E se al campo di atletica tu ci trovassi Garibaldi?

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Nell’immagine di copertina da destra a sinistra (della foto): Andrea Uberti, Maykel Masso (2015 World Youth Champion and 2016 World Junior Champion nel salto in lungo), Carlo Buzzichelli, Juan Gualberto Napoles (coach di Masso) e Matteo Comi durante l’ Inernship dell’ ISCI al Centro Olimpico de La Havana (2016).

Chi ha mai visitato una stamperia, chi ha conosciuto gli anni ruggenti della piccola industria lombarda prima della crisi, con un poco di immaginazione può aggiungere la musica al testo e alle immagini di questo piccolo resoconto della mia breve esperienza cubana.

Il Gymnasio dell’Estadio Panamericano,  a patto che si sia ben disposti e  di buon umore (facile per chi  visita Cuba ),visto da fuori, bianco e azzurro e con il rumore di ghisa che sbatte per terra, sembra  l’officina di manutenzione, la cantina, di una industria contoterzista: ricca, ma soltanto di lavoro.

Una di quelle che non lascia marchi: sempre troppo carica e con margini troppo ridotti per ipotizzare qualche manutenzione: portone di lamiera su rotaia, cortina di ferro, finestre, muretti strullati e reti metalliche : vetrocemento.

Dalle finestre il sole abbaglia e capisci che son tagli obbligatori, fatti su pareti create per cercare un po’ di ombra, nel tentativo di modulare la luce, sempre comunque troppo invadente.

Sui muri, dipinti a mano in bella grafia,  motti scoloriti ricordano un po’ il regime e un poco la trattoria o la festa romagnola.

La festa che qui c’è stata davvero: i giochi Panamericani del 1991.

Per quell’occasione, in una posizione troppo vicina all’oceano per resistere a sole, vento e salsedine, Fidel aveva voluto costruire un quartiere, uno stadio ed una scuola d’atletica: un luogo in cui i futuri campioni cubani avrebbero potuto avere un’educazione sufficiente ed una formazione sportiva di primo livello.

Ora sono rimasti una specie di college, un grande stadio bello e diroccato ed una pista d’atletica, dove non è restato nulla più di quanto serva.

E quel che serve prima di ogni altra cosa per fare del grande atletismo:  i campioni.

Di stelle alla Villa Panamericana ne son passate parecchie, e ce ne  sono ancora.

Nuove ed antiche.

Una su tutte: Silvio Leonard, l’uomo più veloce di Cuba, di tutto un decennio (gli anni 70) e lo spettatore infortunato e disperato della vittoria di Hasley Crowford a Montreal 1976.

Qualcuna se ne è andata come è logico che sia, ma, a quanto pare, senza provocare  troppe invidie nè malumori.

Forse senza nemmeno pensare di tradire Cuba, ma giusto per migliorare un po’ la propria condizione e, magari, per nascondere con record e medaglie le ombre dell’atletica di altri, anemica e affaticata.

Le luci invece, quelle elettriche dello stadio, sono finite altrove, chissà in quale altro impianto e i cavi che illuminavano la pista,  ora penzolano da 4 grandi piloni di cemento.

Ma il sole, tutto  intorno, splende.

E all’ombra  è rimasta una strana officina.

Un’officina ricca di lavoro e ricchissima di talento.

Ci metti piede e capisci l’effetto che doveva a fare al giovane Santiago il Campeon l’ombra enorme dell’uomo più forte del porto: il grande negro di Cienfuegos.

E perché avere avuto la meglio su un atleta del caribe sia sufficiente, per un uomo ostinato e per quanto si senta vecchio e consapevole di non poter lottare contro il mare, ad affrontare il proprio destino con  fiducia nella battaglia con  il marlin.

E dentro, al rumore della ghisa, si aggiunge quello del reggaeton.

Arriva gracchiante e distorto, ma non abbastanza per non essere chiaro.

È quasi un semplice promemoria ritmico e musicale.

Viene  intercettato naturalmente da chi ne sa seguire l’onda, ne sa fare improvvisazioni e variazioni. Muove tutta la palestra secondo un ritmo fluente, che posso solo provare ad ascoltare ed osservare affascinato.

