Francesco Dimundo, in Altis ad allenare la forza!

Francesco Dimundo

Dopo aver raccontato tramite vari articoli dell’esperienza di Alessandro Vigo presso una delle strutture più interessanti in ambito internazionale nella gestione e preparazione di atleti di alto livello, l’ALTISabbiamo scoperto che un altro ragazzo italiano si è trasferito per qualche mese a Phoenix per seguire principalmente la parte sull’allenamento della forza. Si chiama Francesco Dimundoe, in linea con la nostra idea di “condivisione delle esperienze”, abbiamo deciso di fargli alcune domande.

Ciao Francesco, per prima cosa raccontaci un pò di te. Qual’è tuo percorso formativo, da dove nasce la tua passione per lo sport, qual’è la tua filosofia nell’allenamento.

Ciao Andrea, prima di tutto grazie per avermi offerto questa grande occasione, spero che queste poche righe possano fornire interessanti spunti di riflessione ai vostri lettori.

Dunque, mi occupo di performance training e sono Pugliese, nato a Bitonto, nell’hinterland nord di Bari, un caratteristico paese del sud Italia sulla costa Adriatica. Il mio viaggio all’interno dello sport inizia con i miei primi passi mossi per rincorrere e calciare una palla in alcuni vicoli di periferia del mio paese insieme a pochi fedelissimi: tutti più grandi di me. Credimi, c’è poco da fare quando non riesci a toccare una palla in quelle situazioni, soprattutto quando vigono le “street-rules”. Con l’iniziale voglia di migliorarmi all’età di 13 anni anziché calciare un pallone decisi di calciare direttamente gli avversari e così, sia per immensa passione che per necessità, abbracciai il Taekwondo fino a raggiungere, 14 anni dopo, il grado di Maestro. Come atleta di Taekwondo posso dire di essermi davvero divertito: ho combattuto in Italia, Spagna, Belgio e UK. A seguito di un brutto infortunio in gara, decisi di dedicarmi anima e corpo ai miei studi universitari già avviati nel settore dello sport e della preparazione atletica, abbandonando la carriera da atleta e concentrandomi nel trovare una risposta concreta ai tanti quesiti in ambito sportivo che erano maturati in me durante i precedenti anni di allenamento agonistico.

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Ho studiato Scienze Motorie e Sportive all’università di Foggia, qui sono rientrato nel progetto Erasmus e ho trascorso un anno all’Università di Valencia in Spagna dove studiavo, mi allenavo e allenavo presso il club di Taekwondo della stessa università. Ho iniziato qui la mia carriera come preparatore atletico. La mia voglia di sapere e di migliorare mi ha spinto in seguito a collaborare con il centro di “High-Performance” dell’Università di Birmingham -UK dove oltre ad atleti universitari e collegiali ho avuto l’onore di allenare “promesse” dello sport Britannico di varie discipline sportive. Ricordo di essere rimasto stupito dall’organizzazione e dalla filosofia d’allenamento anglosassone tanto che decisi di voler approfondire. Così mi trasferii in Scozia per il Masters of Science in Strength and Conditioning presso l’Università di Edimburgo durante il quale lavorai anche come strength and conditioning coach per la squadra di calcio della città di Edimburgo in Championship (Hibernian FC) e come assistente presso lo Scottish Institute of Sport (una sorta di organizzazione governativa che si occupa della preparazione atletica di tutti gli atleti elite-professionistici britannici di varia età). Tornato in Italia, ho lavorato come preparatore atletico per una squadra di calcio di Serie B, un’altra di LegaPro e, nella pallavolo, con una di SuperLega; all’Università di Bari come Sport Scientist.

Le esperienze di quando giocavo per strada da bambino, da atleta di sport da combattimento, di quando ho studiato e lavorato all’estero e in Italia hanno contribuito a formare la mia filosofia d’allenamento: Disciplina, Empatia e Determinazione.

Sei stato 3 mesi in Altis a svolgere un internship. Cosa ti ha portato a prendere questa decisione “coraggiosa”? Cosa hai portato a casa da un’esperienza simile?

La voglia di migliorare come strength and conditioning coach, la smania di allargare le mie conoscenze e confrontarmi con una filosofia ancora diversa da quelle con cui ero entrato in contatto in Spagna, Inghilterra, Scozia e Italia, la mia passione per la ricerca della “biomeccanica ideale” nel raggiungimento della massima velocità di corsa, di salto e lancio/getto mi hanno dato l’adrenalina giusta per mettermi ancora una volta in discussione e fare questa scelta.

