritte nell’art.1 della suddetta legge. L’intervento dell’Amministratore di Sostegno si configura dunque in modo piuttosto flessibile: può essere di sostituzione o affiancamento, temporaneo o permanente, a favore di un soggetto che mantiene la sua capacità di agire, ma può trovarsi in difficoltà o impossibilitato, anche temporaneamente, a compiere determinati atti. Le modalità con cui tale flessibilità si attua consente una personalizzazione dell’intervento e sono stabilite con provvedimento del giudice tutelare. In relazione al carattere dell’intervento possono verificarsi casistiche molto diverse e non facilmente prevedibili, specialmente in campo sanitario per quanto riguarda il consenso informato a interventi chirurgici e terapeutici, o comunque nel caso di diversi gradi  di riduzione delle capacità di agire del soggetto, tenuto anche conto della possibile evoluzione della limitazione stessa. La nuova figura va incontro ad esigenze fortemente avvertite dai familiari delle persone in condizioni di disabilità o impedite nelle loro funzioni anche temporaneamente. La normativa, pur con gli inevitabili problemi e revisioni che può comportare, costituisce un riferimento imprenscindibile per tutti coloro che a vario titolo sono vicini alle persone in difficoltà, uno strumento utile per la salvaguardia della dignità e dei diritti della persona. Con la promulgazione di questa legge quindi si apre la strada verso le esigenze educative della persona con disabilità. [32]

È importante altresì ricordare come tale Legge assuma una precipua e fondamentale importanza anche in relazione al tema del “Dopo di noi”: questa delicata tematica non è da intendersi unicamente in relazione alla progettazione di una residenza alternativa per la persona con disabilità all’indomani della morte dei genitori o dei familiari più vicini e quindi alla scelta dell’istituto ritenuto più valido; tale tematica infatti si apre in primis all’assegnazione di un amministratore di sostegno alternativo che possa supportare la persona diversamente abile nella presa di decisioni e nelle scelte circa il proprio cammino di vita, affiancandosi ad essa nel rispetto dei propri diritti e della dignità umana[33]. Ecco allora che la domanda «dove starà?» ne nasconde una più grande e difficile, ossia: «dopo, chi si preoccuperà di lui?». Questa è la domanda centrale del futuro di una persona non autosufficiente, perché se sono stati i genitori la garanzia della qualità della vita del figlio, allora la garanzia di una altrettanto adeguata qualità di vita nel futuro non sarà certo data dalla struttura abitativa ma da chi continuerà ad avere a cuore la sua situazione, da chi proseguirà quel compito di vigilanza, di tutela e di mediazione da sempre svolto dai genitori. Ma chi dovrà garantire la protezione più adeguata alla persona non autonoma dovrà anche essere giuridicamente riconosciuto in tale ruolo, in modo da poter agire in modo legittimo nei confronti del beneficiario e di coloro, siano essi soggetti privati o pubblici, che con esso hanno relazione. Da qui l’espressione protezione giuridica, un’esigenza ancora sottovalutata dal sistema dei servizi alla persona. Costruire un futuro sereno per una persona non autonoma significa allora preoccuparsi anche dell’azione di coloro che saranno chiamati a “vigilare” ed a intervenire sulla sua vita. Chi ricopre un ruolo di protezione giuridica deve godere della fiducia della persona con disabilità e dei suoi genitori, e viene quindi naturale cercarlo prima tra i parenti più prossimi. Le possibilità possono essere tante e imprevedibili, e solitamente si tratta di persone che non sono degli esperti del sociale. Indispensabile quindi offrire loro una formazione di base e la possibilità di un’assistenza competente per gestire le eventuali difficoltà.

Una legge dunque come quella sull’amministrazione di sostegno non può essere ‘calata dall‘alto’, perché acquista senso solo se viene vissuta come un’opportunità e non come un obbligo. La stessa attenzione che il testo della legge ci invita a dedicare alla persona non autonoma va dedicata anche ai suoi familiari, agli amici coinvolti nella sua gestione, agli operatori dei servizi, tutte persone che non necessariamente hanno dimestichezza con le ‘cose di legge’. Costoro rappresentano il vero patrimonio di quella persona, e sarà solo attraverso di loro che potranno concretizzarsi i valori della legge 6/04. Il tema del “dopo” deve quindi essere parte integrante di qualsiasi progetto o iniziativa rivolta ad un adulto con disabilità. Definire, o almeno predisporre, gli aspetti relativi alla protezione giuridica rappresenta un passaggio obbligato nella progettazione del dopo di noi ed è quindi fondamentale accompagnare con anticipo i familiari verso questo tipo di riflessione e sugli strumenti predisposti dalla legge.

2 Pedagogia dello sport

La Pedagogia, come scienza generale della formazione e dell’educazione dell’uomo, è un sapere generale intorno alle strutture di senso e di significato della formazione e dell’educazione, una scienza umana in dialogo con le scienze della natura (Gennari, Kaiser, 2000: 11-14). La Pedagogia viene inoltre definita come scienza dell’organizzazione dell’intervento educativo (Nanni, 1986: 67-68). La Pedagogia autentica è intesa alla promozione della persona (Laporta, 1994). Se la Pedagogia generale costituisce una riflessione sull’uomo in quanto educabile, se lo sport è un’attività umana di valore sociale e culturale, la Pedagogia dello sport, entro la Pedagogia Sociale, nel rilevare il potenziale educativo dello sport implica la promozione umana attraverso lo sport[34].

La Pedagogia dello sport può costituire un paradigma di quello che Italo Calvino (1960) definisce la morale del fare: far scaturire le linee di una morale dall’attività pratica, dal fare tecnico ed economico, dalla produzione, dal lavoro, dallo sport stesso. Attraverso il confronto con la natura è possibile, per esempio, riflettere sull’attualità della morale del limite umano: l’etica e la poesia dello sport si pongono, secondo Calvino (1960), come via per accrescere i poteri dell’uomo.

La riflessione sul valore educativo dello sport deve porsi dunque in particolare su ciò che è possibile apprendere attraverso lo sport, piuttosto che sul modo in cui insegnarlo. In questo sta il valore della Pedagogia dello Sport. La logica di promozione umana caratterizza la pedagogia come scienza autonoma, idiografica, orientativo-normativa piuttosto che nomotetica o descrittiva ed esplicativa, come studio di simboli e significati, attraverso la comprensione e l’interpretazione. Gli aspetti fenomenologico-esistenziale ed ermeneutico caratterizzano infatti la Pedagogia in quanto scienza della organizzazione dell’intervento educativo, studio della realizzabilità delle condizioni che rendono possibile l’educazione e la progettazione educativa. C’è inoltre un aspetto interculturale che in particolare connota l’educazione in ambito sportivo. Il legame tra sport ed educazione risulta evidente nella possibilità che la pratica sportiva si costituisca come tirocinio di relazioni umane e sociali, come apprendistato di virtù civiche, come mezzo di educazione civica e morale, soprattutto attraverso il rispetto delle regole- norme, regolamenti, leggi- scritte e non[35]. Lo sport come attività umana di valore strettamente connessa alla morale implica una riflessione sul proprio potenziale educativo. Essendoci dunque una relazione tra sport ed educazione, è necessario delineare un quadro di riferimento ontologico ed etico per riflettere su questioni morali in ambito sportivo. Lo sport può essere inteso come attività umana di valore morale e culturale, ma anche universale e interculturale, in quanto può promuovere il rispetto reciproco e la pace.

2.1 I valori dello sport

L’uomo vive per sua natura in relazione con gli altri, è una sua necessità di cui non può fare a meno. Buber affermava che l’Io trova il senso della sua vita nell’incontro con il Tu. L’Io soggetto deve riconoscere nell’altro se stesso, aprire una breccia verso l’altro perché l’incontro possa essere motivo di trasformazione. Non si può riconoscere la propria esistenza senza l’altro. La relazione Io-Tu ha una struttura colloquiale, in un continuo scambio di ruoli. Educazione è accogliere il mondo dell’interiorità dell’uomo in un’esperienza di reciprocità. L’educatore fa esperienza dell’altro e, attraverso l’accettazione della responsabilità che gli compete, accede alla pienezza interiore degli allievi. La finalità dell’educazione sta nel promuovere autonomia e capacità di risposta alle diversificate richieste della vita. Le relazioni si diversificano nei vari contesti in cui l’uomo fa esperienza partendo dalla famiglia, scuola, lavoro, gruppo di pari sino ad arrivare alla realizzazione personale.

Ricoeur, filosofo francese, descrive la relazione educativa attraverso il principio dell’etica della disponibilità. La nostra identità è manifesta soltanto nell’esposizione agli altri, nel sociale infatti possiamo palesarci e restare fedeli a noi stessi. L’Altro è visto come un bene, un’opportunità, una risorsa; se non fosse possibile questa simmetria con l’Altro la pena sarebbe la perdita di identità. L’attenzione e la cura degli altri derivano dalla cura che abbiamo di noi stessi.  Educare vuol dire tirare fuori e quindi aiutare l’altro a manifestarsi. Ogni persona possiede un potenziale innato ed acquisito che può manifestarsi. È importante aiutare l’altro ad aiutarsi da sè. Significa che la condizione di aiuto può essere autentica, se teniamo in considerazione i tempi di crescita di ogni persona. Rispettare l’altro e il suo essere persona che diviene nel tempo. L’educazione non ha fretta, è un tempo di attesa e non di pretesa[36].

L’educazione di oggi si basa sulla costruzione delle cosiddette life skills, ovvero una serie di concetti che ogni persona deve acquisire per poter realizzare se stesso. Le life skills fondamentali sono le seguenti:

  • Problem Solving: affrontare e risolvere in modo costruttivo i problemi quotidiani
  • Pensiero critico e pensiero creativo: analizzare la situazione in modo analitico, esplorando le possibili alternative e trovando soluzioni originali
  • Comunicazione efficace: esprimersi in modo appropriato alla situazione e all’interlocutore, sia a livello verbale sia a livello non verbale
  • Empatia: riconoscere, discriminare, condividere le emozioni degli altri
  • Gestione delle emozioni e gestione dello stress: riconoscere e regolare le proprie emozioni e gli stati di tensione
  • Efficacia personale: poter organizzare efficacemente una serie di azioni necessarie a fronteggiare nuove situazioni, prove e sfide
  • Efficacia collettiva: sistema di valori e credenze condivise da un gruppo circa la capacità di realizzare obiettivi comuni

L’uomo rappresenta un essere che può realizzarsi in varie modalità. L’uomo è guidato in questo processo dai propri valori, ovvero dalle scelte e dalle decisioni che l’essere umano compie durante la sua esistenza. In educazione i valori orientano i percorsi educativi da intraprendere e influenzano il pensiero etico di ogni singolo individuo. Gli educatori devono offrire un quadro axiologico chiaro e coerente agli educandi, fornendo anche gli strumenti adeguati per poter accedervi senza particolari difficoltà. Lo sport è uno dei contesti più rilevanti per quanto riguarda la trasmissione di valori, in quanto va a formare il carisma e le passioni sin da bambini. La pedagogia dello sport si offre come guida per quelli che sono i percorsi educativo-sportivi andando a individuare valori-disvalori, punti di forza e di criticità delle diverse pratiche sportive.

Il compito della disciplina è di promuovere l’educazione motoria e sportiva fornendo gli strumenti necessari per favorire un’integrazione ed un adattamento ai valori dello sport delle nuove generazioni ovvero mettere in relazione i significati dell’azione sportiva con la società. Educare nello sport è allenare. Bisogna allenare i bambini ad affrontare le difficoltà, perchè trovino in sè le risorse per superarle. I genitori invece tendono a voler evitare ai propri figli esperienze frustranti, ma è proprio grazie ai momenti critici che i bambini imparano a mettersi in gioco.

Il legame tra sport e educazione risulta evidente anche nella possibilità che la pratica sportiva si costituisca come tirocinio di relazioni umane e sociali, come apprendistato di virtù civiche soprattutto attraverso il rispetto delle regole, norme, regolamenti e leggi scritte e non scritte.

Peter J. Arnold  fu uno dei primi ad esaminare la relazione tra sport  ed educazione in prospettiva morale. Lo sport viene inteso come forza sociale positiva. Lo sport è inoltre un fenomeno culturale, un elemento ludico della cultura odierna[37].
Pietro Viotto afferma che lo sport trova la sua definizione culturale e pedagogica come attività promozionale dello sviluppo della persona[38].
Lo sport inteso come cultura, implica l’affermazione della superiorità dell’uomo sulla natura. Il bambino e l’adolescente attraverso il gioco e la ginnastica si preparano gradualmente all’attività sportiva. Lo sport come elemento essenziale nella cultura dovrebbe essere incluso in una educazione moderna, nell’ambito di un “sistema educativo integrato”.
Il potenziale educativo dello sport va rilevato e sottolineato in modo tale che i nuovi professionisti dello sport riflettano sulle reali possibilità di miglioramento dell’uomo e della società attraverso lo sport. Risulta importante l’intervento e la collaborazione di insegnanti, educatori, allenatori e famiglie per garantire un sistema educativo realmente integrato.

L’uomo è senza dubbio il valore assoluto dello sport[39]. La persona è il principio che ispira e caratterizza qualunque forma di attività umana di valore morale e culturale. Il concetto di sportspersonship si pone dunque come sfida alla complessità del reale, come possibilità per l’individuo di essere autenticamente persona, di realizzarsi anche attraverso lo sport.

