I 4 principi psicologici dell’allenamento sportivo

Principi psicologici

Come abbiamo descritto nell’articolo “Le 3 leggi fisiologiche dell’allenamento sportivo” ogni programma di allenamento dovrebbe seguire gli stessi principi fisiologici, psicologici e pedagogici ritenuti veri e fondati dal punto di vista scientifico.

I 4 principi psicologici influenzano lo stato mentale e psicologico dell’atleta ed in modo indiretto anche lo stato fisiologico.

I principi psicologici dell’allenamento sportivo

1) Principio della partecipazione attiva e consapevole

Secondo questo principio, per ottenere risultati e performance ottimali gli atleti dovrebbero essere coinvolti attivamente nelle scelte che vanno a sviluppare il programma di allenamento e la preparazione alla gara.

Gli atleti non andrebbero considerati dei “partecipanti passivi” che semplicemente eseguono gli ordini ed i comandi dell’allenatore e che aspettano sia sempre quest’ultimo a motivarli.

Spesso questo principio è trascurato sia dagli atleti che dagli allenatori.

Il processo di allenamento andrebbe considerato come una “collaborazione reciproca” tra tecnico ed atleta.

Un noto allenatore italiano di salti in estensione (pure campione del mondo di triplo…), ad un convegno di qualche anno fa che lo vedeva come relatore ci disse:

“io non considero gli atleti che alleno come miei, di mia proprietà, il rapporto che vedo con loro è di collaborazione reciproca. Non sono i miei atleti, ma gli atleti con i quali collaboro, le scelte sono prese insieme ed in modo consapevole”

L’atleta deve conoscere ed essere consapevole degli obiettivi dell’allenamento e dei progetti dell’allenatore, sia di quelli principali che di quelli intermedi.

I progressi nel processo di allenamento dovrebbero essere valutati regolarmente da atleta ed allenatore.

Secondo T. Bompa l’atleta dovrebbe possedere “un ruolo indipendente e creativo” nell’allenamento.

Sicuramente questo principio di collaborazione è di più facile applicazione con gli atleti più esperti, che si conoscono meglio, che hanno idee ed obiettivi chiari e che si allenano da più tempo con lo stesso coach (appunto si conoscono meglio), ma ciò che fa la differenza è sicuramente l’apertura mentale dell’allenatore verso le richieste ed i bisogni dell’atleta.

Ad esempio, con i giovani (categorie cadetti ed allievi) un “giochino” divertente e motivante tra tecnico ed atleti da fare ad inizio stagione potrebbe essere quello di chiedere agli atleti di scrivere, ragionandoci, gli obiettivi per la stagione che si dovrà iniziare a preparare. Si potrebbe anche chiedere di mettere per iscritto altre specialità che si vorrebbero provare nel corso della stagione, gli allenamenti che piacciono di più e quelli che piacciono di meno. L’allenatore senza conoscere le risposte degli atleti scriverà gli obiettivi per i propri atleti. 
Alla fine, tutto il gruppo di allenamento metterà a confronto, insieme, gli obiettivi dell’allenatore con quelli dei singoli atleti. In caso di incongruenze l’allenatore spiegherà il perché delle sua scelta. L’allenatore, valutando cosa piace e non piace agli atleti nel processo di allenamento, potrà anche spiegare perché certi allenamenti spiacevoli vengono svolti e quale scopo hanno ai fini della prestazione. Questo aiuterà a motivare gli atleti anche negli allenamenti meno amati.

Da tenere presente che non importa quanto sia abile ed esperto un allenatore, nessun coach potrà conoscere esattamente cosa e come il corpo e la mente dell’atleta recepiscono e reagiscono ad uno stimolo allenante.

La parola chiave in questo caso è “comunicazione”, l’atleta dovrà fornire i feedback necessari all’allenatore che in base a questi varierà o modificherà la propria programmazione per rendere ottimali gli stimoli e di conseguenza gli effetti e gli adattamenti dell’allenamento.

