Nocera parla di velocità al Convegno Lombardo

Gruppo Nocera 2

Come più volte abbiamo accennato, a nostro avviso, la formazione è base fondamentale per la crescita di ogni tecnico. Per formazione intendiamo ovviamente la partecipazione a convegni, corsi e seminari, ma anche il confronto ed il dibattito con altri tecnici.

Sabato 17 ottobre, presso il palazzo Coni di Bergamo, la Fidal Lombardia ha organizzato un Convegno sulla velocità con relatore Alessandro Nocera, tecnico del neo campione Under23 Giovanni Galbieri (ma anche Giacomo Tortu, Davide Manenti e Federico Cattaneo ed ex tecnico di Fabio Cerutti). Grande partecipazione all’incontro, con oltre 100 persone che lo hanno seguito durante la parte teorica (circa 2 ore di intervento).

Questi i temi del convegno:

  • Lo sprint da Formia a Toronto: sintesi delle esperienze della “scuola italiana di velocità” e le nuove strade aperte dalle proposte di matrice nord americana;
  • Che cosa è meglio non fare con i giovani: individuazione dei mezzi di allenamento che non pregiudichino il proseguimento “virtuoso” dell’attività.

 

La scuola italiana della velocità

Dopo la premessa di aver iniziato, probabilmente come la maggioranza dei tecnici di velocità italiani, la propria attività da allenatore (circa 17 anni fa) seguendo i dettami della “scuola italiana della velocità” costruiti a partire dagli anni ’70 da Carlo Vittori, Alessandro fa da subito capire che da tempo si è discostato dal modello Vittoriano.

Questi i punti principali, secondo Alessandro, del successo del modello italiano:

  • Pietro Mennea, atleta di straordinario talento ed eccezionali doti fisiche e sicuramente grande uomo, che forse però ha esagerato nell’affermare che “il duro lavoro paga sempre”, facendo quasi passare il concetto che anche “un mulo con il duro allenamento può diventare un purosangue”.
  • Il metodo della scuola italiana della velocità è stato sopravvalutato facendo credere di aver portato un atleta di medio livello a miglioramenti stratosferici. Per sostenere questa tesi Nocera fa vedere, anche se molto brevemente il percorso di crescita di Mennea:
    • 1972 – Mennea a 20 anni partecipa alle Olimpiadi di Monaco dove arriva 2° nei 100 metri (al photofinish) in 10″00 dietro a Valerj Borzov e 3° nei 200 metri Valerij Borzov e allo statunitense Larry Black con 20″30. Da questo momento Pietro si trasferisce a Formia per allenarsi.
    • 1980 – Mennea a 28 anni, dopo aver vinto l’anno prima il titolo Mondiale nei 200 a Città del Messico (19″72 di crono), gareggia anche alle Olimpiadi di di Mosca, dove vince l’oro nei 100 metri in 20″18, mentre nei 100 metri si ferma alle qualificazioni con 10″58

Come afferma Nocera e come si può notare, gli 8 anni di allenamento hanno portato ad un miglioramento nei 200 metri (da ricordare il PB di 19″72) ma ad un regresso nelle prestazioni dei 100 metri.

Mennea, era solito fare il proprio SB (a parte il suo record a Città del Messico) nei 200 metri a a fine stagione (sia nel 1972 che nel 1980) quando vi era un alleggerimento degli allenamenti e non nelle gare più importanti.

La domanda provocatoria di Alessandro:

“Forse l’allenamento di Mennea era per i 200 metri e non per i 100 metri?”

Quanti atleti successivamente sono stati allenati con lo stesso metodo di allenamento anche nei 100 metri?

 

Un modello su misura per un atleta

Secondo Alessandro, in quegli anni, l’allenamento cucito su misura per un atleta come Pietro Mennea (con le sue caratteristiche psicofisiche) è stato fatto diventare un modello e una scuola, quasi senza adattamenti agli altri atleti.

