Uno sguardo al futuro… 70 anni fa.

Bruno Bonomelli. Uno sguardo al futuro

Essere convinti della novità delle proprie idee e dei propri progetti, talvolta è legato a  ignoranza e presunzione.

Molto più spesso invece, i nostri, sono passi certo nuovi, ma che ricalcano orme già segnate.

Anche quando si tratta di atletica leggera.

Una traccia importante in questo senso l’ha lasciata Bruno Bonomelli: allenatore, giornalista, statistico, polemista, la cui figura, a Brescia e nello stesso periodo di Sandro Calvesi, ha dominato la scena atletica ben oltre i confini provinciali.

E ben oltre i confini del suo tempo.

Rileggere i suoi scritti oggi, nella raccolta “Bruno Bonomelli Maestro d’atletica”,  pubblicazione dell’Asai datata 1994 e curata da Alberto Zanetti Lorenzetti, fa capire che certe conclusioni, oggi come allora, sono l’approdo naturale di un approccio sincero, onesto e intelligente (probabilmente sincerità ed onestà spesso sono il risultato dell’intelligenza quando non teme di affermare se stessa).

In questo modo capita che un sito come ilCoach, per sua natura volto all’evoluzione e alla modernitàriproponga concetti datati ormai quasi settanta anni.

Abbiamo lo sguardo rivolto al 2020, ma gli ashtag “#roadtoTokio” e cose simili, in effetti ci interessano poco e li ignoriamo, propensi a pensare che, presto soppiantati da altre pseudo novità, li vedremo già vecchi prima della prossima tornata Olimpica.

Se qualche presunzione dobbiamo avere, abbiamo quella di provare ad essere legati più alla contemporaneità che non all’attualità ed è con questa idea che riproponiamo qualche passo degli scritti di Bruno Bonomelli.

Operiamo in questo senso una sorta di quinto passaggio di stato, che riporta nell’etere immateriale ciò che è nato nella testa di Bonomelli, è finito su un foglio  di una macchina per scrivere, è passato alle rotative di un quotidiano, è stato condensato in un libro che voleva onorarne la memoria, ed oggi è liberato nuovamente nella rete.

Questo senza dimenticare un altro momento fondamentale, che dà valore alle parole di Bonomelli: quello del passaggio di tante ore sul campo di allenamento e di gara, elemento imprescindibile nella formazione  di chi voglia vestire il ruolo di “intellettuale” dell’atletica.

Le idee  per noi non sono solo di chi ha la fortuna e la bravura di inciamparci.

Sono anche di chi le fa proprie, le riconosce e le tramanda.

Gli uomini senza idee non sono quelli che non sanno arrivare primi, sono quelli che han paura di arrivare secondi e, proprio per questo, preferiscono copiare.

Perché copiare significa diffondere brutte copie, ripetizioni che fanno rumore e confusione rispetto ad un’idea che c’è già e funziona benissimo da sola.

Per guardare avanti insomma, occorre avere una bella memoria.

Bonomelli 70 anni fa scriveva dell’importanza:

  • della statistica;
  • dell’analisi;
  • di operare una valutazione di un movimento sportivo basata, non sul trasporto emotivo di un momento, ma effettuata su base concreta ed oggettiva.

Negli anni 50 diceva che:

ogni campo di atletica ha bisogno di essere corredato da un impianto indoor e da una sala per la muscolazione

 

Basta questo per cancellare ogni perplessità nel riproporre oggi degli spunti “antichi” come quelli di Bonomelli, dovendo al contrario constatare che stiamo vivendo  in un futuro “vecchio” in maniera imbarazzante.

Quel che non cambia oggi come allora, è proprio l’aspetto che ha il futuro.

Ed il futuro, per noi come per Bonomelli, è il tempo del lavoro di ogni tecnico.

Noi oggi non vogliamo consolarci dicendo che gli stessi problemi che affliggono la nostra atletica ci sono sempre stati, che c’è sempre stato chi ha saputo criticare e proporre, ma che, comunque, niente è cambiato o cambierà.

Anzi!

Ricordiamo invece che, alle parole di Bonomelli, aveva fatto seguito un futuro (quello di una trentina abbondante di anni fa), in cui, seppur con le imperfezioni umane connesse ad ogni realizzazione di un progetto ideale, si era data sistematicità ad un processo di evoluzione culturale, nel mondo dello sport e dell’atletica italiana.