 

Credo ci voglia anche un pizzico di umiltà per andare dall’altra parte del mondo per imparare. Non è mai facile lasciare l’Italia ma, come si direbbe in questi casi, senza coraggio e quel briciolo di follia (stay foolish stay hungry direbbe Steve Jobs) scaturito dalla necessità, probabilmente l’uomo sarebbe ancora rimasto sugli alberi. I mesi trascorsi ad ALTIS sono stati più di un internship. Sento di aver allargato i miei orizzonti da un punto di vista professionale; le metodologie di allenamento e i modi di comunicare utilizzati a Phoenix sono molto concreti e poco visionari, della serie: non fare della “perfezione” il nemico del “buono”. Le conoscenze passate mi hanno aiutato ad assorbire nuovi sistemi di allenamento che altrimenti non avrei potuto assimilare. Una revisione del mio bagaglio tecnico e un indubbio allargamento della mia visione, contestualizzata in ambienti molto diversi dal nostro, sono sicuramente il trofeo più grande che porto a casa.

Di cosa ti sei occupato prevalentemente a Phoenix?

Ad Altis sono stato uno strength and conditioning coach. In breve, il mio compito è quello di seguire tutti gli atleti tra le mura della palestra ed in particolare i ragazzi del salto in lungo, multi-events e bobsled sotto l’occhio vigile di Stu McMillan, Dan Pfaff e Kyle Hierholzer. Principalmente mi sono occupato dell’allenamento della forza dei vari gruppi delle diverse specialità sia olimpiche che paraolimpiche ma anche su pista non mi sono tirato indietro nel proporre variazioni al programma.

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Francesco con Dan Pfaff e Greg Rutherford

 

Nell’approccio all’allenamento della forza, trovi differenze tra quanto viene fatto in Altis e quanto avviene in Italia?

Si, tantissime. L’approccio che ho trovato ad Altis è simile a quanto visto in UK anche se è chiaramente distinto per alcuni dettagli. Rispetto all’Italia, invece, le differenze sono abissali. Trovo che in Italia quando si parla di allenamento della forza spesso ci si confonde con l’allenamento tipico del culturismo. Ho saputo di alcuni colleghi italiani che cacciano sistematicamente dalla sala attrezzi i maratoneti e i mezzofondisti vantandosi di avere un metodo di allenamento romanticamente retrò…

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Quindi tutto dipende dalla cultura “dell’allenatore della forza”, nel senso che spesso in Italia si fa molta confusione per quanto riguarda questo tipo di training sia a livello semantico che metodologico. Evitando le solite lamentele, è sconcertante pensare di continuare con il sistema (dis-)organizzativo sportivo che abbiamo a Casa; è sotto gli occhi di tutti il prodotto di alcune Università, Federazioni e centri leader in Italia. Questo sistema casereccio tende a creare una babilonia di attestati e certificati non longitudinalmente trasferibili e non realisticamente spendibili nei diversi settori sportivi che porta oggettivamente ad una grande confusione in un settore che è già complesso per natura. Il colpo di grazia – la netta differenza fra il “sitema americano” di Altis e parecchie realtà Italiane – è dato dal gap linguistico diffuso nella Penisola: le ricerche più aggiornate in ambito sportivo sono pubblicate in inglese, lingua ignorata da una stragrande parte della popolazione italiana e di conseguenza si rimane sempre con quel famoso “passo indietro” rispetto a chi invece è in continuo aggiornamento. Il confronto sulle tecniche e i procedimenti è all’ordine del giorno ad Altis, cosa che ho visto molto raramente in Italia (in diversi sport) dove il “saccentismo” e la “tuttologia” dell’allenatore, sono tali solo perché ha alle spalle la carriera da atleta, che diventa dunque la sola unica strada verso la “conoscenza” e la “competenza”. All’estero queste prassi nostrane fanno (purtroppo) davvero sorridere.

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Hai qualche consiglio da dare, in base alla tua esperienza, agli allenatori e tecnici di atletica italiani?

Il suggerimento che mi verrebbe da dare anche se già sentito ma difficilmente praticato da noi è quello che con il buon senso, con l’umiltà, la determinazione e il costante aggiornamento si raggiungono tutti gli obiettivi. Ho ritrovato questi principi anche in Altis. Altro concetto fondamentale che ci terrei a sottolineare è che la flessibilità nella programmazione è un elemento chiave quando l’obiettivo è la performance senza infortunio.

In ogni caso, in qualunque disciplina, per un coach o per un preparatore lavori, un background formativo e professionale polisportivo fornisce una marcia in più perché si è in grado di attingere da un menù vario, adattabile a qualsiasi tipologia di atleta.

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Ringraziamo Francesco per le interessanti parole, lo sentiremo parlare ancora in alcuni articoli sull’allenamento della forza!

 

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