Per sostenere la sua tesi, afferma di aver avuto la possibilità di leggere i diari di allenamento di Franco Ossola (ex velocista anni ’70 che si allenava nel gruppo di Mennea e vantava un primato di 10″70 nei 100 metri). Questo uno degli allenamenti standard (effettuati in gruppo insieme a Mennea)

  • 4 x 5 x 60 metri in 6″8 – rec 2’/5′

Domanda: lo stimolo è lo stesso per Mennea e per Ossola? Per Pietro l’intensità era un pò più veloce di un allungo, per Ossola era praticamente al massimo!

Ovviamente programmi simili, “preconfezionati”, sono stati inviati in tutta Italia, senza dare delle linee di massima e delle indicazioni generali di allenamento da prendere in considerazione per costruire programmi di allenamento personali adatti ai propri atleti, ma con tabelle di allenamento precisi, meticolosi e rigidi con una programmazione settimanale (cosa fare in ciascun giorno), quantità precise e programmate a priori e tempi e recuperi da rispettare.

Questo ha portato ad una sofisticazione dell’allenamento e ad una difficoltà a proporlo ad atleti diversi da Mennea, con allenatori che spesso, dopo averlo provato in maniera integrale lo adattavano tagliando, a volte anche della metà, i volumi di allenamento.

Nessun controllo del recupero del sistema nervoso dell’atleta e proposte di allenamenti che spesso sollecitavano, anche senza volerlo, sempre lo stesso sistema energetico, quello lattacido (l’esempio è il fatto di fare velocità con lavori come quello sopra – 4 x 5 x 60 metri in 6″8 – rec 2’/5 alla fine del quale il sistema lattacido è stato utilizzato in maniera massiccia, seguiti il giorno dopo da prove di potenza aerobica a ritmi all’85% del PB che ancora utilizzavano il sistema lattacido e il 3° giorno il vero lavoro lattacido, per poi ricominciare il cliclo)

 

Modello ritmico

Altro punto cruciale della scuola italiana della velocità è la costruzione di un modello ritmico “standardizzato” a seconda della lunghezza dell’arto dell’atleta: per fare una determinata prestazione il modello prevedeva di dover compiere un numero prestabilito di appoggi (per i 100 metri) calcolati in base alla lunghezza dell’arto inferiore. Ovviamente questa è una misura media in quanto durante la stessa gara la lunghezza degli appoggi varia sensibilmente (pensiamo alla partenza o alla fase lanciata) ed inoltre se valutiamo atleti diversi, anche con arti molto simili, spesso hanno una gestione ritmica della gara totalmente diversa.

 

Il “sistema” Canadese 

Nello stesso periodo, a Toronto, nasce una diversa scuola di pensiero dell’allenamento. A portare avanti tale sistema è Charlie Francis, famoso anche per aver dopato in maniera massiccia. Tale sistema è alla base di molti dei programmi attuali della velocità extra-europei e soprattutto fuori dall’Italia.

Una delle cose positive di tale sistema è la sua semplicità: è un sistema e quindi prevede delle linee guida che permettono ad ogni tecnico di costruire un allenamento su misura per i propri atleti. Ecco i concetti principali:

  • Per essere un velocista bisogna andare veloce (“un mulo non diventerà mai un purosangue”), bisogna avere doti da velocista (quindi prevalenza di fibre veloci);
  • Bisogna fare allenamenti di velocità con prove corse alla massima velocità, con recuperi completi e fino allo scadimento delle prestazioni;
  • Bisogna allenare la forza che serve da sostegno al sistema nervoso. L’allenamento della forza costa molto in termini di freschezza del sistema nervoso, infatti nei periodi di preparazione si ha difficoltà a correre forte. Charlie Francis aveva ovviato questo dopando i suoi atleti: la forza aumentava ma senza creare problemi agli allenamenti di velocità.