Regala movenze inaspettate ad esercitazioni canoniche, a prescrizioni sovietiche che, nella traduzione cubana, restano efficaci, ma diventando colorate, obbligatorie ma non rigide, probanti ma non severe.

La musica la porta sotto braccio un atleta mutilato (qui l’attività paralimpica ed olimpica sembran trovare gli stessi spazi)  ed esce da una radiolona stereo a batterie simile a quelle che, una volta, portavano nelle piazze delle nostre periferie gli urlacci dei Duran Duran, le strofe zuccherose degli Spandau e, se andava meglio, la musica dei Men at Work o dei Police.

È in questo modo che le alzate olimpiche si mischiano ai passi di danza e così, negri formidabili, veneri caraibiche di Puma vestite, ragazzi di grande talento con gli occhi  sinceri e sorridenti, campioni paralimpici, si preparano per l’atletismo.

Un pallone da volley sgonfio, nelle mani di un lanciatore di giavellotto, urla scagliato contro il muro  come il tuono di una tempesta tropicale.

Oppure la botta del canone ostinato di un maglio, ma senza che qui si producano raccordi o valvole: si forgiano medaglie.

O meglio campioni: icone sportive che sapranno dar forza alla politica del paese fuori e dentro i confini nazionali.

Come è sempre stato e ancora continua ad essere. Prima che, forse, tutto cambi.

Campioni e campionesse, eroi nazionali che magari poi ti chiederanno un passaggio, ti proporranno di comprare una maglietta e ti saluteranno l’indomani, amichevoli e tranquilli.

Carlo, Matteo ed io siamo ben accolti.

Qui tutti salutano tutti, come non è, ma dovrebbe essere ovunque.

Il campione è apprezzato e onorato, ma non sembra un divo.

Il custode, il lavoratore dello stadio sono rispettati, tutti smbrano degni del tempo per un saluto nella pausa tra un esercitazione e la successiva e pretenderanno la propria parte di gloria quando il campione sarà stato capace di vincere una medaglia o di stabilire un record.

Carlo ci ha spiegato come non sia stato facile conquistarsi la fiducia.

Ci son voluti anni per acquisire un’autorevolezza guadagnata dimostrando la propria competenza.

Ora porta un po’ di tecnologia, dà consigli a tecnici preparati ed esigenti e fa intravedere  qualche spiraglio di novità su una porta che sta per aprirsi ad occidente.

In palestra, misteriosamente, entra anche il ghiaccio, ma non son riuscito a capire da dove.

È prodotto in qualche stanza nel labirinto delle tribune, entra avvolto nella carta di giornale ed ha la forma di fondi di bottiglie di plastica.

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Usciti da Gymnasio, qualche metro più avanti, da una salita si arriva alla pista e all’interno dell’ Estadio Panamericano che, 25enne progeriaco, sembra uno strano Colosseo.

Per vederlo bene, e ammirare il fascino delle sua rughe profonde, occorre strizzare gli occhi.

Dietro le tribune, il grande camino della raffineria brucia un fumo nero: è una caldaia, enorme e rudimentale, tiene accesa e fa marciare l’isola, alimenta con il petrolio i camion carichi di banane e fa funzionare di notte i vecchi tv color e i condizionatori.

Sotto le tribune, nel ventre dello stadio, nascosti in qualche angolo dei suoi meandri e nelle gallerie, gli atleti cercano l’ombra.

Anche la pista è bruciata: dal sole, dalla salsedine dell’oceano troppo vicino e aggressivo e dai chiodi che, violenti, fanno brandelli di quel che resta di pedane e corsie.

Di fronte, immerso nella bandiera cubana, il volto di Ernesto Che Guevara: l’eroe intrepido della rivoluzione del popolo che, in Europa, tanto ha ispirato a miti e costosi passatempi.

Roba da borghesia: i viaggi alla ricerca di sé, la fotografia,  la scrittura, la veglia in spiaggia, il bivacco promiscuo, lo stile casual ma chic.

Languori tropicali.