2) Principio della consapevolezza

Questo principio si collega con quello precedente e prevede che l’allenatore spieghi agli atleti cosa il programma di allenamento prevede, quali sono gli obiettivi a breve e lungo termine e quali sono le gare che si vanno a preparare. Secondo Harre:
“Questo implica anche che gli atleti hanno la possibilità di partecipare attivamente alla pianificazione e alla valutazione del loro allenamento. Questo principio prevede lo sviluppo della volontà e dell’indipendenza dell’atleta”

3) Principio della varietà

L’allenamento è un processo complesso, e gli alti carichi e richieste necessarie per il successo, richiedono l’utilizzo di vari metodi e mezzi di allenamento per evitare la noia e lo stallo delle prestazioni.

Come abbiamo già descritto nel precedente articolo, i volumi di lavoro, negli atleti d’élite possono arrivare anche a superare le 1000 ore annuali, se si vogliono ottenere prestazioni elevate. Questi atleti devono dedicare molte ore di allenamento alla settimana per migliorare le abilità biomotorie, tecniche e tattiche necessarie ad eccellere nel proprio sport.

Questo può portare alla monotonia e alla noia che possono causare una diminuzione della motivazione degli atleti, con un peggioramento anche dei risultati. E’ molto più facile che questo accada negli sport meno complessi e che prevedono allenamenti molto simili durante tutto l’anno (ad esempio le gare di endurance).

4) Principio del “recupero psicologico”

Spesso l’“esaurimento” fisico dell’atleta è conseguenza di una stanchezza mentale, psicologica e nervosa, dovuta alle eccessive pressioni e sforzi mentali che l’allenamento e le competizioni creano nell’atleta. Va considerato che il “carico psicologico” dello stesso allenamento o della stessa competizione su due atleti diversi ma con lo stesso grado di allenamento e di forma fisica potrebbe essere assai diverso. Questo va tenuto presente nella gestione dei carichi di allenamento ed in particolare dei periodi di recupero.

Pensiamo ad atleti d’élite che sono abituati a competere e spesso a vincere in gare internazionali come mondiali, europei etc… L’anno delle Olimpiadi, dove gli allenamenti sono simili e la gara è la stessa (magari anche con gli stessi avversari) per un aumento delle pressioni mediatiche durante l’anno e al momento dell’evento, l’atleta potrebbe sbagliare la preparazione o la gara stessa.

Altri aspetti da tenere presente riguardo l’affaticamento psicologico e nervoso sono le attività “extra-allenamento”. Questo è molto più frequente con principianti ed intermedi (gli atleti d’élite solitamente potendosi dedicare solo a quello sono più controllabili), dove le attività extra-atletica possono influire sullo stato mentale e nervoso dell’atleta. Pensiamo agli atleti-universitari che devono sostenere lunghe sessioni di studio per esami, atleti-lavoratori che magari in quella giornata hanno avuto delle questioni da risolvere, a problematiche sentimentali o familiari che aumentano il carico di stress nervoso e mentale.

Tutti questi fattori andrebbero tenuti presente nella gestione del programma di allenamento, prevedendo anche una sua modifica in caso di eventi “indesiderati” e non risolvibili, ricordandosi inoltre che non tutti gli individui reagiscono psicologicamente allo stesso modo ad uno stesso evento.

Un atleta eccessivamente stanco dal punto di vista mentale potrebbe ottenere benefici da un cambiamento nel programma di allenamento, con l’inserimento di attività meno stressanti e a volte l’utilizzo di allenamenti alternativi che permettano di “staccare la spina” dallo stress psicologico dell’allenamento e delle competizioni.

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Bibliografia

William H. Freeman, Peak when it counts. Periodization for american Track & Field. 4th Edition, Tafnews Press, 2001.

Dell’Angelo A., Uberti A., I fondamenti dell’allenamento in atletica leggera, ilCoach Learning, 2016

 

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