Ovviamente Alessandro è totalmente contrario all’uso del doping e spiega che per questo va trovato un sistema per favorire lo sviluppo della forza senza creare problemi agli allenamenti della velocità e questo sistema si chiama RECUPERO. Quindi questo lo schema da seguire nei diversi giorni (indicativo):

  1. Allenamento della velocità (sprint)
  2. Allenamento della forza
  3. Aspettare / Riposare / Allenamenti organici che favoriscono il recupero (i Canadesi il 3° giorno avrebbero sprintato ancora grazie all’uso del doping). Il periodo di recupero è soggettivo e va valutato attentamente dall’allenatore ma è minimo di 36 ore (se l’atleta i giorno dopo fa allenamento di velocità e riesce a correre tempi prossimi al suo max ha recuperato, se va più piano andrebbe valutato un recupero più lungo)

Poi si ripete….

 

Ripetute in allenamento: la stessa distanza può sollecitare meccanismi energetici completamente diversi

Alessandro con 3 esempi fa vedere come si possono allenare diverse componenti energetiche utilizzando le stesse distanze. L’esempio è fatto con la distanza dei 60 metri.

  • 4 x 5 x 60 metri al 90% recupero 2’/5′ – Stimola in maniera massiccia il sistema lattacido;
  • 4/5 x 60 metri cosi divisi: 20 metri di accelerazione graduale + 40 metri al max – recuperi completi – Stimolo del sistema alattacido;
  • 3 x 5 x 60 metri al 60%/70% (controllando la tecnica) rec 30″/5′ – Stimolo del sistema aerobico (allenamento utile al recupero)

Ma quale di questi può allenare la velocità di gara?

 

Le due componenti della velocità

Due allenamenti della velocità possono sviluppare fasi distinte: la fase di accelerazione e la fase lanciata. Per sviluppare la velocità senza intaccare il sistema dall’acido lattico il lavoro di velocità dovrebbe prevedere prove massimali di durate al di sotto dei 5″ di sforzo.

  • Allenamenti per la fase lanciata: partenza in movimento e accelerazione progressiva e dolce. Esempio 4/5 x 60 metri divisi in 20/30 metri di graduale accelerazione e in 40/30 metri alla max velocità;
  • Allenamenti per la fase di accelerazione: partenze da fermo (con o senza i blocchi) accelerando al max su distanze contenute (max 40 metri). Si può chiedere anche di fare 60/80 metri dividendo la prova in accelerazione massimale e fase di corsa in relax (solo controllo tecnico). Esempio: partenza da fermo 4/5 x 60 metri divisi in 30 metri di accelerazione massimale e 30 metri di corsa in totale rilassamento (mollare controllando la tecnica di corsa)

 

Cosa fare, o meglio non fare con i giovani (fino, e a volte anche durante la categoria Juniores)

Cosa fare:

  • Creare una base di abilità motorie generali che supportino in futuro la prestazione (multilateralità);
  • Evitare i lavori lattacidi;
  • Sviluppare la velocità e la rapidità ma con un’adeguata densità degli allenamenti (prevedere il giusto tempi di recupero del sistema nervoso dopo tali allenamenti, per evitare di bruciare l’atleta)
  • Creare le basi organiche (lavori aerobici e a bassa intensità) per favorire il recupero e creare una base utile in futuro;
  • Creare le basi per il futuro sviluppo della forza: didattica e tecnica dei sollevamenti (squat, stacchi, girate e slanci, etc), sviluppo forza generale a corpo libero o con piccoli attrezzi (tutti i distretti muscolari);
  • Insegnare una corretta tecnica di partenza;

Per quanto riguarda il punto sullo sviluppo della forza, Nocera tiene a far notare che la forza massima è importante nell’allenamento del velocista, ma il suo sviluppo va conseguito quando l’atleta è completamente maturo (circa fino ai 18 anni, ma è soggettivo al grado di crescita di ogni soggetto) e prima va preferito lo sviluppo ottimale della tecnica, anche perché fino alla maturazione l’incremento di forza maggiore si ha dalla spinta ormonale (e di conseguenza anche le prestazioni sono dovute principalmente a tale crescita) in modo da avere un arma nuova per migliorare le prestazioni.