Ma Cuba, folklore occidentale a parte, la schiena l’ha tenuta dritta per davvero.

Celebrando i successi di Juantorena, esaltandosi sulle verticalizzazioni insuperate di Sotomayor e appoggiandosi sulle spalle monumentali di tanti Teofilo Stevenson e Felix Savon, sui ring certo, ma anche nelle piantagioni di canna da zucchero e di  frutta, che viaggia su dei camion che sembrano altrettanto forti, carichi, stanchi e apparentemente felici.

Mi appare come un  paese che ha tante contraddizioni, ma si accontenta  ed è orgoglioso delle proprie, senza  prenderle in prestito o farsele imporre da qualcun altro.

Un embargo ai danni di un’isola ricca genera qualche sofferenza sostenibile ma, se blocca la circolazione delle merci, ferma anche quelle delle idee, della propaganda, delle idiozie: Cuba si è dovuta arrangiare con le proprie, retoriche e demagogie comprese.

Meglio così, forse, rispetto a chi è costretto a riempirsi la pancia e la testa di stupidaggini altrui e di seconda mano.

Così un atleta si sente felice di allenarsi per la gloria del proprio paese e, campioni e cittadini, sembran fieri di essere cubani e fanno il tifo per Cuba tutto l’anno.

Non come nella provincia denuclearizzata, dove non sembra mai esserci un motivo di orgoglio della propria nazione  e, tutt’al più, ci si consola dello scampato pericolo  rispetto ad essere nati tedeschi o francesi, oppure spagnoli.

 

Fuori della stadio c’è La Havana e fuori da La Havana c’è Cuba.

E un viaggio a Cuba è sempre anche una occasione per una vacanza.

Tutto quanto ci si può aspettare c’è, ed è proprio come deve essere e come se lo aspetta il turista.

Cuba è sensuale.

Ci sono i colori, le grandi macchine americane, vecchie e fumose, le strade, i mercati, La Habana Vieja, le spiaggie, la gente, la musica, il disordine.

Ma io, per descrivere quello che c’è fuori, uso le parole di Conte e scelgo la voce di Lauzi: “Stupenda l’isola è, il clima è dolce, intorno a me. Ci sono palme e bambù, è un luogo pieno di virtù…Ritmi! Canzoni! Donne di sogno, banane, lamponi!”

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Allo Estadio Panamericano vai e ci trovi Che Guevara.

Ma in Italia: vi immaginereste di trovarci la grande figura di Garibaldi  avvolta nel tricolore sventolante?

Ci sembrerebbe strano anche se, a dispetto della nostra esterofilia, a Garibaldi  non mancherebbe proprio nulla. Anzi! A pensarci bene, tra battaglie e lotte, conquiste di ogni genere, socialismi, ferimenti e viaggi, tradimenti e naufragi marittimi o ideali, “l’Eroe dei due mondi” probabilmente dà anche dei punti al Fuser”. E tutto senza contare che, non per meriti propri, ma per semplici motivi anagrafici, Garibaldi e le sue camicie rosse sono pure arrivate prima. E poi vi immaginate in Italia uno stadio dedicato ad un eroe che forse lo sport lo ha fatto davvero? Un eroe a cavallo, un precursore, un  master ante litteram dell’equitazione, imparata soltanto da adulto e, oltretutto, da allievo di una donna: Anita.  Ad ogni modo, tra la motocicletta di Ernesto io sceglierei il cavallo di Giuseppe che, tra l’altro, è anche una fermata dell’autobus, mi ricorda una canzone e si chiama come mio papà. E allora  servirebbe un  motto che abbia presa, qualcosa di capace di rimpiazzare Hasta la victoria siempre”.