Nello sport, come mezzo di espressione e comunicazione educativa anche attraverso il movimento, è possibile perseguire valori intrinseci – non strumentali – come la felicità e la sua ricerca; la competenza e la sua acquisizione; la virtù morale e il suo sviluppo; la realizzazione di sè e la sua promozione. Arnold (1988) distingue le finalità dello sport in oneste e perverse. Usato bene, lo sport può insegnare la tolleranza e promuovere il fair play, il rispetto delle regole, la condivisione dell’impegno e la subordinazione degli interessi personali a quelli collettivi; usato male, può incoraggiare l’esibizionismo individuale e quello di gruppo, la brama di vittoria e l’astio verso i rivali, un intollerante spirito di gruppo e il disprezzo per i superiori. Doping e violenza, invidia e narcisismo sono aspetti estremi di un comportamento sportivo non corretto, mentre giustizia e autostima sono i presupposti di un’autentica educazione allo sport. Il comportamento sportivo corretto (Sportspersonship) può essere inteso come forma di collaborazione sociale; come mezzo nella promozione di momenti ludico- ricreativi; come forma di altruismo (Arnold, 1977; 1988).

Heatether Reid (2002) sostiene che un approccio filosofico può contribuire a colmare la distanza tra valori dell’educazione ed eccellenza dell‘atleta: individua perciò quattro fondamentali aree di apprendimento attraverso lo sport: conoscenza di sè, responsabilità, rispetto, cittadinanza. A tali aree corrispondono le caratteristiche dell’atleta “riflessivo” o filosofo, che valorizza la pratica sportiva come opportunità per conoscersi come persona; che si assume la responsabilità delle proprie azioni e atteggiamenti e persegue obiettivi significativi; che rispetta se stesso, gli altri e i principi della propria disciplina; che comprende il valore della propria comunità sportiva e cerca di salvaguardarlo. Un’autentica conoscenza di sè consente di prendere le decisioni migliori e, presumibilmente, di raggiungere la felicità. Spesso infatti la mancata comprensione di sè può costituire un ostacolo in tal senso. Lo sport può costituire una sfida, quando il soggetto è costretto a colmare la distanza tra corpo e mente piuttosto che identificarsi con l’uno o l’altro, cioè quando è libero anche di sbagliare: è questo l’autentico Sé. Dalla consapevolezza di essere liberi deriva il senso di responsabilità, che costituisce il fondamento etico e sociale della persona. Rispetto di sé significa rispetto dell’altro; l’attenzione si concentra sull’eccellenza piuttosto che sulla vittoria: in molti sport è proprio l’avversario a costituire la sfida, così come l’ostacolo risulta essenziale. Lo sport consente inoltre di apprendere la cittadinanza attraverso la pratica di virtù come giustizia, equità ed uguaglianza. Il potenziale educativo dello sport è evidente. Conoscenza di sé, impegno morale e ruolo sociale costituiscono infatti l’ethos della persona.

2.2 Persona, educazione e sport

L’uomo è un animale sociale, politico e simbolico caratterizzato da una continua evoluzione fisica, emotiva e culturale. La variabilità da individuo a individuo pone le sue basi nell’adattamento dell’uomo all’ambiente in cui vive grazie all’attività e all’ingegno. L’uomo attraverso l’uso delle proprie abilità si adatta ai diversi contesti della vita.
La persona si può qualificare come il supporto di un’attitudine, di una prospettiva, di un’aspirazione. Le nozioni di crisi e impegno, di identità e differenza sono criteri della persona, il cui ethos implica stima di sé, sollecitudine per l’altro, istituzioni giuste. La persona afferma Ricoeur è la figura limite della comunità vera, dove comunità significa persona di persone, nella quale entrano in gioco le relazioni interpersonali, l’amicizia, l’attenzione verso il prossimo. È ora importante analizzare il tema della corporeità nel sistema delle relazioni della vita dell’uomo.
La vita corporea può essere intesa come centro di relazione e di esistenza personale. Come afferma Melchiorre (1987) è il nostro corpo o meglio l’esistenza corporea della nostra coscienza a costituirci come persona, come indeclinabile punti di vista sul mondo: l’essere della persona in quanto coscienza incarnata si manifesta dunque sin dall’inizio come relazione[40]. La persona è solo in quanto situata, solo in quanto legata a un corpo e in questo a uno spazio a un tempo e a una storia, a una relazione verso altri e in altri, verso il mondo e nel mondo richiamata alla propria costanza, è chiamata a essere una continua tensione. Lo sport in questo senso  non va inteso come pura proiezione di doti esclusivamente fisiche ma come aspetto educativo nel quale il corpo e l’anima  si uniscono per raggiungere una concezione unitaria della persona umana. Non c’è sport senza movimento, non c’è movimento senza il corpo. Insegnare e usare il movimento del corpo in senso sportivo va oltre al movimento tecnico, diviene un aspetto formativo etico e sociale dell’uomo. Educare, quindi, la dimensione corporea della persona significa è un vero e proprio processo educativo che porta alla realizzazione piena della persona. Le attività motorie rappresentano una manifestazione della personalità, costituiscono un impegno sociale, possono rivelarsi una fonte di soddisfazione che aumenta la felicità personale cioè l’autorealizzazione (Giugni 1998).
Giovanni Paolo II sosteneva che uno sport capace di promuovere tutti i valori della persona umana rappresenta un’occasione di autentica promozione della grandezza e della dignità dell’uomo, un terreno di autentica umanità, un luogo di serenità, in cui i giovani sono spronati ad apprendere i grandi valori della vita e a diffondere ovunque le grandi virtù che sono alla base di una degna convivialità umana, come la tolleranza, il rispetto della dignità umana, la pace e la fraternità[41].
Lo sport si propone come luogo di solidarietà e fraternità nel quale gli atleti condividono passioni, abilità e soddisfazioni.
Ogni atleta è prima di tutto una persona. Il contatto con lo sport va ad innescare una serie di processi fisici e mentali essenziali per l’atleta. L’allenamento, la coordinazione e la ripetizione di gesti tecnici sono necessari per creare abitudini motorie. Per educare i giovani atleti sono necessari educatori capaci di far crescere contemporaneamente l’atleta e l’uomo. Il vero campione è colui che esalta le potenzialità umane in modo eccellente. L’agonismo possiede un grande valore pedagogico. Piantoni descrive due tipi di atteggiamento competitivo: agonistico o positivo e egocentrico o negativo. Nel primo caso è la competizione che l’atleta ha con se stesso, con gli altri con il tempo e con la distanza ovvero un comportamento suscitato da una tensione affettivo-sociale che orienta la propria affermazione attraverso un confronto con l’altro. È un processo che richiede un grande sforzo, richiede tempi di attesa, pazienza e forza di volontà. Attenzione, sforzo e sacrificio possiedono dunque una valenza pedagogica, cosi come l’esercizio fisico. Lo sport è educativo quando  permette lo sviluppo delle attitudini motorie della persona in relazione ai suoi aspetti cognitivi, affettivi e sociali[42]. Lo sport viene considerato dalla pedagogia l’attività educativa per eccellenza e che merita quindi di essere presa in considerazione nella sua totalità poichè accompagna non solo la crescita e la maturazione fisica ma anche quella personale e cognitiva.

2.3 Lo sport per le persone con disabilità

Il processo di integrazione della persona con disabilità non ha preso in considerazione semplicemente la scuola, ma si è inserito anche in quelle realtà che fino a poco tempo fa interessavano unicamente i normodotati.
Associare lo sport al mondo dei disabili è una azione che nasce dalla volontà di riconoscere anche nel soggetto con disabilità, un uomo dotato di potenzialità.

Nell’antichità le persone con disabilità, e con esse anche i poveri e gli infermi, venivano negate nella loro umanità e allontanate dalla vita sociale. Non possedendo conoscenze scientifiche a riguardo, si ricorreva a risposte di tipo religioso, che individuavano in tali soggetti dei portatori di messaggi divini o degli esseri dotati di poteri divinatori (come ad esempio gli oracoli o gli sciamani)[43]. Con il trascorrere del tempo l’atteggiamento nei confronti di queste persone si trasformò, prima, in carità (agapé) e, poi, in vera e propria attenzione misericordiosa in vista del giudizio universale. L’interesse verso le persone con disabilità si fece sempre più strada e a partire dall’Ottocento si assistette a una vera svolta culturale che portò a considerare gli anormali come soggetti che conservano la loro dignità umana e che possiedono delle qualità a partire dalle quali è possibile sviluppare un progetto educativo.

A partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in Gran Bretagna si assistette all’estensione delle attività agonistiche a varie forme di disabilità. Il neurochirurgo Ludwing Guttman aprì, a Stroke Mandeville (Aylesbury) nel 1944, uno die primi centri europei per la cura e la riabilitazione di soggetti affetti da lesione spinale[44]. Nel suo centro vennero ospitati prevalentemente ex membri delle forze armate, che in seguito ad una lesione midollare erano destinati ad una morte prematura. Guttman, però, introdusse un’innovativa tecnica di sport-terapia, che inizialmente aveva il solo scopo di promuovere la partecipazione die suoi pazienti alla riabilitazione ma che divenne poi una vera e propria metodologia di lavoro che garantiva una vita più lunga alle persone ricoverate. Egli si accorse ben presto che il movimento e lo sport che proponeva assicuravano notevoli miglioramenti dal punto di vista muscolare e respiratorio; acquisendo maggiore equilibrio e abilità motorie, i soggetti paraplegici dimostravano una più elevata competenza e velocità nell’uso della carrozzina, utile anche nella vita quotidiana. Questa iniziativa ebbe molto successo e nel 1948 si tennero i primi Giochi di Stoke Mandeville per atleti disabili, a cui parteciparono gli ex membri delle forze armate britanniche, resi paraplegici dal Secondo conflitto mondiale. A questo evevnto assistettero medici e tecnici provenienti da ogni parte del mondo per osservare in prima persona e apprendere le metodologie utilizzate nel centro di riabilitazione di Guttman.

Nel 1952 fu organizzato il primo evento sportivo internazionale per persone disabili e fu chiaro sin da subito che attraverso lo sport gli atleti paraplegici non solo miglioravano dal punto di vista fisico ma soprattutto riuscivano ad instaurare relazioni sociali e quindi ad integrarsi meglio nella collettività una volta usciti dai centri di riabilitazione.

I Giochi Internazionali di Stoke Mandeville, organizzati nel contesto delle Olimpiadi di Roma del 1960, sono oggi considerati le prime Para-Olimpiadi. Il termina “para” inizialmente si riferiva al lemma “paraplegico”, invece ora allude al fatto che tali olimpiadi vengano disputate in “parallelo” con i Giochi Olimpici per normodotati[45]. Proprio in occasione delle Olimpiadi di Roma nacque la Federazione Internazionale die Giochi di Stoke Mandeville (ISMGF) che però si limitava all’organizzazione di giochi per atleti affetti da patologie del midollo spinale, così ben presto altre c ategorie di disabili, come amputati, ciechi e cerebrolesi, fondarono delle associazioni per poter partecipare anch’esse ai giochi. A partire dunque dal 1960, ogni quattro anni, si disputarono le Olimpiadi per persone con disabilità in parallelo, anche se non presso la stessa sede, con le Olimpiadi per normodotati. Così si svolsero a Tokio nel 1964, a Ramat Gan (Tel Aviv) nel 1968, a Heidelberg (Germania) nel 1972, a Toronto nel 1976 e a Arnhem (Olanda) nel 1980. Nel 1982 le organizzazioni delle varie disabilità istituirono un Comitato Internazionale di Coordinamento (ICC) delle organizzazioni sportive mondiali per disabili, con lo scopo di codificare e stendere le regole tecnichen e organizzative die Giochi Paraolimpici. Nel 1984, con le Paraolimpiadi di New York e Aylesbury, il numero di atleti partecipanti raggiunse le 2850 unità. Nel 1988 i Giochi Paraolimpici si svolsero a Seul (Corea del Sud), dopo le Olimpiadi per normodotati: fu un evento di grande successo sia per il numero di atleti iscritti alle gare (3052 atleti provenienti da 61 nazioni), sia per il vasto pubblico che seguì le competizioni.Nel 1996 le Olimpiadi si tennero ad Atlanta, negli Stati Uniti: quella fu la prima occasione in cui i Giochi furono trasmessi in tutto il mondo in televisione. Vennero venduti circa 600000 biglietti e alla cerimonia di apertura parteciparono 66000 persone, a testimonianza del crescente interesse verso lo sport per soggetti in condizione di disabilità. Successivamente le Olimpiadi si tennero a Sydney (Australia) nel 2000, ad Atene (Grecia) nel 2004, a Pechino (Cina) nel 2008, a Londra (Gran Bretagna) nel 2012 ed infine a Rio de Janeiro (Brasile) nel 2016. La persona con disabilità, oggi, è spesso supportata ad entrare nel mondo dello sport perchè, come ricordato in precendenza, l’attività sportiva e l’educazione collaborano nel percorso di crescita e maturazione dell’individuo. Lo sport nel mondo della disabilità necessita di un grande lavoro di equipe nel quale convergono conoscenze mediche, sportive, educative.

