Balle Spaziali: il falso mito del vantaggio della programmazione a lungo termine

(Lo Jedi ritorna perchè  non deve pagare il mutuo)

Balle spaziali, oltre ad essere un’espressione di pregevole chiarezza, è un film di qualche anno fa.

Non un capolavoro ma  la parodia di Star Wars, quando da noi il colossal fantascientifico si chiamava ancora “Guerre stellari”.

All’epoca Han Solo era figo, Chubekka un costume di carnevale e, la principessa Leila, anche con tanta buona volontà…appena passabile.

Obi Wan non era un giovane aitante, ma un vecchio e saggio guerriero, che insegnava e duellava vestito in abito da frate francescano.

Il lato oscuro era sì più veloce, ma non più potente.

Ad un apprendista, per diventare un vero cavaliere, occorreva, certo un buon maestro ma, prima e più ancora, anche tanta pazienza.

Il vecchio maestro Jedi d’altra parte era pronto al martirio, pur di preservare la purezza (ma non garantire la salvezza) del giovane discepolo.

Balle Spaziali: il falso mito del vantaggio della programmazione a lungo termine.

Pazienza, abnegazione ed incertezza sarebbe anche quanto dovremmo proporre ad un nostro aspirante atleta quando, da cadetto o poco dopo, mostra di avere quel briciolo di attitudine in più, che gli permette di primeggiare nel giardinetto bonsai dell’atletica nazionale ed internazionale delle categorie giovanili.

“L’atletica vera incomincia a 23-24 anni”

Questo è il mantra che si ripete agli atleti che hanno affollato, affollano ed affolleranno i raduni tecnici di grosse regioni come ad esempio lo è quella lombarda.

Ma non è vero.

L’atletica dopo i 23-24 anni solitamente finisce. O per lo meno stenta.

Soffocata dagli impegni e dalle incombenze del passaggio all’età adulta.

Se non sei stato bravo e in grado di prendere il tuo treno subito, dispiace dirlo, restano solo i posti in piedi. Scomodissimi.

Alleno piccole giovani promesse accanto ad atleti di moderato talento ultra ventenni o ultra venticinquenni.

Uomini  e donne che vivono l’atletica in bilico fra la passione e la frustrazione della ricerca di motivazione nella partecipazione al 15 esimo o ventesimo campionato italiano.

Campionato a cui sanno che dovranno partecipare da comprimari, incastrato fra lavoro (o lavori) studi e famiglia.

Atleti ed atlete validi, ognuno collocato in un punto diverso a metà della lunghissima strada che va dal brocco al campione.

La verità è che oggi in Italia l’unica soluzione per praticare l’atletica a buon livello è il gruppo sportivo.

Ed è lì che bisogna puntare.

E che nel gruppo ci si entra da giovani, spesso per risultati ottenuti da giovanissimi.

La verità è che giovane è relativamente facile.

Da “vecchio” molto meno.

Allora se si ha qualche possibilità occorre sfruttarla prima, perchè dopo è molto più difficile, senza raccontarsi cavolate di un futuro incerto, nebuloso ed imprevedibile.

Nelle categorie assolute (ma già in certa misura da promesse) occorre essere veramente forti e quelli veramente forti sono pochi.

Oppure tanto forti da non aver nemmeno bisogno di un gruppo sportivo.

In Italia gli atleti di questo ultimo livello si contano sulle dita di una mano e, giustamente, son comunque tutti dentro.

E anche quando in un gruppo sportivo ci si entra tardi gli “anni persi” costituiscono una perdita economica che un atleta non riesce a recuperare nell’ambito di una carriera destinata ad essere comunque piuttosto breve.

Partiamo da un concetto: dell’atletica in Italia non gliene frega niente a nessuno.

Di quella in pista men che meno.

Un atleta da 1000 punti tabellari o poco più, trova meno sponsor di un qualsiasi torneo estivo di calcetto organizzato negli oratori della penisola.

Per questi “atleti operai” il gruppo sportivo è una manna.

L’alternativa dei colleghi tardivi o sfortunati è molto più meschina.

I gruppi militari probabilmente non sono perfetti ed ognuno di noi progetta una soluzione alternativa nella città ideale dell’atletica della propria fantasia, ma le fantasie non ti assicurano uno stipendio ogni fine del mese. Il gruppo sì.

L’obiettivo di uno junior è quello di entrarci. Ed è giusto che sia così.

Forse poi, da dentro, ci si lamenta. Ma sono cazzate.

Spaziali.

Borbottii giovanili di chi forse non ha mai provato il lavoro. O per lo meno il lavoro che si fa “fuori”.

Nel gruppo entrano i giovani più forti e ci si entra da Junior.

Se è vero che Jack Frusciante è uscito dal gruppo…. altrettanto vero che dal gruppo sportivo nessuno ci vuole uscire.

I gruppi hanno un sacco di difetti eccetera eccetera e bla bla bla.

Ma fuori è peggio.

 

Di Andrea Uberti

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