 

La tecnica

Alessandro tiene poi a far presente che la tecnica di corsa specifica si migliora correndo a velocità specifiche a quelle di gara, e che tutte le esercitazioni analitiche, essendo svolte a velocità molto inferiori a quelle di gara diventano molto difficili da trasferire a velocità elevate. Quindi è difficile pensare che le andature analitiche possano dare un tranfert alla tecnica di corsa di gara. Sono sicuramente utili per migliorare la coordinazione di base e della percezione dei movimenti ma sono difficili da trasferire in movimenti molto dinamici (esempio di ostacolisti perfetti negli esercizi analitici ma molto meno perfetti quando corrono tra gli ostacoli.

 

La partenza

Uno dei fattori che possono influire positivamente o negativamente sulla capacità di correre forte di un velocista è la partenza dai blocchi e la successiva fase di accelerazione. Nella fase di start e nei primi momenti dell’accelerazione (quando la velocità è ancora relativamente lenta) l’allenatore e l’allenamento possono influire positivamente sia dal punto di vista della prestazione che dal punto di vista tecnico. Questi i concetti base di una buona partenza dai blocchi:

  • Spingere forte e a lungo (completamento delle spinte) sul blocco e nella fase successiva di accelerazione;
  • Buona inclinazione del busto che però deve essere in linea con l’arto di inferiore di spinta;
  • Arto libero che vine richiamato avanti velocemente e prende il terreno sotto al bacino;

Questo per favorire un più veloce avanzamento del centro di massa.

 

Conclusioni

Ovviamente queste sono soltanto alcune delle considerazioni fatte e come spesso avviene quando si fa una relazione di un discorso fatto da altri, si possono interpretare in maniera diversa le stesse parole. L’ideale sarebbe sempre avere la possibilità di seguire ogni intervento per poterlo co)nfrontare con il proprio pensiero.

Con le relazioni ai convegni che seguiamo vogliamo dare la possibilità a un numero più grande possibile di tecnici di poter venire a conoscenza di determinati concetti, anche quando non si ha la possibilità di poter essere materialmente presenti.

Detto ciò sono molto contento di quanto espresso da Alessandro e vi spiego perchè:

Sono anche io un allenatore della velocità (con meno esperienza, soltanto 8 anni) ed ho iniziato anche io la mia formazione da tecnico seguendo i dettami della scuola italiana (Vittori & Co.) e anche io nel corso degli anni ho notato che tali allenamenti:

  • sono quasi impossibili da proporre agli atleti (almeno quelli dei nostri tempi) in termini di volume, intensità e densità degli stimoli;
  • trovandosi sui libri, in tabelle di allenamento preconfezionate, possono portare il rischio del famoso “copia e incolla” soprattutto da parte dei tecnici novizi;
  • appunto essendo preconfezionati non portano a pensare in maniera flessibile alle variabili dell’allenamento (che sono tantissime);
  • premiano il lavoro e la fatica degli allenamenti e non la “freschezza dei gesti”

Anche io negli ultimi anni mi sono avvicinato, complice anche internet, al sistema Canadese (ovviamente comprendendo che la pratica del doping ha tolto molto credito ad esso) e di esso ho trovato interessante:

  • la semplicità dei concetti;
  • l’importanza del recupero nell’allenamento (e non solo della fatica);
  • l’importanza della creazione di un programma di allenamento individuale, costruito su misura per ogni atleta;
  • l’importanza dell’esperienza del tecnico e della conoscenza dell’atleta che si trova ad allenare.

 

Con questi concetti probabilmente si possono trovare punti in comune nei due modelli, inserendo nel sistema Canadese anche metodologie italiane, tenendo presente che è importante il miglioramento e la crescita psicofisica dell’atleta e non dell’affermazione del metodo/sistema di allenamento.

 

In un prossimo articolo presenteremo, attraverso un video, la parte pratica fatta nel’Indoor di Bergamo e dove Nocera ha fatto vedere i punti chiave di una buona partenza!

 

A cura di Andrea Dell’Angelo

 

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