2.4 L’attività sportiva adattata

In Italia già alla fine della Prima Guerra Mondiale era maturata una certa attenzione nei confornti dei giovani reduci che erano tornati dalle trincee con gravi mutilazioni. Fu, però con il regime fascista che nacquero le prime forme di attività sportiva per i disabili. A partire dal 1924 si costituirono i primi gruppi di disabili che si dedicavano allo sport, come il “Sordomuti Football Club” di Venezia, che fu di esempio per altre città come Milano,Genova, Bologna, Torino e Roma.[46]
In Italia risulta fondamentale, nella storia dei Giochi Paralimpici, la figura del medico chirurgo Antonio Maglio che si interessò da subito alla riabilitazione dei disabili attraverso lo sport. La metodologia di Maglio, che svolgeva la sua attività presso il Centro Paraplegici di Ostia “Villa Marina”, si focalizzava sul recupero dell’autostima e delle attività motorie. Fin da subito ebbe grandi risultati, riuscendo a conseguire una riduzione del tasso di mortalità e una diminuzione degli stati depressivi dei pazienti. Nei suoi programmi riabilitativi, Maglio, inserì l’atletica, il  nuoto, la pallacanestro, il tennistavolo, la scherma, la corsa in carrozzina e il tiro con l’arco.

Nel 1974 venne costituita l’Associazione Nazionale per lo Sport deI Paraplegici (ANSPI), che promuoveva il diritto allo sport per tutti i cittadini disabili, che poi prese il nome di FISHA (Federazione Italiana Sport Handicappati). Quest’ultima venne riconosciuta dal CONI (Comitato Olimpico Nazionale) come una delle Federazioni Sportive Nazionali nel 1987. In seguito nacquero anche altre Federazioni sportive per disabili, la FICS (Federazione Italina Ciechi Sportivi) e la FISSI (Federazione Sportiva Silenziosi Italiana), poi riunite nella FIDS (Federazione Italiana Sport Disabili) nel 1990, che con la legge dello Stato n. 189 del 2003[47], divenne il Comitato Italiano Paraolimpico (CIP).
Nel 1989 nacque a Bonn, in Germania, il Comitato Internazionale Paralimpico (IPC). L’organizzazione aveva ed ha il compito di gestire, organizzare i Giochi Palalimpici estivi ed invernali, e di sviluppare opportunità sportive per tutte le persone con disabilità. Il Comitato Paralimpico si fa portavoce della divulgazione di importanti valori sportivi e sociali come il coraggio, la determinazione, l’emulazione e l‘uguaglianza.
Gli atleti con disabilità che svolgono attività agonistica vengono suddivisi in base al tipo di disabilità per garantire la parità tra i soggetti e per non penalizzare i disabili più gravi. La prima distinzione riguarda i disabili fisici e quelli intellettivo-relazionali. Per quanto riguarda la disabilità fisica, gli atleti vengono classificati sulla base dell’handicap motorio e sensoriale.

I soggetti con deficit motorio vengono suddivisi in:

  • atleti con lesioni midollari: comprendono tutte le lesioni del tratto dorso-lombo-sacrale. Queste lesioni possono essere di tipo congenito o di tipo traumatico.
  • atleti con lesione cerebrale: in questa categoria vengono comprese tutte le lesioni del cervello determinate prima che l’encefalo sia giunto a maturazione, e che coinvolgono la componenete motoria. Tra le più comuni ci sono: la forma spastica, l’emiparesi, doppia emiparesi e paraparesi.
  • atleti con amputazioni: si tratta di soggetti che in seguito ad incidenti o malattie hanno subito l’asportazione o perso l’uso di uno o più arti.
  • les autres: tutte le forme di disabilità che sono difficilmente classificabili entro una delle patologie citate precedentemente[48].

Gli atleti con disabilità sensoriale vengono invece suddivisi in : non vedenti e non udenti. I non vedenti sono a loro volta classificati in tre categorie distinte a seconda della gravità del deficit: alla classe B1 appartengono quei soggetti che presentano una totale assenza della percezione della luce in entrambi gli occhi (ciechi totali); alla classe B2 le persone con un residuo visivo non superiore a 2/60 e/0 con un campo visivo non superiore a cinque gradi (ipovedenti gravi); nella classe B3 sono inseriti gli atleti che hanno un’acuità visiva da 2/60 a 6/60 e un campo visivo da cinque a meno di venti gradi (ipovedenti lievi). I regolamenti per gli atelti non udenti variano di poco rispetto a quelli degli atleti normodotati, tanto che molti soggetti sordi o sordomuti gareggiano nelle competizioni per persone non affetta da disabilità. Gli atleti con disabilità intellettiva e relazionale, invece, a partire dalla stagione sportiva 2015, vengono suddivisi in due diverse classi sportive (DIVISIONE A E DIVISIONE B) sulla base di test cognitivi effettuati direttamente dalla FISDIR (Federazione Italiana Sport Disabilità Intellettiva e Relazionale)[49].
Gli atleti normodotati e quelli con disabilità devono sottoporsi a una visita medica annuale che certifichi l’idoneità alla pratica sportiva agonistica.
Le attività sportive adattate per persone con disabilità vengono suddivise in due grandi gruppi in base all’impegno muscolare e cardiorespiratorio: attività ad impegno lieve moderato che comprendono l’automobilismo, bocce, karting, scherma, tennis tavolo, tiro a segno, tiro con l’arco e vela; e attività ad impegno elevato quali l’atletica leggera, attività subacquee, basket in carrozzina, calcio, goalball, torball,canoa, canottaggio, ciclismo, equitazione, nuoto, pallanuoto, pallamano, pentathlon moderno, sci alpino, sci di fondo, slittino, sollevamento pesi e tennis[50].
Per le attività non agonistiche è sufficiente un certificato di idoneità generica o stato di buona salute, con periodicità annuale, come prevede l’art. 2 del Decreto Ministeriale del 28 Febbraio 1983[51].

Nonostante gli innumerevoli passi in avanti ed una sensibilità crescente nei confronti dei bisogni speciali di persone con disabilità, ancora oggi accedere al mondo sportivo non è sempre facile per un diversabile, in quanto possono sorgere ostacoli interni e barriere esterne che rendono difficoltoso l’approccio all’attività sportiva. Tra le più significative barriere interne si trovano gli atteggiamenti e le motivazioni del soggetto con disabilità che può avere una scarsa consapevolezza delle proprie capacità e un basso livello di considerazione di sé. Questa mancanza di sicurezza si traduce poi nel sentirsi inadatto alla pratica sportiva, nel timore di sbagliare e nell’incapacità spesso di chiedere aiuto. Vi sono poi alcuni eventi o situazioni che possono indurre le persone diversamente abili ad allontanarsi dallo sport, come ad esempio l’abbandono scolastico o traumi psicologici e/o familiari. Oltre alle barriere interne, esiste una serie di ostacoli esterni che si interpongono tra il soggetto disabile e l’attività sportiva. In primo luogo, la mancanza di informazione può condurre il soggetto diversamente abile ad una scarsa conoscenza degli sport praticabili e degli impianti sportivi disponibili che, oltre tutto, oggi risultano ancora insufficienti e inadeguati. Da non sottovalutare è anche il ruolo del trasporto pubblico e privato che per le persone con difficoltà risulta spesso insufficiente o addirittura inaccessibile, incrementando costi e tempo necessari per il raggiungimento degli impianti sportivi. L’atteggiamento degli altri costituisce, poi, una delle barriere più discusse e difficili da abbattere. In modo particolare incidono negativamente il comportamento della dirigenza sportiva, che spesso non apprezza la presenza di ragazzi disabili e l’atteggiamento degli atleti normodotati che non sempre sono disponibili a fare attività con i soggetti con deficit, ostacolando queste persone già in difficoltà. Infine la mancanza di fondi e il basso reddito della famiglia incidono in maniera negativa sulla partecipazione allo sport. Ad esempio per la necessità di attrezzature adeguate o supporti speciali per il viaggio verso o da una sede sportiva.

2.5 La storia delle APA e lo Special Olympics

L’attività fisica adattata, meglio nota con la sigla APA (Adapted Physical Activity) sta ad indicare oggi un’area interdisciplinare che comprende l’educazione fisica, le discipline sportive, la riabilitazione funzionale e le scienze motorie al servizio delle persone con disabilità.

La storia delle attività fisiche adattate risale ai primi anni dell’Ottocento, quando si adottarono dei provvedimenti a favore di alunni non vedenti  e ipovedenti. Le caratteristiche attuali dell’APA comparvero, però, solo nella seconda metà del Novecento quando Clermont Simard tentò di migliorare la vita degli anziani attraverso l’introduzione di un’attività fisica programmata e adattata alle loro esigenze.[52]

Le attività motorie si realizzano grazie a un’importante funzione che è quella della coordinazione, resa possibile dall’integrità degli apparati e dei sistemi che la costituiscono, ovvero l’apparato sensoriale (percezione), il sistema nervoso centrale (programmazione della risposta) e l’apparato locomotore (risposta motoria). Qualsiasi danno , lesione, limitazione della funzione della coordinazione, a livello di uno o più sistemi, determina disabilità o ritardo nel controllo e nella gestione della motricità. A seconda quindi del livello colpito dalla disabilità possiamo avere disabilità sensoriali, mentali o fisiche. Il modello neurologico classico considera il sistema motorio il punto di arrivo dell’informazione sensoriale, elaborata dalle aree associative e in sè privo di ogni valenza percettiva e cognitiva. Attualmente però sappiamo che questo punto fermo della neurologia è stato messo in crisi dalle neuroscienze, con l’ipotesi che il sistema motorio abbia un ruolo importante nella percezione (funzione mentale) e rappresenti già di per sé un primo livello di cognizione. I problemi che si presentano a chi si interessa di Attività Fisiche Adattate (APA) riguardano principalmente: la percezione delle informazioni (vista- udito- tatto), soprattutto nel caso della disabilità sensoriale; la programmazione del movimento (interpretazione- attenzione- memorizzazione..), nel caso soprattutto di disabilità mentale; l’esecuzione del movimento (coordinazione globale, segmentaria, equilibrio), nel caso soprattutto della disabilità fisica. Nella realtà spesso le disabilità sono presenti a più livelli, per cui risulta difficile classificare i soggetti in modo preciso; a ciò si aggiunga il fatto che spesso vi sono anche difficoltà di relazione, di espressione verbale e non verbale, di autostima, consapevolezza, autonomia. Per questa complessità dei quadri  bisogna pertanto che i piani di lavoro individualizzati (i cosiddetti P.E.I. previsti dalla legge 104/92[53] ) vengano proposti tenendo conto die molteplici aspetti coinvolti e siano formulati in stretta collaborazione con l’equipe medica di riferimento, la famiglia e tutti i soggetti che si occupano dei ragazzi disabili, secondo un’ottica sussidiaria.

L’adattamento è stato definito da Scherill come “l’arte e la scienza di produrre delle variabili per ottenere i risultati desiderati”[54]. Nelle APA ciò significa trovare soluzioni alternative che permettano di raggiungere gli scopi prefissati. Gli adattamenti possono essere classificati secondo tre livelli diversi in relazione agli scopi da perseguire nel campo dello sport (logica sportiva), del tempo libero (logica sociale) e dell’attività motoria in generale (logica psico-motoria). Parlare di livelli di adattamento significa far riferimento a quanto contenuto nella Carta Europea dello Sport (1984)[55] che individua nelle attività motorie e sportive tre diverse ottiche in base alle quali organizzare gli obiettivi delle APA:

  • l’ottica sportiva, riguarda l’adattamento nello sport, la cui logica non deve essere snaturata ma deve rispettare le caratteristiche in base alle quali uno sport può dirsi tale, ovvero la ricerca di una performance, l’allenamento e la pratica organizzata (federazioni, gare ecc.). Fanno parte di questo livello, per esempio, il basket e l’arletica in carrozzina;
  • l’ottica sociale, riguarda il tempo libero. La logica è quella dell’inserimento del soggetto disabile in reti sociali, col fine di procurare piacere per l’attività fisica praticata, pur nel rispetto della logica interna dell’attività. Se si propone il nuoto, per esempio, questo deve essere praticato in un ambiente liquido, esercitare la padronanza della respirazione e la propulsione con movimenti delle braccia e delle gambe;
  • nell’ottica psicomotoria, infine, a differenza die due livelli precedenti, il soggetto non è in grado di scegliere autonomamente di praticare un’attività fisica, per incapacità o per assenza di motivazione o desiderio. Si tratta allora di aiutarlo affinché trovi un senso, per esempio attraverso un’esperienza psico-motoria gratificante, diventi attivo, agisca o semplicemente reagisca, dimostrando soddisfazione personale.

Per riassumere, è possibile affermare che le APA, nate per la riabilitazione dei miolesi di Guttman, si sono poi estese ai soggetti disabili come strumento per migliorare, in un primo tempo, solo le condizioni fisiche e ricercare, poi, anche dei benefici sul piano dell’inserimento sociale e del benessere personale. Per giungere infine alle attuali APA rivolte a più categorie di soggetti: disabili, malati organici, ragazzi con problemi di comportamento, disagio ecc. Ciò che fino ad oggi ha rappresentato un “problema” sta diventando la norma, per cui è necessario cominciare a guardare alla realtà scolastica da un punto di vista nuovo, con uno sguardo aperto alle diversità. La classe non è un’entità astratta ma un insieme di persone diverse, per ciascuna delle quali è doveroso adottare un percorso specifico e personalizzato, per questo motivo anche nelle APA, oggi, si preferisce parlare di integrazioni. Inoltre il concetto di salute non si basa più sull’idea di assenza di malattia ma su quella di benessere soggettivo (fisico, psichico, mentale e sociale), di conseguenza le APA hanno un ruolo di primo piano per quanto riguarda il suo raggiungimento. Ad esse vengono riconosciuti infatti non solo i benefici sul piano fisico (riabilitativo), derivanti dagli adattamenti metabolici paragonabili a quelli che si verificano nei soggetti normodotati, ma anche quelli sul piano psico sociale, in quanto partecipazione ad un gruppo, comunicazione interpersonale, socialità, autoefficacia, autostima, autonomia ecc. Per tutti questi motivi le APA rappresentano uno strumento privilegiato per superare il disagio ed aprirsi al mondo. Nell’affrontare la complessità della disabilità occorre superare un’ottica umanizzante centrata sul deficit, su soluzioni migliorative fini a se stesse, su decisioni che prescindono dal disabile, sull’uso di tecniche secondo una logica solo compensativa, per assumere un’ottica personalistica, che parta dalle risorse della persona, consideri i suoi bisogni e le sue aspettative, ricerchi soluzioni migliorative condivise coi diversi soggetti coinvolti (la persona disabile, la famiglia, l’equipe medica), secondo un approccio sussidiario, che tenga conto quindi di ciò che il disabile è, pensa, desidera.