Presto vi proporremo software innovativi, nuovi strumenti e tecnologie in grado di offrire soluzioni e possibilità nuove al nostro lavoro.

Ma noi siamo convinti che non saranno principalmente gli strumenti, ma piuttosto le idee ed i progetti che potranno condurci ad una nuova  rinascita della nostra atletica!

Ecco qualche spunto di riflessione tratto dalla raccolta “Bruno Bonomelli Maestro d’atletica”:

[…] “Giovedì 7 maggio a Verona si è inaugurato con una riunione nazionale il campo scolastico. Il campo è attrezzatissimo e dotato anche di una palestra. Una palestra nel recinto di un campo sportivo dovrebbe essere una cosa assolutamente normale, come normale dovrebbe essere, soprattutto in un campo di atletica, una tettoia con una sottostante pista lunga almeno una trentina di  metri, per dar modo agli atleti di allenarsi o di riscaldarsi i muscoli anche quando lo stato del cielo è incerto.

Ma, trattandosi appunto di cose che dovrebbero essere normali, ben difficilmente esse vengono messe in atto dai nostri solerti ed esperti dirigenti del C.O.N.I. e della FIDAL. Verona perciò è una gradita eccezione. […]” (La segreta storia di un primato europeo, l’Unità, 13 maggio 1959)

“[…] Sportiva è quella nazione nella quale il giovane quattordicenne o il signore quarantenne, il primo per una naturale esigenza di carattere agonistico, il secondo per mantenersi giovane, possono quando lo desiderano iscriversi ad una società sportiva che abbia a disposizione una palestra ed un campo sportivo. E questo anche nel più piccolo Comune o nel rione di una grande città. […] ” (L’atletica leggera italiana presenta un modesto bilancio, Sport Italia, 2 marzo 1954)

 

Bonomelli però, per utilizzare un’espressione degli ultimi anni di Carlo Vittori, non era interessato soltanto ai “muri” in cui far crescere la scuola dell’atletica, ma anche allo studio, alla ricerca:

“Iniziando la rassegna dei risultati conseguiti dagli atleti italiani nel 1950, promettemmo ai lettori che avremmo ficcato il bisturi statistico anche nei meandri più reconditi del tessuto atletico nazionale, ma non avremmo mai creduto che il mantenere la promessa ci sarebbe costato una così enorme fatica. Ed invero, l’aver dovuto compilare le classifiche fino al 100° classificato in ogni specialità olimpionica, ci ha fatto sudare le proverbiali sette camicie. Ora però, a lavoro ultimato, la fotografia di quella che è stata l’attività atletica italiana nell’anno dei IV campionati europei, ci si presenta davanti in tutta la sua interessante realtà.

Essendo il primo anno che si fotografa il panorama atletico, fin quasi al limite del suo orizzonte, manca necessariamente ogni possibilità di paragone con altri precedenti panorami.

Può darsi che il lettore sia poco convinto delle ragioni che adduciamo per giustificare e legittimare la nostra fatica statistica; l’eco di queste critiche è già giunta al nostro orecchio. Si dice: ma perché tanto incolonnare di numeri? Ebbene, la legittimità delle nostre ricerche è invece data da un duplice ordine di idee.

  1. Forse di carattere un po’ presuntuoso. Ci illudiamo, infatti, di preparare il materiale per successive costruzioni scientifiche, in quel campo indeterminato che sta fra la demografia, la biologia e l’antropometria.
  2. Costruire degli strumenti sensibili che consentano a critici e dirigenti di constatare se le iniziative prese nel campo atletico per dare nuova vita e nuovi indirizzi al movimento atletico italiano, abbiano o meno raggiunto il loro obiettivo.

Perché è chiaro che spendere milioni, organizzare miriadi di gare di propaganda, le più diverse tra loro, per poi dover aspettare dieci anni, quando si vince cioè un titolo olimpionico o si batte un primato del mondo , ad emettere un giudizio sull’utilità o la razionalità di tali organizzazioni, è un volersi troppo affidare all’indeterminatezza.

Si progredisce meglio invece quando, sulla base di dati il più possibile obiettivi, si possono vagliare esperienze di coloro che ci hanno preceduti e seguire passo passo le nostre.