Gli atleti con disabilità mentale e psichica dovranno aspettare il 1968 per poter iniziare la pratica sportiva, data in cui nacque lo Special Olympics International grazie all’opera di Eunice Kennedy Shriver. L’organizzazione prese vita con lo scopo di favorire il mantenimento e il miglioramento delle capacità fisiche e soprattutto di consentire agli individui con deficit mentale di mettersi in relazione e confrontarsi con altre persone nella loro stessa condizione. Lo scopo dell’evento è quello di offrire agli atleti con disabilità intellettiva la possibilità di stare insieme, affrontare piccole difficoltà e di fare piccoli sacrifici senza lo stress tipico delle competizioni agonistiche[56].
In quest’ottica lo sport viene inteso come un mezzo per favorire la crescita personale, l’autonomia e la piena integrazione delle persone con disabilità intellettiva.

3  I benefici dello sport per i soggetti con disabilità

L’attività sportiva è la manifestazione del bisogno innato che il corpo ha di esprimersi, poichè il movimento è una delle esigenze primarie dell’uomo[57].

Lo sport consente all’individuo di migliorare le qualità fisiche, di potenziare gli aspetti cognitivi e psichici e di sviluppare competenze socio-relazionali molto preziose, specialmente nel caso di soggetti in condizioni di disabilità[58].

3.1. I benefici fisici, psichici e relazionali

Svolgere un’attività motoria induce l’organismo alla produzione di endorfine, sostanze chimiche che hanno effetti positivi sull’umore generale dell’uomo e sulla regolazione del sonno. La persona che pratica uno sport quindi vedrà diminuire l’ansia, lo stress e il nervosismo e aumentare il benessere emotivo generale. Essere una persona sportiva significa anche imparare ad alimentarsi nel modo corretto per quanto riguarda la quantità, la qualità e la varietà degli alimenti da assumere. Una corretta alimentazione consentirà non solo di raggiungere un buono stato di salute fisica ma aiuterà il soggetto nel mantenimento di un giusto peso, che nel caso di disabili in carrozzina, per esempio, rischierebbe di aumentare per la minor massa magra attiva e per il ridotto movimento. La pratica sportiva (agonistica o non) aiuta le persone con disabilità a sviluppare maggiore equilibrio, utile nella deambulazione, e a potenziare il tessuto muscolare consentendo loro di maneggiare più facilmente gli ausili[59]. Attraverso il movimento, inoltre, i soggetti disabili migliorano la loro resistenza, la loro velocità e la loro forza, facilitano la diminuzione della frequenza cardiaca e ottimizzanob il ritmo respiratorio. Un atleta disabile sarà quindi in grado di muoversi correttamente nello spazio, acquisendo e incrementando le abilità di organizzazione spazio-temporali e raggiungerà un ottimo livello di autonomia motoria volontaria.

Lo sport produce effetti decisamente positivi e importanti anche a livello psicologico. L’attività motoria consente all’atleta con deficit di acquisire maggiore sicurezza verso le cose che fa e verso se stesso, contribuendo a ripristinare la fiducia nelle sue potenzialità. Inoltre l’atleta è in grado di sperimentare le proprie capacità e le proprie doti, le proprie possibilità e i propri limiti, acquisendo così una maggiore consapevolezza di sè[60]. Attraverso una gara o una partita il soggetto con handicap impara a reagire alla fatica oltrepassando e sfidando i propri limiti, cercando di non arrendersi alle prime difficoltà e di uscirne più forte di prima. Sperimenta il valore della sconfitta, sia che essa riguardi il risultato della competizione, sia che invece si configuri come una cattiva prestazione individuale e impara ad accettare e superare questo momento difficile, riportandolo poi anche nelle situazioni della vita quotidiana. Come è fondamentale prendere confidenza con la sconfitta, è essenziale, soprattutto per atleti con disabilità mentale, gustare il significato della vittoria. Queste persone hanno infatti subìto, durante tutto l’arco della loro vita, continue e pesanti sconfitte; basti pensare alla scuola, alle relazioni amicali, a quelle affettive e sessuali. Lo sport dunque può rappresentare per loro il primo e magari l’unico ambito in cui sentirsi realizzati e soddisfatti per il raggiungimento di un obiettivo e/o aver fatto parte di una squadra[61]. Quando si parla dei benefici dello sport sulle condizioni psicologiche non si può trascurare l’effetto che ha nello stato di tensione interiore. Lo sport rappresenta un’occasione di scarico di tensioni e di aggressività che, se non rilasciate, potrebbero indurre il soggetto a reazioni violente e improvvise nei confronti di cose o persone[62]. L’attività sportiva rappresenta inoltre, specialmente per le persone con disabilità mentale, una nuova esperienza da affrontare da sole, senza l’aiuto dei genitori, da cui solitamente dipendono. Attraverso questa esperienza imparano imparano progressivamente a prendersi cura di se stesse, sviluppando una serie di autonomie e indipendenze che saranno utili nella vita di tutti i giorni, come farsi la doccia, vestirsi, allacciarsi le scarpe, ricordare i giorni e gli orari di allenamento[63]. Da non trascurare vi è poi anche l’effetto positivo che la pratica sportiva produce sulla stimolazione dell’intelletto e della creatività.[64]. Attraverso questo genere di attività il soggetto tiene allenata la memoria, prevenendo il suo invecchiamento, e addestra la concentrazione, imparando a selezionare le informazioni in entrata. Riguardo a questi aspetti vi è da segnalare che recenti studi hanno dimostrato come l’attività fisica sia in grado di stimolare la nascita di nuove cellule nell’ippocampo, la struttura del cervello che controlla la memoria e l’apprendimento. Inoltre, praticare uno sport influisce in modo positivo sulla capacità del soggetto di cambiare e adattarsi a nuove situazioni o a nuove esigenze esterne indipendenti da lui, imparando ad accettare ogni circostanza nel giusto modo e riuscendo a “mantenere la fermezza nei propositi”[65].

Altro aspetto per cui la pratica sportiva possa dirsi molto importante per le persone con disabilità consiste nel fatto che permette loro l’inserimento o il reinserimento in un contesto sociale. Entrando in contatto con il mondo esterno un atleta disabile scopre una sana collaborazione, quella che esula dai tornaconti personali e assapora la gioia delle relazioni umane. All’interno del mondo sportivo le interazioni che si instaurano sono infatti molteplici e di vario tipo; per esempio si entra in contatto con l’allenatore, con i compagni, nel caso di sport di squadra, e con gli avversari. Questo complesso panorama di connessioni consente al soggetto di sperimentare una vasta gamma di sentimenti ed emozioni, di gestire eventuali conflitti relazionali e di imparare ad adattare la relazione alle persone con cui interagisce. Nei rapporti interpersonali al soggetto vengono riconosciuti degli scopi e uno specifico ruolo, potenziando così il processo di costruzione della sua identità personale. Tra i benefici di tipo socio-relazionale che la pratica sportiva produce, uno dei più importanti è costituito dall’acquisizione delle regole. In qualsiasi tipo di sport vi è un insieme di regole che vanno rispettate al fine di garantire la conduzione di un gioco leale e paritario. L’atleta deve quindi sottostare a queste norme scritte per giungere alla realizzazione dell’obiettivo personale, in caso di sport individuale, o collettivo, in caso di sport di squadra. Accettare le regole che vengono imposte da ogni disciplina significa anche accettare il giudizio dell’altro, acconsentire al sacrificio imposto dagli allenamenti e impegnarsi sul non utilizzo di sostanze contrarie all’etica sportiva. Vi è poi un insieme di regole non scritte che sanciscono la corretta e rispettosa convivenza con le persone che partecipano alla vita sportiva dell’atleta. Praticare uno sport consente alle persone con disabilità, in modo particola ai soggetti con deficit mentale, di capire e poi apprendere queste regole di vita che sono fondamentali nella comunità. L’atleta impara a rispettare i compagni allenatori e avversari, a impegnarsi negli allenamenti come in partita, per il raggiungimento di un obiettivo e a essere puntuale e leale. Un’attenzione particolare va riservata agli sport di squadra e ai frutti che da tale attività potrebbero essere colti. Per parlare di sport di squadra è fondamentale far riferimento al concetto di gruppo. Il gruppo può essere definito come un insieme non casuale di persone con bisogni, motivazioni e valori condivisi, che si trovano in una relazione di interdipendenza positiva le une con le altre per il raggiungimento di uno scopo comune. Essere in interdipendenza positiva significa che ogni membro del gruppo dipende da un suo compagno e al tempo stesso costituisce per lui una risorsa. Per una persona con disabilità far parte di una squadra rappresenta un’enorme soddisfazione perchè fa leva sulla sua necessità di sentirsi accettata e inserita in una realtà sociale[66]. All’interno della squadra si percepisce un forte calore ed un forte senso di appartenenza e si sperimenta in prima persona cosa vuol dire aiutarsi reciprocamente per il raggiungimento di una meta comune. Il soggetto con disabilità sente che l’aiuto dei compagni e dell’allenatore è fondamentale per la gioia di una vittoria e capisce che è indispensabile che anche lui si dedichi completamente all’aiuto die compagni, uscendo da una dimensione egocentrica. Non si può infine trascurare un aspetto essenziale dello sport: l’agonismo. L’agonismo è una delle più nobili e radicate espressioni dell’animo umano, che prende forma non solo nello sport ma anche nella vita di tutti i giorni. In alcune discipline sportive, come tiro con l’arco, tennis-tavolo, pallanuoto o tiro a segno, i disabili gareggiano con o contro atleti non disabili, migliorando la comprensione e creando rapporti di amicizia a volte anche duraturi. La condivisione dell’agonismo potrebbe costituire l’ago per ricucire la fratture tra persone normodotate e soggetti con disabilità.

3.2 ART4SPORT: lo sport come riabilitazione.

L’Associazione art4sport ONLUS crede nello sport come terapia per il recupero fisico e psicologico dei bambini e dei ragazzi con disabilità e portatori di protesi di arto.

La sua missione è quindi quella di aiutare economicamente e supportare a livello pratico-organizzativo le famiglie di quei bambini e ragazzi per permettere loro di giocare e divertirsi quotidianamente attraverso l’attività sportiva.

Ogni bambino sarà libero di provare a praticare lo sport che preferisce, per puro divertimento o con finalità agonistiche se ce ne sarà l’opportunità e la voglia.

art4sport è ispirata alla storia di Bebe Vio, una bambina con tante passioni tra cui quella per la scherma. Alla fine del 2008, all’età di 11 anni, è stata colpita da una grave malattia che ha portato come tragica conseguenza all’amputazione dei quattro arti. Malgrado questo, nel giro di un anno è tornata alla sua vita di prima e uno dei fattori motivanti che l’ha portata a reagire con forza e determinazione è stato il suo desiderio scalpitante di tornare ancora una volta a praticare il suo amato sport. La famiglia di Bebe si è allora attivata per conoscere la realtà delle protesi sportive e delle attrezzature sportive per i ragazzi con questo tipo di disabilità e si è dovuta scontrare con la sconcertante situazione italiana dove c’è l’assoluta mancanza di supporto da parte del Sistema Sanitario Nazionale.

Da qui è nata la decisione di creare un’associazione che fungesse da punto di riferimento per lei e per altri ragazzi con le stesse problematiche e con lo stesso desiderio: praticare sport.

art4sport ha l’obiettivo di:

  1. utilizzare lo sport come terapia per il recupero fisico e psicologico dei bambini disabili
  2. Promuovere lo sport paralimpico, in particolare a favore dei minori con disabilità per il loro benessere fisico e per una migliore integrazione nella società.
  3. Indirizzare i ragazzi nella società del percorso sportivo da seguire e dei centri sportivi in cui praticare l’attività fisica.
  4. Creare una rete di contatti e rapporti tra tecnici, specialisti, professionisti del settore e tra associazioni sportive che si occupano di sport per bambini/ragazzi disabili.
  5. Studiare, realizzare e finanziare le costosissime protesi e le varie attrezzature necessarie alla pratica dello sport paralimpico.[67]

Art4sport rivolge la propria attenzione a bambini e ragazzi disabili che abbiamo un’età compresa tra i 6 e i 18 anni:

  1. la famiglia del bambino contatta art4sport dando informazioni sul bambino e sullo sport che desidera praticare
  2. viene pianificato, insieme ad esperti di aziende del settore tecnico ed ortopedico, un percorso sulla base della scelta della disciplina sportiva
  3. la famiglia viene poi indirizzata e seguita nel prendere contatti con i centri ortopedici e le organizzazioni sportive più vicine al proprio luogo di residenza
  4. raccolti e determinati tutti gli elementi per il nuovo progetto, viene definito un budget economico per la progettazione, lo sviluppo e la realizzazione delle protesi e per l’acquisto di eventuali attrezzature sportive specifiche da parte di art4sport
  5. il progetto verrà poi seguito regolarmente da art4sport insieme ai centri ortopedici e agli allenatori/istruttori coinvolti durante la pianificazione.[68]

 

Per raccogliere fondi art4sport partecipa a manifestazioni e organizza eventi di vario genere, accetta finanziamenti pubblici o privati e sollecita collaborazioni con aziende per avere sponsorizzazioni tecniche od istituzionali.
Per capire meglio il mondo dello sport paralimpico, per confrontarsi con le altre realtà, per farsi conoscere e per intraprendere i primi contatti con nuovi ragazzi da seguire, l’Associazione partecipa a convegni, gare di discipline paralimpiche, maratone, dimostrazioni sportive di varie discipline. L’art4sport team è la squadra formata dagli atleti che l’Associazione aiuta nel raggiungimento del loro sogno sportivo.

Sin dalla nascita di art4sport, un aspetto importante dell’attività dell’associazione è stato lo stabilire e mantenere contatti e relazioni con diverse realtà, da federazioni e comitati a centri sportivi ed aziende.

Il  network di art4sport infatti permette di:

  1. Collaborare con altre associazioni e federazioni nella realizzazione di progetti e nell’organizzazione di convegni e conferenze sul tema della disabilità e dello sport
  2. Poter contare su partener azienadi fidati per la fornitura di attrezzatura e materiali sportivi
  3. Inizi iniziare ad avere delle strutture di riferimento verso le quali poter indirizzare tutti colore che si rivolgono a noi per consigli e suggerimenti su dove poter praticare lo sport paralimpico[69]

Ogni anno art4sport organizza “GIOCHI SENZA BARRIERE”, un evento benefico nel quale le varie regioni italiane si sfidano in diversi giochi. L’evento vedrà la collaborazione con i due Comitati sportivi italiani, il CIP e il CONI, rappresentati dai Presidenti Luca Pancalli e Giovanni Malagò. L’appuntamento si è svolto il 13 giugno 2017 allo Stadio dei Marmi di Roma e ha visto in campo 8 squadre provenienti da 8 regioni italiane diverse composte da 20 giocatori suddivisi tra giovani e adulti maschi e femmine. In ogni squadra saranno presenti uno o più atleti con disabilità, distribuiti equamente.

3.2 Beatrice Vio: quando lo sport ti regala un sogno.

Bebe è nata a Venezia il 4 marzo del 1997. È sempre stata una bambina vivace, sportiva e socievole, con una particolare attitudine ad aiutare il prossimo ed in particolare i bambini. La sua vita è sempre stata colma di interessi e grandi passioni: la scuola, il disegno e la pittura, gli Scout e soprattutto la scherma che aveva iniziato già a 6 anni. Il 20 novembre 2008, all’età di 11 anni, è stata improvvisamente colpita da una meningite fulminante che ha causato una grave infezione del sangue che ha devastato il suo giovane corpo e che ha portato alla tragica conseguenza dell’amputazione di tutti e quattro gli arti. Beatrice tuttavia non si è lasciata sopraffare dalle conseguenze della grave malattia e con la grinta e la forza che le sono proprie è tornata ad affrontare la vita con l’energia ed il sorriso di sempre, riprendendo a fare ciò che faceva prima. Uno dei suoi più grandi desideri era quello di poter tornare a tirare di scherma ed è stato allora che art4sport assieme a un team di tecnici specializzati si sono adoperati per realizzare questo suo desiderio.

Sono state acquistate una pedana per la scherma in carrozzina, una carrozzina su misura per lei e soprattutto sono iniziati gli studi per la realizzazione di una speciale protesi per permetterle di impugnare il fioretto. Bebe è stata la prima atleta dell’art4sport team.

Ai primi di maggio 2010 ha disputato la sua prima gara ufficiale a Bologna e da allora è stato un crescendo di gare sempre più esaltanti e divertenti che le hanno permesso di conoscere grandi campioni della scherma italiana. Ha preso parte a svariati programmi televisivi dove, raccontando la propria storia con semplicità e grande serenità, ha saputo toccare il cuore degli italiani andando anche a stimolare molto interesse per l’Associazione art4sport. ONLUS e le sue iniziative.

Grazie alla scherma Bebe sta vivendo delle esperienze memorabili, che la stanno facendo crescere molto e le stanno riempiendo la vita di gioie e soddisfazioni.
L’esistenza ed il sostegno di art4sport sono state fondamentali nel percorso che ha portato alla progettazione e allo sviluppo della protesi adeguata per permettere a Bebe di tornare in pedana.

La prima volta che la giovane atleta ha cercato di tirare nuovamente di scherma si era dovuta far bastare un fioretto attaccato con del nastro adesivo alla protesi estetica del braccio destro. Il primo vero prototipo è stato realizzato a fine 2009 presso il Centro protesi dell’Inail di Vigorso di Budrio (BO) ma con l’uso ci si è accorti che andava migliorato in quanto troppo pesante e oltretutto abbastanza doloroso da utilizzare.Ad aprile 2010 ne è stato creato un secondo, sviluppato e a lei regalato dall’Arte Ortopedica di Budrio (BO) con la preziosa collaborazione della Otto Bock Italia. Questo si è rivelato più funzionale e non doloroso, oltre a permettere maggiore libertà di movimento al gomito, caratteristica fondamentale per la performance sportiva di Bebe nella scherma. Ad inizio 2011 è stata prodotto il terzo prototipo, ulteriormente migliorato e ancora più semplice da indossare.Art4sport ha anche acquistato una carrozzina specifica per la scherma in sedia, utilizzata da Bebe sia negli allenamenti che in gara, e ha dotato delle attrezzature adeguate la palestra di scherma di Mogliano Veneto (TV), cittadina natale di Bebe. Prima del suo arrivo, infatti, la struttura sportiva non era adeguata per accogliere un disabile.

Art4sport si è quindi occupata di far realizzare una pedana idonea per la pratica della scherma in carrozzina che viene utilizzata per gli allenamenti ma anche durante le dimostrazioni di questa disciplina sportiva in varie città d’Italia. Lo spogliatoio della palestra è inoltre stato attrezzato con un lettino specifico per facilitare il cambio di indumenti dell’atleta.

Beatrice Vio definisce lo sport “il motore che ci spinge a reagire e ad amare la vita”.  Bebe è il simbolo dello sport paralimpico, la sua energia, la sua voglia di vivere e condividere con il mondo le proprie esperienze l’hanno portata ad essere una delle donne più ammirate in Italia e nel mondo. Lo sport le ha concesso di sognare di nuovo, di avere ancora degli obiettivi che grazie alla sua grande determinazione è riuscita a portare a termine. “La bellezza dello sport è quella di fare qualcosa di importante a prescindere da quello che sei”. Beatrice è riuscita a scardinare il concetto di disabilità e lotta ogni giorno con gli stereotipi che persistono nella nostra società, nelle varie interviste che l’hanno vista come protagonista Bebe non perdera occasione per dare voce alle proprie idee sulla disabilità e come i normodotati dovrebbero approcciarsi al loro mondo. [70]Dopo la sua medaglia d’oro a Rio nel 2016 i giornali parlano “dell’effetto Bebe”, ovvero di come Beatrice sia riuscita ad entrare nelle case e nei cuori di tutti, tanto che le è stata dedicata una strada sul lungo mare di Jesolo. Luca Lotti, ministro dello sport, si è particolarmente interessato al mondo paralimpico, investendo su ogni atleta. “Ce la posso fare anche io” è lo slogan che vuole lanciare il Ministro, ad ogni atleta disabile e non, perché lo sport è il motore che ci permette di custodire e realizzare i nostri sogni.

3.3 Sara Baldo: la mia nuova vita

Sara Baldo è nata a Gavardo, in provincia di Brescia, l’8 novembre 1995. Come ogni ragazza è sempre stata una grande sognatrice, pronta all’avventura, con tanta voglia di indipendeza e tanti progetti per la testa: viaggiare con gli amici, guidare, pensare all’università, le feste e andare con lo snow. Il 29 gennaio 2014 il mondo di Sara si è fermato un attimo, quando è stata colpita da una meningite settica che ha portato all’amputazione bilaterale degli arti inferiori dal ginocchio in giù e l’amputazione di tutte le falangi delle mani. La disperazione dei primi mesi ha lasciato posto all’accettazione della malattia e contemporaneamente alla lottta per combatterla. La sua voglia di riprendersi in mano la vita ha fatto in modo che riuscisse a combattere e vincere la battaglia contro quella terribile malattia. Mamma Bruna dice:“Sara è stata una roccia e ha tenuto duro anche nei giorni più bui.“ Di grande conforto sono state le esperienze di chi prima di lei aveva affrontato questa grande prova: Beatrice Vio, Veronica Plebani e i loro genitori, che attraverso il loro esempio sono serviti a far vedere a Sara che niente è perduto e che ci sono ancora tante cose che si possono fare per ritornare a vivere appieno la propria storia. Sara è diventata più matura e determinata con il forte desiderio di camminare ancora, di guidare, di tornare a sciare e di riprendere in mano la sua vita e questo lo dimostra ogni giorno, conquista dopo conquista. Sara la conosco da prima che la malattia le rubasse per un certo periodo la vita; è sempre stata piena di vita, una ragazza determinata che niente e nessuno fermerebbe. Oggi è la stessa ragazza sorridente, che racconta la sua esperienza senza cedere un secondo, senza esitare e senza paura.

Colloquio con Sara

Quando ho deciso l’argomento della mia tesi di laurea ho pensato subito di inserire l’esperienza di Sara. Io e lei ci conosciamo dal 2013, poco prima che la malattia le rubasse una piccola parte di lei. Ricordo ancora quel messaggio „Saretta è in coma“, di colpo tutto è passato in secondo piano e ho capito quanto la nostra vita sia incomprensibile. Sono stati mesi difficili, nei quali ho visto Sara poche volte, prima sulla carrozzina e poi finalmente in piedi, forte e felice come prima. Durante il nostro incontro, infatti, ha ribadito più volte la sua grande voglia di tornare a camminare, nonostante le difficoltà durante la riabilitazione.  Ho seguito i miglioramenti di Sara sui social network, pubblicati dalla sua famiglia, durante la riabilitazione e gioivo per ogni suo passo avanti. Io ho sempre cercato di non intromettermi nella sua vita dopo la malattia, proprio perchè avevo il timore di andare a far emergere ferite profonde. Ad oggi, invece ho capito quanto a Sara faccia piacere condividere la sua esperienza con le persone che la circondano.

Il periodo più difficile per Sara è stato durante il ricovero in ospedale, prima al Civile, poi trasferita a Verona nel centro ustioni e successivamente alla Clinica Sant’Anna di Brescia.  Dopo 10 giorni di coma, Sara si è svegliata e ha dovuto fare i conti con le conseguenze di quella maledetta meningite. Lei descrive la fase ospedaliera come la più complicata, proprio per tutto quello che ha dovuto affrontare e soprattuto perchè non poteva alzarsi dal letto. Ci sono volute due settimane per riuscire a sedersi e ovviamente in seguito all’amputazione delle falangi ha dovuto iniziare un percorso per re-imparare a scrivere. La mia prima domanda allora è stata „Hai fatto fatica ad accettare il tuo nuovo corpo“? La sua risposta mi ha lasciato senza parole. „Silvia una volta che ho realizzato a cosa ero sopravvissuta, le cicatrici, le mie falangi e i miei piedi amputati sono passati in secondo piano. Sono viva. È questo quello che conta, le cicatrici guariscono, sono al quarto intervento di Lipofilling, ho le mie protesi ai piedi e posso camminare. Cosa mi manca? „

Di fronte a tanta sicurezza non nego di essermi sentita a disagio, allora ho deciso di cambiare totalmente argomento e sono passata allo sport. Sara è stata ricoverata al centro ustioni di Verona, nel quale negli precedenti erano state ricoverate Veronica Plebani (paralimpica di canottaggio) e Beatrice Vio. In questa clinica Sara vive giorni difficili nei quali anche i rapporti con i medici e soprattutto con il primario del suo reparto diventano sempre di più complicati. Una mattina Sara riceve la visita di Bebe e Veronica Plebani che le fanno la proposta che ha cambiato le sorti del suo futuro. Le due atlete paralimpiche le chiedono di entrare nel progetto di art4sport e fare dello sport l’arma per combattere la sua malattia. Sara racconta come l’incontro con Veronica e Beatrice le abbia fatto cambiare idea su tutto quello che l’aspettava. „Beatrice è una forza della natura, iperattiva al cento per cento, non riesci a seguirla ed è una competitiva nata. Affronta tutto come se fosse una gara, non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. Quando mi ha fatto visita in ospedale mi ha lanciato subito una sfida sugli scii… e infatti dopo 6 mesi da quel giorno ho avuto l’onore di perdere contro di lei sulle piste di Corvara.“

Lo sport è diventato lo strumento di riabilitazione e re-integrazione di Sara all’interno della società. Ha iniziato ad allenarsi per fare tiro con l’arco e snowboard, partecipando ad una serie di competizioni grazie alle quali è riuscita a pagarsi le protesi ai piedi. Sara parla dello sport come mezzo fondamente per far conoscere il mondo della disabilità.  „quando si tratta di gareggiare mi piace la competizione, quella sana, quando ti batte forte il cuore, quando vuoi dare il massimo al di là della vittoria materiale“. Lo sport la fa sentire più sicura di sè e la mette in contatto con il resto del mondo, perchè lo sport è condivisione. „Non esistono persone escluse nel mondo dello sport, non ci sono canoni di bellezza da rispettare, tutti possono partecipare, basta che tu abbia passione. Includere vuol dire che tutti facciamo parte dello stesso disegno e contribuiamo con le nostre capacità alla riuscita di un’opera d’arte : la nostra vita.“ Quando ho chiesto a Sara come sia stato il suo processo di re-inclusione nella società mi ha detto che grazie allo sport tutto è stato più facile, perchè si sentiva più sicura di sè. Le relazioni dopo la malattia si sono fortificate soprattutto    quelle famigliari.