(Soltanto le cifre ci possono dire quando lo sport è in progresso, Sport Italia 19 giugno 1951)

 

O ancora:

La FIDAL, il CONI devono convincersi che deve essere costituito un centro statistico di studio, onde far sì che tanta nostra esperienza non vada perduta, e che si attinga largamente a quanto di buono si fa nelle altre nazioni sportive. Isolarsi dal proprio passato e dagli altri Paesi non può significare altro che la morte per involuzione.” (L’atletica leggera italiana presenta un modesto bilancio, Sport Italia, 2 marzo 1954)

Bonomelli non aveva di certo accesso agli strumenti offertici oggi, ad esempio, dagli amici di Atletica.me.

Ma ne capiva l’importanza.

E capiva la necessità di apertura ad un confronto anche oltre i confini nazionali, ad una continua messa in discussione delle conoscenze:

[…] “Al congresso di Trieste del 1956 Zauli emozionato annunciò che Oberweger si sarebbe recato negli Stati Uniti “ non per apprendere ma per insegnare” . Ecco allora spiegato come mai Oerter abbia vinto le Olimpiadi; Babka abbia superato i 61 metri, Oerter abbia superato Babka. È chiaro no? Gli allenatori statunitensi hanno carpito il segreto della scuola italiana del disco. Ancora quindici giorni fa lo Zauli in un convegno a Milano ha voluto ribadire come a Melbourne molti domandassero consiglio a Oberweger. Il che è abbastanza logico, perchè la gente non presuntuosa chiede sempre il parere di molti. E dopotutto il triestino vinse una medaglia di bronzo a Berlino 1936. Ciò che sorprende è invece che i nostri dirigenti abbiano la testa così dura da non comprendere che forse anche i nostri allenatori qualche volta potrebbero chiedere il parere di altri.

Forse allora vedremo anche noi in Italia qualcuno lanciare il disco oltre i 50 m.; qualcuno che non sia Consolini naturalmente. Santo cielo, sono forse tutti  rachitici i nostri giovani lanciatori?

Abbiamo gran paura invece si tratti di rachitismo cerebrale dovuto a dosi esagerate di “littorismo” ingerito in gioventù dai nostri dirigenti di oggi e di ieri. ( I sessanta metri nel lancio del disco, L’Unità, 10 aprile 1958)

[…] Ma il discorso deve tornare a Carlo Lievore. Sfiorando gli 80 metri egli non ha certo raggiunto il suo massimo potenziale. Quanto gli abbia giovato l’allenamento invernale impostato in prevalenza sul sollevamento di pesi calcolati “ad hoc”, è certo dimostrato da questa sua terza uscita. Nè bisogna dimenticare che nelle settimane precedenti egli aveva già scagliato l’attrezzo preferito a 77,37 (il 5 aprile a Padova) ed a 74,69 (l’11 aprile a Bologna).

Questa faccenda del sollevamento di pesi leggeri ci costringe però a fare un’amara constatazione. Tale sistema di allenamento muscolare non è di certo una scoperta ultrarecente. Essa era praticata dagli antichi greci e venne ripresa nel secolo scorso. Si può dire che essa è sempre stata presente nelle palestre estere; con qualche infiltrazione anche nelle nostre, naturalmente prima dell’altra guerra. […] Ebbene quando quattro anni fa un tale Bettella, reduce da ripetuti soggiorni in Finlandia parlò agli atleti italiani della pratica di allenamento dei pesi, si vide sommerso dai sorrisi ironici e di compatimento, nonché dalla considerazioni sprezzanti dei nostri tecnici federali. Il che significa che il nostro ambiente tecnico-dirigenziale non desidera affatto entrare in contatto con ciò che si fa all’estero in fatto di atletica.

E purtroppo quando poi accetta qualche rara idea – perché non ne può fare a meno – ha tendenza a trasformarla in dogma che non si può né si deve discutere.

In sostanza costoro non sono certo i diretti discendenti di Galileo, ma coloro che costrinsero con la violenza il grande pisano a ritrattare. (Il giavellottista Carlo Lievore può superare gli ottanta metri, L’Unità, 1 maggio 1959)

I tecnici de ilCoach oggi non si vogliono accontentare dell’aiuto di qualche bellissimo ed utile giocattolo tecnologico.

Vogliono anche trarre vantaggio dalle analisi di chi ha saputo inquadrare in maniera lucida ed intelligente quello che è il centro della questione del nostro lavoro.

 

Le idee non sono solo di chi ha la fortuna e la bravura di inciamparci: sono anche di chi le fa proprie, le riconosce e le tramanda

Di Andrea Uberti

 

 

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