Il percorso di riabilitazione è stato breve grazie alla sua grande determinazione che l’ha portata a camminare 3 mesi dopo l’arrivo delle protesi. Sara non è solo determinata nello sport ma soprattutto nella vita, i suoi prossimi progetti ora sono la preparazione delle competizioni invernali e parallelamente lo studio, infatti si è iscritta ad un corso a Milano di Design e Architettura.

4 Progetto educativo “FratelliXsport”: analisi di un’esperienza

4.1 Storia dell’ente

La cooperativa sociale “La nuvola nel sacco” nasce a Brescia nel 1986 da un gruppo di animatori ed educatori impegnati nel sociale.

La nuvola nel sacco ha scelto l’Animazione come metodo di intervento e stile di azione in ambito civile, sociale, ecclesiale e culturale. L’Animazione, come azione preventiva, può giocare un ruolo fondamentale all’interno del complesso mondo dell’educazione. “La nuvola nel sacco” coniuga esperienza e professionalità nel campo della progettazione e realizzazione di servizi e strumenti educativi ad uso di comuni, parrocchie, scuole, aziende.

Il gruppo sportivo Atletica Gavardo nasce nel 1990 sulle ceneri della precedente Associazione Sportiva ‘Atletic Club Gavardo’ fondata nel 1972 presso l’Oratorio di Gavardo. Grazie al lavoro di un team Bresciano di primo livello vengono organizzati eventi sul territorio di grande risonanza, tra i quali una campestre, pilastro del calendario lombardo e un meeting nazionale in continua ascesa e capace di suscitare l’interesse di tutto il territorio nazionale.

L’Atletica Gavardo presta attenzione continua al mondo dei giovani con una considerevole attività a livello giovanile per sensibilizzare i bambini al mondo dell’atletica, ponendo in essere  importanti progetti in collaborazione con l’amministrazione comunale di Gavardo e con la Cooperativa Sociale “La Nuvola nel sacco”[71]. Il lavoro viene svolto attraverso corsi di atletica in pista ma anche attività congiunte con le Scuole Primarie e gli Istituti di II grado. Particolare attenzione viene rivolta anche al mondo della disabilità: con il progetto “FratelliXsport” è stata creata una felice congiunzione tra il mondo dell’atletica e la realtà di persone con disabilità (in particolar modo bambini e ragazzi), attraverso attività supportate dalla professionalità di educatori, animatori ed esperti delle discipline sportive proposte[72].

Il progetto si compone di diversi obiettivi: diffondere un’idea forte dello sport, dei suoi diritti, delle sue potenzialità e risorse; sostenere momenti formativi riferiti agli operatori del mondo sportivo ed educativo per favorire una maggiore integrazione; sensibilizzare tutto il mondo sportivo sulle necessarie collaborazioni da attivare con il mondo della disabilità, sulla solidarietà e sul ruolo che lo sport recita in favore di una migliore integrazione; valorizzare il lavoro svolto dalle associazioni sportive impegnate nel progetto, sostenendo azioni rivolte verso le realtà più deboli; prevenire il disagio giovanile; favorire una migliore qualità della vita; rendersi partecipi di processi educativi volti a contrastare episodi di bullismo, educando al rispetto dell’altro; favorire la nascita e il consolidamento di relazioni di sostegno e solidarietà tra il gruppo di famiglie con figli disabili ed altre famiglie; consolidare buone prassi di intervento a favore delle famiglie con figli disabili gravi tra Enti pubblici e privati.

BISOGNI -sentirsi parte del gruppo

-imparare a gestire lo spazio e i movimenti nello spazio

-autonomia

-coordinazione

 

OBIETTIVI GENERALI -inlcusione ed integrazione dei bambini con disabilità
OBIETTIVI SPECIFICI -gestione e coordinazione dei movimenti

-capacità di seguire in modo adeguato le consegne degli allenatori ed educatori

-svolgere in modo adeguato gli esercizi

 

TARGET -bambini con disabilità e non da 6 a 10 anni
METODOLOGIA -Approccio animativo educativo

-primo approccio all’atletica leggera

 

STRUMENTI -cerchi

-cinesini

-coni

-ostacoli

-palle

-vortex

-corde per saltare

 

 

SPAZIO -palestra comunale di Gavardo

-campo di atletica di Gavardo

 

TEMPO -lezioni di un’ora e mezza per 3 volte a settimana

 

COSTI -il costo del progetto varia a seconda delle attività scelte. Per quanto riguarda l’atletica il costo è la quota di iscrizione ai corsi (90 euro)

4.3 Progetto educativo personalizzato di FR

All’interno del gruppo nasce la necessità di intraprendere un percorso personalizzato e specifico verso i bambini con disabilità. Il bambino preso in considerazione in questo progetto ha 7 anni e gli è stato diagnosticato il disturbo dello spettro autistico. Ha un ritardo cognitivo medio-lieve e ha molte difficoltà a relazionare: parla poco, tende a ripetere ciò che gli viene detto, si nasconde e nei momenti di crisi tende a diventare aggressivo. Ha alcune stereotipie (mangiare l’erba, sputare, mordere come difesa dagli altri) che tendono ad allontare gli altri bambini. Si adatta con difficoltà ai nuovi ambienti, soprattutto se dispersivi e caotici.

  1. viene inserito in diverse attività durante la settimana: frequenta corsi di psicomotricità, corsi di musica e arte e poi date i suoi numerevoli miglioramenti è entrato a far parte del gruppo di atletica.

4.4 Punti di forza e criticità (analisi SWOT)

PUNTI DI FORZA PUNTI DI CRITICITA’
Immaginazione

creativita’

forza di volontà

 

Difficoltà di adattamento

stereotipie

crisi d’ansia e rabbia

OPPORTUNITA’ OFFERTE DAL CONTESTO RESISTENZE PRESENTI ALL’INTERNO DEL CONTESTO
Attività di coordinazione psico-motoria

attività di miglioramento grafo-motorio

diverse quantità di stimoli per migliorare l’autonomia

integrazione

Coetanei e gruppo che non si adattano

insegnanti poco disponibili

 

R è un bambino con una spiccata creatività e immaginazione, ciò scaturisce dai suoi disegni e dai suoi interessi, Gli piace l’acqua, la musica e tutto ciò che riguarda il mondo animale. Infatti spesso basta un insetto o un rumore sconosciuto per distogliere la sua attenzione dall’attività che si sta svolgendo. Da ciò derivano i punti di criticità come la difficoltà di adattamento in un nuovo contesto soprattuto se dispersivo dove Rio tende a mettere in atto le sue stereotipie (sputare contro chi ha vicino, mordere) sino ad arrivare a crisi d’ansia e rabbia. R in questi momenti risulta ingestibile e richiede l’allontamento momentaneo dall’attività, il contesto offre attività di coordinazione psico-motoria e grafo-motoria mediante gli esercizi presentati dagli educatori. Vi è la presenza di stimoli durante specifiche attività di gruppo volte al miglioramento dell’autonomia di R e alla sua integrazione nel gruppo (giochi di ruolo, giochi in coppia). Nonostante ciò il contesto in principio presentava delle resistenze evidenti: il gruppo inizialmente non era pronto all’ingresso di R e per questo non riusciva ad adattare le proprie esigenze con quelle del bambino. Per questo motivo il progetto è stato rivisto, modificato e integrato più volte per poter garantire una buona riuscite di tutte le attività.

4.5 Bisogni; obiettivi; attività specifiche da realizzare

BISOGNI 

AMBITO BISOGNI PRIORITA’
emotivo-affettivi Autonomia

 

Riuscire a gestire i propri bisogni principali in modo autonomo (allacciarsi le scarpe, vestirsi, prende lo zaino, …)
Relazionali Gestire e migliorare le relazioni con i coetanei e con gli adulti Interagire in modo autonomo
Sociali Svolgere attività di gruppo

cooperazione

Partecipare attivamente a lavori in gruppo nelle varie attività
movimento Libertà di movimento

autonomia negli spostamenti

coordinazione psico-motoria

Muoversi autonomamente e in modo coordinato e coerente nello spazio
cognitivi Essere in grado di orientasi nei contenuti scolastici e extrascolastici

migliorare le capacità linguistiche

Comprendere le indicazioni degli educatori

prendere coscienza delle attività che deve svolgere

 

L’analisi dei bisogni di R si divide in emotivo-affettivi, relazionali, sociali, di movimento e cognitivi.

Il primo bisogno analizzato è l’autonomia in modo più specifico tutte quelle attività che mettono in gioco le sue capacità primarie fondamentali come allacciarsi le scarpe, cambiarsi, prendere lo zaino. In secondo luogo vengono presi in considerazione i bisogni relazionali e sociali, quelli più importanti nel progetto, ovvero legati alla capacità di gestione e interazione in modo autonomo con i propri coetanei nel contesto e nelle attività del progetto.

I bisogni di movimento si riferiscono alla capacità di adattarsi allo spazio e di saper coordinare le azioni richieste dall’educatore. L’aspetto cognitivo entra in gioco nel momento in cui R sarà in grado di comprendere e effettuare le indicazioni che arrivano dall’allenatore o dagli educatori e aspetto molto importante per la sua autonomia la condivisione delle sue difficoltà con gli altri prima che esse diventino fonte di crisi e frustrazione.

OBIETTIVI

PRIORITA’ OBIETTIVI INDICATORI STRUMENTI DI RILEVAZIONE
Integrazione Relazioni sicure Più di 4 osservazione
autonomia Movimento autonomo 3 Osservazione e attività i psicomotricità
Gestione dello spazio Coordinazione 4 Osservazione e attività di psicomotricità e atletica

L’analisi degli obbiettivi mette in gioco l’integrazione, l’autonomia e la gestione dello spazio di R attraverso gli strumenti di rilevazione e gli indicatori. Il progetto si pone l’obbiettivo che R stringa almeno 4 relazioni sicure, sia in grado di svolgere e riconoscere movimenti 3 esercizi in modo sicuro e coordinato. L’osservazione avviene durante tutta l’attività per garantire un ‘ottimo controllo sia sul lavoro di R sia sul lavoro del gruppo.

ATTIVITA` SPECIFICHE DA REALIZZARE

OBIETTIVO ATTIVITA’ MATERIALI TEMPI CHI FA CHE COSA
integrazione Attività ludiche extrascolastiche Fogli

pennarelli

musica

Una volta a settimana

1h

Educatori e animatori organizzano e controllano l’attività
Autonomia psico-motoria Corso di atletica leggera

corso di psicomotricità

Materiale sportivo

cerchi

ostacolini

tappeto elastico

corde

 

Due volte a settimana

2h

Educatrice e allenatrice orientano l’attività in modo da favorire la coordinazione e l’autonomia

Il progetto realizza attività specifiche per l’integrazione e l’autonomia psico-motoria di R R partecipa ad attività extraludiche una volta a settimana organizzate da educatori e animatori specializzati attraverso l’uso di musica, pennarelli nel quale il bambino mette in gioco la sua creatività e la sua passione per il disegno e la musica. Due volte a settimana R partecipa ad un corso di atletica leggera organizzato dalla società sportiva Atletica Gavardo. Il gruppo di allenamento è formato da 20 bambini seguiti da un educatore nel quale R entra a far parte. Il corso offre attività di psicomotricità e coordinazione necessari per i bisogni sopra elencati di R.

4.6 Atteggiamenti comuni degli educatori

SITUAZIONI PROBLEMA ATTEGGIAMENTI COMUNI CONCORDATI
Rabbia Allontanare il problema che scatena la rabbia
Ansia Portare R. all’aria aperta
Crisi di pianto Ascoltare musica

Durante il progetto è normale che si verifichino situazioni problematiche nel quale si incontrano le tipiche stereotipie di R: sputare, mordere, le crisi di rabbia, pianto e ansia. Data la difficoltà della gestione delle attività in questi momenti, gli educatori hanno pensato di intervenire attuando atteggiamenti comuni. Risulta molto importante la coerenza educativa in questi momenti per non confondere R. E’ importante procedere per gradi e non farsi sopraffare dall’agitazione perchè R necessità di essere compreso, soprattuto nei momenti critici. Si è pensato quindi di allontanare il problema che scatena la rabbia (ad esempio se ad R da’ fastidio un rumore, si cerca eliminarlo se possibile oppure di spostare l’attenzione verso qualcosa che gli  interessa particolarmente); portare R all’aria aperta e ascoltare musica risultano fondamentali quando non si riesce a risolvere una situazione caotica.

4.7 Verifica del progetto

OBIETTIVI DA VERIFICARE INDICATORI IPOTIZZATI RIVELAZIONI EFFETTUATE RISULTATI FINALI CONSIDERAZIONI
Integrazione Più di 10 Nelle attività extrascolastiche

durante il corso di atletica leggera

relazioni sicure sono 8. R. chiama per nome i coetanei che riconosce come amici sicuri.
Autonomia psico-motoria Più di 5 Corso di atletica

psicomotricità

I movimenti sicuri e coordinati sono  6. R. è in grado di correre autonomamente, riconosce i nomi di alcuni esercizi ed è in grado di svolgerli autonomamente. (balzi, skip, salto in lungo, salti a piedi pari, …)
Autonomia personale 5 Scuola e attività extrascolastiche L’autonomia personale è migliorata R. è in grado di lavarsi le mani,  allacciarsi le scarpe e vestirsi in modo quasi  autonomo. L’educatore lo affianca durante queste attività per dargli sicurezza.
  1. ha risposto positivamente, nonostante le varie resistenze iniziali, alle attività proposte partecipando in modo attivo. Il lavoro è stato impegnativo per entrambe le parti in gioco poichè si chideva un intervento mirato. Ci sono stati momenti di difficoltà, che però non hanno ostacolato la riuscita del progetto, anzi sono stati stimoli per mettere in atto nuove attività e nuoi metodi di approccio. Il progetto si è rivelato stimolante sia per gli educatori che per tutti i bambini che sono stati coinvolti. E’ stato svolto un grande lavoro di cooperazione e discussione tra genitori, educatori e bambini proprio per trovare la strada più giusta per rendere l’attività di proficua possibile.

R ha imparato a riconoscere i propri compagni e a gestire i propri bisogni. Chiama per nome i coetanei che riconosce come amici, chiama per nome l’educatore e quando si sente stanco chiede autonomanete di fermarsi (all’inizio del percorso la stanchezza era fonte di crisi di rabbia e pianto). Le crisi di rabbia, pianto e ansia sono notevolmente diminuite, grazie alla formazione di rapporti di fiducia reciproca sia tra i coetanei che con gli educatori. R difficilmente all’inizio del percorso si dimostrava affettuoso, ora abbraccia gli amici, abbraccia l’educatrice, ma solo quando se la sente. Infatti, come abbiamo potuto notare è sempre da R che partono gesti affettivi soprattuto quando si sente sicuro e soddisfatto, se invece si tente il contatto in un momento critico abbiamo riscontrato come tale atteggiamento possa notevolmente peggiorare la situazione. Per questo motivo è stato svolto un grande lavoro con il gruppo di atletica proprio per aiutare i bambini a comprendere e a rispettare R per cercare di contrastare l’avvento di episodi critici che andrebbero a ostacolare il lavoro e le dinamiche di gruppo.

E’ molto importante lavorare in questa direzione di condivisione, discussione per ottenere risultati migliori. L’attività di psicomotricità e atletica leggera devono essere mantenute attive visto i miglioramenti ottenuti da R grazie al progetto.

4.8 Testimonianza sul valore pedagogico del progetto

La famiglia di R si è dimostrata molto attenta a attiva in tutto il percorso, soprattutto la mamma che partecipava spesso alle lezioni e anche alle riunioni durante l’anno.

La sig.ra Grazia durante il colloquio ha messo in evidenza la grande difficoltà iniziale, legata a tutte le insicurezze di R, alle difficoltà che aveva nel rapporto con i pari. Racconta delle crisi che aveva prima di venire ai corsi e come lei per il primo periodo doveva cercare di convincerlo per portarlo. Sottolinea e si sofferma sulla differenza esponenziale tra il clima che trova ai corsi di atletica e il clima scolastico, molto più freddo e chiuso nei confronti di suo figlio. La famiglia ha dovuto cambiare istituto scolastico perchè nella scuola precedente R non veniva coinvolto in nessuna attività e soprattutto non aveva nessun rapporto con i suoi compagni di classe, da qui la sua grande difficoltà ad interagire con i pari. La sig.ra Grazia infatti, quando ha portato R ai corsi, desiderava principalmente che il bambino imparasse a stare in gruppo e riuscisse a stringere amicizie. La mamma di R è molto contenta del lavoro che è stato svolto ed è convinta del valore dello sport come mezzo di inclusione dei bambini con disabilità. La sig.ra Grazia ritiene che il punto di forza del progetto stia proprio nel far interagire i bambini con il mondo della disabilità. I bambini del progetto si sentono come degli ingranaggi di una potente macchina, ognuno indispensabile nel funzionamento e nella riuscita delle azioni, è quindi fondamentale che nessuno prevalga sull’altro o venga escluso perchè la macchina perderebbe la propria stabilità. La mamma di R inoltre vede nello sport un grande potenziale, proprio perchè vengono insegnate e trasmesse regole, viene insegnato il lavoro di squadra, la condivisione, il rispetto e l’amicizia. Secondo la sig.ra Grazia l’inlcusione dei disabili ha compiuto notevoli passi avanti attraverso progetti come „FratelliXsport“, che però sono percorsi attivati da cooperative e quindi a pagamento. Racconta di come sia diverso il clima scolastico, nel quale gli insegnati faticano e l’ambiente faticano ad includere totalmente i soggetti con disabilità; per questo motivo le famiglie con bambini con bisogni educativi speciali sono chiamati a ricorrere al sostegno e all’intervento delle cooperative, associazioni e centri specializzati.

La famiglia di R è molto attiva a livello sociale e si interessa a tutte le attività che vengono proposte sul territorio per garantire un sostegno al futuro del proprio bambino.

4.9 Considerazioni finali

Il percorso svolto con R è stato frutto di grande lavoro di squadra che ha messo in gioco grandi difficoltà iniziali ma enormi soddisfazioni finali. Il lavoro con è R è stato rivisto più volte nel corso dell’anno perchè non sempre i metodi scelti davano i risultati sperati. Come per tutti noi, esistono giorni positivi nei quali reagiamo a tutto con grande entusiasmo e giorni non nei quali invece tutto sembra che vada nel verso contrario. Gli educatori che mi affiancavano però sono stati formidabili, mi hanno spronato a non arrendermi alla prima, ma nemmeno alla seconda o terza difficoltà, è importante non demordere e continuare a lavorare con passione. R infatti, dopo qualche difficoltà, ha iniziato a prendere confidenza con noi e con il nostro lavoro, fino a renderlo il proprio passatempo preferito, riuscendo a costruire legami forti con noi educatori e con alcuni coetanei. R. ha risposto positivamente, nonostante le varie resistenze iniziali, alle attività proposte partecipando in modo attivo. Il lavoro è stato impegnativo per entrambe le parti in gioco poichè si chideva un intervento mirato. Ci sono stati momenti di difficoltà, che però non hanno ostacolato la riuscita del progetto, anzi sono stati stimoli per mettere in atto nuove attività e nuoi metodi di approccio. R non solo esegue gli esercizi, ma interagisce in modo autonomo con le persone e con l’ambiente.

Il progetto si è rivelato stimolante sia per gli educatori che per tutti i bambini che sono stati coinvolti, preparati precedentemente all’accoglienza di R. Tutto il gruppo si è dimostrato pronto ad accogliere R che ha iniziato ad integrarsi in modo più che positivo fino a sentirsi parte del gruppo. E’ stato svolto un grande lavoro di cooperazione e discussione tra genitori, educatori e bambini proprio per trovare la strada più giusta per rendere l’attività di proficua possibile.

R ha imparato a riconoscere i propri compagni e a gestire i propri bisogni. Chiama per nome i coetanei che riconosce come amici, chiama per nome l’educatore e quando si sente stanco chiede autonomamente di fermarsi, all’inizio del percorso la stanchezza era la fonte principale delle crisi di R. Le crisi di rabbia, pianto e ansia sono notevolmente diminuite, grazie alla formazione di rapporti di fiducia reciproca sia tra i coetanei che con gli educatori. R difficilmente all’inizio del percorso si dimostrava affettuoso, ora abbraccia gli amici, abbraccia l’educatrice senza nessun problema. Infatti, come abbiamo potuto notare è sempre da R che partono gesti affettivi soprattutto quando si sente sicuro e soddisfatto, se invece si tenta il contatto in un momento critico abbiamo riscontrato come tale atteggiamento possa notevolmente peggiorare la situazione. Per questo motivo è stato svolto un grande lavoro con il gruppo di atletica proprio per aiutare i bambini a comprendere e a rispettare i bisogni di R per cercare di contrastare l’avvento di episodi critici che andrebbero a ostacolare il lavoro e le dinamiche di gruppo. La soddisfazione più grande provata sia da noi educatori che per R e la sua famiglia è avvenuta quando il bambino ha partecipato e portato a termine la sua prima gara di atletica. In seguito alla gara abbiamo notato come in R fosse cambiata la motivazione durante i corsi e sono iniziate ad emergere le prime grandi conquiste. Infatti R ha partecipato a tutte le gare programmate durante l’anno, vincendo anche due medaglie.

E’ molto importante lavorare in questa direzione di condivisione, discussione e collaborazione con tutti i partecipanti per ottenere risultati migliori

Conclusione

Il percorso che ha condotto il soggetto con disabilità ad accedere allo sport è strettamente connesso con il raggiungimento di una visione di “disabilità” come una fra le possibili caratteristiche dell’essere umano.

Si è cominciato a parlare di sport per persone con disabilità solo verso la prima metà del Novecento quando alcuni medici considerarono l’importanza che tale pratica poteva avere dal punto di vista riabilitativo e motivazionale per i soggetti in difficoltà. Lo sport, infatti, non solo permette di far raggiungere al soggetto un miglioramento dal punto di vista fisico ma contribuisce in modo significativo anche all’evoluzione in senso migliorativo di aspetti psichici e socio-relazionali.

Oggi, alla persona con disabilità, grazie all’introduzione di adattamenti specifici, è garantita la partecipazione all’educazione fisica nelle scuole e a molti tra i più comuni sport, secondo i criteri dichiarati dagli specialisti di attività fisica adattata.

Raccontare storie di persone con disabilità che, nonostante le molte difficoltà, sono riuscite a praticare e conservare la passione per uno sport contribuisce in modo significativo alla conoscenza e valorizzazione di una dimensione, quella dello sport per disabili, non sempre trattata dai media.

Le storie di Bebe Vio e Sara Baldo rappresentano due importanti modelli positivi, non soltanto per persone ed atleti con disabilità ma per tutti noi in generale, in quanto esempi per tutte quelle persone che si ritrovano intrappolati nella paura di esporsi o di essere bersaglio di discriminazione, siano esse persone con disabilità o no.

L’attività sportiva non si ferma al livello di riabilitazione del disabile, compie  un passo notevole in avanti: apre le porte a nuovi orizzonti, nuovi obiettivi e sogni.

Sara Baldo e Beatrice Vio sono solo due storie di ragazze che hanno ripreso in mano la propria vita grazie allo sport.

Esistono molti altri ragazzi che hanno fatto della propria passione il punto di forza della propria vita. Il messaggio che vogliono dare è che un corpo per essere „sano“ non deve essere necessariamente „intero“.

Lo sport ha permesso ai disabili di sentirsi di nuovo vivi e inclusi in tutte le dinamiche della vita che fino a poco tempo fa li  emarginava.

Il progetto educativo “fratelliXsport” lavora in questa direzione, i bambini imparano ad adattarsi a nuovi ambienti, nuovi ritmi e nuovi bisogni.

Lo sport sta contribuendo, progressivamente, a mutare il comune modo di intendere la disabilità come esclusivamente limitante, aprendosi ad una visione includente delle persone diversamente abili come parimenti in grado di partecipare a competizioni di livello e conseguire vittorie mondiali.

Una nuova sensibilità collettiva, unitamente ad un maggior impegno e conoscenze da parte dei professionisti dello sport e dell‘educazione, permettono oggi nuove possibilità e nuove sfide per le persone con disabilità. Nuove motivazioni e nuove speranze incoraggiano sempre più questi soggetti ad esprimere le proprie potenzialità, affrontando situazioni al pari di tutte le altre persone e fornendo, allo stesso tempo, a tutti noi esempi di forza e coraggio dal valore incommensurabile, aiutandoci ad uscire dai nostri confini di ignoranza e paura.

Lo sport è portatore di valori universalmente riconosciuti e validi per tutti, indipendentemente se si tratti di una persona con disabilità o meno e permette di vedere il “diverso” in un’ottica positiva e funzionale, di fatto così facendosi non più solo strumento di integrazione ma riuscendo a superare questo concetto stesso: in tal senso infatti non ci sarebbe più bisogno di integrare, perché non ci sarebbe più alcuna emarginazione. “La felicità che ognuno desidera, d’altronde, può esprimersi in tanti modi e può essere raggiunta solo se siamo capaci di amare. Questa è la strada! E’ sempre una questione di amore, non c’è un’altra strada. La vera sfida è quella di chi ama di più. Quante persone disabili e sofferenti si riaprono alla vita appena scoprono di essere amate! E quanto amore può sgorgare da un cuore anche solo per un sorriso! La terapia del sorriso…”  [Papa Francesco]

A cura di Silvia Taini

Laureata in Scienze dell’Educazione

Istruttrice 1° Livello Fidal

Istruttrice Special Olympics

Atleta Fidal (Brixia Atletica)

 

Riferimenti bibliografici 

  • Bertagna G., Scuola in movimento: la pedagogia e la didattica delle scienze motorie sportive tra riforma della scuola e dell’università, Franco Angeli, Milano, 2004
  • Barausse A., “Appunti per una storia dell’Associazionismo educativo-sportivo dei disabili” in «L’integrazione scolastica e sociale», 6/4, Erickson, Trento, 2007
  • Buonocore M., Mastromattei D., Tosarello M., Disabilità e sport. Dall’integrazione all’inclusione, Nuova Cultura editore, Roma, 2011
  • D’Alonzo L., Pedagogia Speciale. Per preparare alla vita, La Scuola Editrice, Brescia, 2014
  • D’Alonzo L., Handicap: obiettivo libertà, La Scuola Editrice, Brescia, 1997
  • D’Alonzo L., Integrazione del disabile. Radici e prospettive educative, La Scuola Editrice, Brescia, 2014
  • Dainese R., Le sfide della Pedagogia Speciale e la Didattica per l’inclusione, Franco Angeli edizioni, Milano, 2016
  • Farinelli G., Pedagogia dello sport ed educazione della persona, Morlacchi Editore, Perugia, 2005
  • Ghirlanda S., Sport per tutti..Spazio ai disabili, Del Cerro Edizioni, Tirrenia (Pisa), 2003
  • Isidori E., Fraile A., Educazione, sport e valori. Un approccio pedagogico critico-riflessivo, Aracne Editrice, Roma, 2008
  • Pavone M., L’inclusione educativa. Indicazioni pedagogiche per la disabilità, Milano, Mondadori, 2014
  • Ricoeur P., Percorsi del riconoscimento, Cortina Raffaello Editore, Milano, 2005

Sitografia

Materiale grigio

[1]Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Convenzione per i diritti delle persone con disabilità, 13 dicembre 2006, www.unric.org (ultima consultazione 06/09/17)

[2]Legge 13 maggio 1978, n.180, “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori“ (GU Serie Generale n.133 del 16-05-1978) www.gazzettaufficiale.it (ultima consultazione 06/09/17)

[3]Legge 30 marzo 1971, n.118 “Conversione in legge del decreto-legge 30 gennaio 1971, n.5 e nuove norme in favore dei mutilati e invalidi civili”(GU Serie Generale n.82 del 02-04-1971) www.gazzettaufficiale.it (ultima consultazione 06/09/17)

[4]Legge 4 agosto 1977, n.517 “Norme sulla valutazione degli alunni e sull’abolizione degli esami di riparazione nonché altre norme di modifica“(GU Serie Generale n.224 del 18-08-1977) www.gazzettaufficiale.it (ultima consultazione il 06/09/17)

[5] Legge 517/ 77, art. 7, ultimo comma si legge : «Le classi d’aggiornamento e le classi differenziali, previste dagli articoli 11 e 12 della legge 31 dicembre 1962, n. 1859, sono abolite».

[6]Costituzione della Repubblica Italiana, art. 3, 34 e 38 3° comma

[7]Costituzione della Repubblica Italiana, art. 3

[8]Legge 5 febbraio 1992, n.104 “Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate” (GU Serie Generale n.39 del 17-02-1992-Suppl. Ordinario n.30) www.gazzettaufficiale.it (ultima consultazione il 06/09/17)

[9]Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, 23 febbraio 2006, n.185 “Regolamento recante modalità e criteri per l’individuazione dell’alunno come soggetto in situazione di handicap, ai sensi dell’articolo 35, comma 7, della legge 27 dicembre 2002, n.289” (pubblicato in Gazzetta Ufficiale 19 maggio 2006, n.115) www.gazzettaufficiale.it (ultima consultazione 06/09/17)

[10]Legge 30 marzo 1971, n. 118  “Conversione in legge del D.L. 30 gennaio 1971, n. 5 e nuove norme in favore dei mutilati ed invalidi civili“(GU Serie Generale n. 82 del 2 aprile 1971) www.gazzettaufficiale.it (ultima consultazione 06/09/17)

[11]Art.2, 2°comma, legge 118/71

[12]Costituzione Repubblica Italiana, art. 38

[13]Art.28, Legge 30 marzo 1971, n. 118  “Conversione in legge del D.L. 30 gennaio 1971, n. 5 e nuove norme in favore dei mutilati ed invalidi civili“(GU Serie Generale n. 82 del 2 aprile 1971) www.gazzettaufficiale.it (ultima consultazione 06/09/17)

[14]Art.28, Legge 30 marzo 1971, n. 118  “Conversione in legge del D.L. 30 gennaio 1971, n. 5 e nuove norme in favore dei mutilati ed invalidi civili“(GU Serie Generale n. 82 del 2 aprile 1971) www.gazzettaufficiale.it (ultima consultazione 06/09/17)

[15]Declaration on the Rights of Mentally Retarded Persons, adottata dall’Assemblea Generale il 20 dicembre 1971, www.unric.org (ultima consultazione 06/09/17)

[16]Declaration on the Rights of Disabled Persons, adottata dall’Assemblea Generale il 9 dicembre 1975, www.unric.org (ultima consultazione 06/09/17)

[17]Declaration on the Rights of Deaf-Blind Persons, adottata dal Consiglio economico e sociale il 9 maggio 1979, www.unric.org (ultima consultazione 06/09/17)

[18]Trattato di Lisbona, firmato a Lisbona il 13 dicembre 2007 ed entrato in vigore il 1 dicembre 2009, composto  dal Trattato dell’Unione Europea (TUE) e dal Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). Vi sono definiti i valori e gli obiettivi dell’Unione, ivi comprese le strategie europee in materia di disabilità.

[19]Legge 4 agosto 1977, n. 517 “Norme sulla valutazione degli alunni e sull’abolizione degli esami di riparazione nonché altre norme di modifica“(GU Serie Generale n.224 del 18-08-1977) www.gazzettaufficiale.it (ultima consultazione il 06/09/17)

[20]Decreto Presidente Repubblica, 31 ottobre 1975, n. 970 “Norme in materia di scuole aventi particolari finalità” (GU Serie Generale n.104 del 21-04-1976) www.gazzettaufficiale.it (ultima consultazione 06/09/17)

[21]Legge 5 febbraio 1992, n.104 “Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate” (GU Serie Generale n.39 del 17-02-1992-Suppl. Ordinario n.30) www.gazzettaufficiale.it (ultima consultazione il 06/09/17)

[22]Art.2, Legge 4 agosto 1977, n. 517 “Norme sulla valutazione degli alunni e sull’abolizione degli esami di riparazione nonché altre norme di modifica“(GU Serie Generale n.224 del 18-08-1977) www.gazzettaufficiale.it (ultima consultazione il 06/09/17)

[23]Legge 270/82: il sostegno viene esteso anche alla scuola materna; Circolare Ministeriale 258/83: accordo di intesa tra scuola, Enti locali e USL precisandone i rispettivi compiti e funzioni; Corte Costituzionale, sentenza n. 215/87: nell’abrogare l’art.28 della Legge 118/71 sancisce che sarà assicurata la frequenza delle scuole superiori per i portatori di handicap.

[24]Legge 4 agosto 1977, n. 517 “Norme sulla valutazione degli alunni e sull’abolizione degli esami di riparazione nonché altre norme di modifica dell’ordinamento scolastico” (GU Serie Generale n. 224 del 18 agosto 1977 ) www.gazzettaufficiale.it (ultima consultazione il 06/09/17)

[25]L.D’alonzo, Integrazione del disabile. Radici e prospettive educative, La Scuola, Brescia, 2014, p.7

[26]Legge 5 febbraio 1992, n. 104 “Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate(GU Serie Generale n.39 del 17-02-1992 – Suppl. Ordinario n. 30) www.gazzettaufficiale.it (ultima consultazione 06/09/17)

[27]Art. 5-6 L.104/92

[28]Art. 7 L.104/92

[29]Artt. 8, 12, 13, 14, 15, 16, 17 L. 104/92

[30]Artt. 18, 19, 20, 33 L. 104/92; L. n. 68/99 “Norme per il diritto al lavoro dei disabili“; Decreto Ministeriale n. 91/00 “Regolamento recante norme per il funzionamento del fondo nazionale per il diritto al lavoro dei disabili“, istituito dall’art.13, comma 4, L. 12.3.99, n. 68; Circolare del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale n. 4/00 “Disciplina generale per il collocamento obbligatoriowww.gazzettaufficiale.it (ultima consultazione 06/09/17)

[31]Legge 9 gennaio 2004, n. 6 “Introduzione nel libro primo, titolo XII, del codice civile del capo I, relativo all’istituzione dell’amministrazione di sostegno e modifica degli articoli 388, 414, 417, 418, 424, 426, 427 e 429 del codice civile in materia di interdizione e di inabilitazione, nonchè relative norme di attuazione, di coordinamento e finali” (GU Serie Generale n.14 del 19-01-2004)  www.gazzettaufficiale.it (ultima consultazione 06/09/17)

[32]L.D’Alonzo, Pedagogia speciale per preparare alla vita, La Scuola, Brescia, 2014, p.14

[33]F.Vitulo e L.Marchi (a cura di), Per esserti d’aiuto. Una guida per conoscere la legge sull’amministratore di sostegno, le fasi del procedimento ed alcune sue applicazioni, IPSSER e Fondazione Dopo di noi Onlus, Bologna, 2006, www.dopodinoi.org (ultima consultazione 06/09/17)

[34]G. Farinelli, Pedagogia dello sport ed educazione della persona, Morlacchi, Perugia, 2005, pp.29-30

[35]Ivi, p.15

[36]P.Ricoeur, Percorsi del riconoscimento, Cortina Raffaello, Milano, 2005, p.5

[37]G.Farinelli, Pedagogia dello sport ed educazione della persona, Morlacchi, Perugia, 2005, p.22

[38]ibidem

[39]G.Farinelli, Pedagogia dello sport ed educazione della persona, Morlacchi, Perugia, 2005, p.55

[40]G.Farinelli,Pedagogia dello sport ed educazione della persona, Morlacchi, Perugia, 2005, p.49

[41]Ivi, p.53

[42]E. Isidori, A, Fraile, Educazione sport e valori. Un approccio pedagogico,critico, riflessivo, Aracne, Roma, 2008, p.28

[43]Pavone M., L’inclusione educativa. Indicazioni pedagogiche per la disabilità, Mondadori, Milano,  2014, p.26

[44]Mirabile M., Lo sport per i disabili, relazione presentata all’Assemblea dell’Unità Territoriale di Coordinamento di Caserta nel maggio 2009, http://www.bibciechi.it/pubblicazioni/tiflologia/200904/Mirabile.rtf

[45]Ghirlanda S., Sport per tutti..spazio ai disabili, Del Cerro, Tirrenia (Pisa), 2003, p.21

[46]Barausse,  “Appunti per una storia dell’Associazionismo educativo-sportivo dei disabili” in «L’integrazione scolastica e sociale» 6/4, Erickson,Trento, 2007, p. 298

[47]Legge 15 Luglio 2003, n.189, Norme per la promozione della pratica dello sport da parte delle persone disabili, (GU Serie Generale n.171 del 25-07-2003) www.gazzettaufficiale.it (ultima consultazione 06/09/17)

[48]Ghirlanda S., Sport per tutti…spazio ai disabili, Del Cerro, Tirrenia (Pisa), 2003, pp. 23-25

[49]Ivi, pp.25-26

[50]Tabella B del D.M 4 Marzo 1993, n.64 in materia di “determinazione dei protocolli per la concessione dell’idoneità alla pratica sportiva agonistica alle persone handicappate”.

[51]D.M. del 28 Febraio 1983, n. 72 in materia di “Norme per la tutela sanitaria dell’attività sportiva non agonistica”.

[52]S. Onestini , Le attività fisiche adattate, p.1, http://www.bibciechi.it/pubblicazioni/tiflologia/200304/OnestiniEid/rtf.

[53]Legge 5 febbraio 1992, n. 104, “Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate” (GU Serie Generale n.39 del 17-02-1992-Suppl. Ordinario n.30) www.gazzettaufficiale.it (ultima consultazione il 06/09/17)

[54]G. Bertagna, Scuola in movimento: la pedagogia e la didattica delle scienze motorie sportive tra riforma della scuola e dell’università, Franco Angeli, Milano 2004, p. 167

[55]Carta Europea dello sport per tutti, 1984, stilata dal Consiglio d’Europa in seguito alle sollecitazioni di Jean Claude De Potter

[56]S. Ghirlanda, Sport per tutti… spazio ai disabili, Op.cit., p.23

[57]Ghirlanda S., Sport per tutti..Spazio ai disabili, Del Cerro, Tirrenia (Pisa), 2003, p.27

[58]http://meetinability.net/disabilita-e-progressi/disabilita-e-sport (ultima consultazione 29/08/2017)

[59]Ghirlanda S., Op.cit., p.33

[60]Piredda P., L’attività Motorio-Sportiva come Opportunità Formativa Privilegiata nel percorso di sviluppo degli alunni disabili, p.83, www.rassegnaistruzione.it (ultima consultazione 29/08/17)

[61]Bertani P., Sport ed handicap mentale, http://www.accaparlante.it/articolo/sport-ed-handicap-mentale (ultima consultazione 29/08/17)

[62]ibidem

[63]S.Ghirlanda, Sport per tutti..spazio ai disabili, Op. cit., p.36

[64]Piredda P., L’attività Motorio-Sportiva come Opportunità Formativa Privilegiata nel percorso di sviluppo degli alunni disabili, p.84

[65]Castelli G., L’Handicap con lo sport. Un’azione educativa per crescere, in Castelli G. (a cura di), Handicap e Sport. L’impegno del centro socio-riabilitativo nelle attività motorie e riabilitative, Milano, Unicopli, 2008, p.88

[66]Castelli G., L’Handicap con lo sport. Un’azione educativa per crescere, cit. p.91

[67]Gli obiettivi di art4sport. http://www.art4sport.org/index.php?action=notizie&idcat=6&modvis=1&chsez=1

[68]A chi si rivolge l’Associazione. http://www.art4sport.org/index.php?action=notizie&idcat=9&modvis=4&chsez=1

[69]Il netwoork di art4sport – http://www.art4sport.org/index.php?action=HOMEMOD&parsezione=8&chsez=8

[70]Articolo di Francesco Volpe:“Effetto Bebe“, con la Vio diamo l’esempio. Corriere dello sport, 5 Luglio 2017.  http://www.art4sport.org/file/2093attach.pdf

[71]www.nuvolanelsacco.it (ultima consultazione 06/09/17)

[72]www.atleticagavardo90.com (ultima consultazione 06/09/17)

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