E a anche qui il Generale ci offrirebbe  una gamma importante di possibilità “Obbedisco?” sarebbe decisamente fuori moda e  non sarebbe nemmeno chiaro se il punto interrogativo sia da mettere prima o dopo le virgolette. Stesso discorso per “Qui, o si fa l’Italia o si muoreche sembra ancora più improbabile nel paese del “vai avanti tu, che a me viene da ridere”. “Se sorgesse una nazione di Satana, che combattesse dittatori e preti, mi arruolerei nelle sue file” incontrerebbe invece molto favore in un referendum, ma, poi, non la lascerebbero passare. Dovessi decidere io ed avendo a disposizione una parete piuttosto lunga sceglierei:“È sempre la storia di Socrate, di Cristo e di Colombo! Ed il mondo rimane sempre preda delle miserabili nullità che lo sanno ingannare.” Ma l’Italia è il paese delle mezze battaglie e, per questo, sulla mia maglietta di Garibaldi, reazione autarchica a quella del Che, scriverei :“Esordire con fermezza è già metà della battaglia,”. La verità però è che in Italia non sarebbero possibili né il ritratto né la citazione. Subito partirebbero le fazioni: Garibaldi diventerebbe a turno un negriero, un comunista, un massone, un fascista e un maschilista. Tutto, il contrario di tutto e una grande confusione. Perché da noi si prendono sul serio gli scherzi, mai le questioni serie, si fa un gran baccano e si ha sempre paura di una qualsiasi decisione.

 

Le soluzioni per gestire la nostra atletica invece non richiederebbero né rivoluzioni né rivoluzionari. Qualche spunto, per quanto attuabile in un contesto molto di verso come il nostro, lo potrebbe dare anche il sistema Cubano, che è semplice, alla prova dei fatti vincente e non richiede grandi risorse.

Da quanto ho potuto capire, a Cuba si fa grande atletica con:

  • soggetti di grande talento;
  • 10 allenamenti settimanali veri;
  • attrezzature in condizioni di grandissima usura ma (ancora) funzionali e sempre a disposizione;
  • Grande disponibilità di tempo da parte di atleti e tecnici, che vivono l’atletica come attività principale e sono in ritiro permanente per oltre 10 mesi l’anno;
  • Preparazione culturale elevata dei tecnici ( 2 anni di scuola per il settore giovanile e 5 anni di università per allenare il settore assoluto);
  • Condivisione con colleghi e metodologi della pianificazione dell’allenamento;
  • Registrazione dei lavori e compilazione metodica dei diari di allenamento, che ha permesso l’adattamento alle caratteristiche degli atleti cubani e non la semplice accettazione passiva dei modelli di allenamento sovietici costruiti su atleti europei;
  • Grande competitività: la permanenza nella scuola (e delle prerogative connesse alla status di atleta) è valutata ogni 6 mesi, le assenze agli allenamenti sono valutate con grande severità;
  • Grande competitività all’interno del settore tecnico: le medaglie che contano sono quelle future e non quelle vinte 4, 8 o addirittura 20 anni prima;
  • Impermeabilità rispetto alle mode di sistemi di allenamento “fitness”;
  • Rifiuto della granitica certezza di essere la miglior scuola atletica del globo.

 

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L’occasione per visitare e partecipare alla preparazione della squadra nazionale cubana di atletica, me la ha data Carlo Buzzichelli, direttore tecnico dell’ISCI (International Strength & Conditioning Institute)

L’ISCI organizza corsi di alto livello ed internship internazionali.

Carlo è consulente della nazionale cubana ed ed ecuadoregna di atletica leggera, è un grande esperto nello preparazione della forza, parla, studia e scrive correntemente in cinque lingue, ha una formazione di matrice internazionale, tiene conferenze e corsi in università italiane e straniere, ha pubblicato libri ed articoli e continua ad aggiornarsi.

Ha avuto come maestri personaggi del calibro di Dan Pfaff, è un amico de ilCoach e spesso ci ha dato consigli e pareri nella stesura dei nostri articoli.

Fra gli altri, è coautore con Tudor Bompa di “Periodization Training for Sport”, edito da Human Kinetics, giunto alla terza edizione e tradotto in 5 lingue.

A Cuba ho potuto lavorare ed osservare parecchi atleti di alto livello ed oltretutto in un momento fondamentale della loro preparazione agonistica: quello preolimpico.

Tra gli altri ricordo Yarisley Silva, Yargelis Savigne, Ernesto Revè,Yordanis Garcia, Guillermo Martinez,  Maykel Masso, Christian Napoles,  Adriana Rodriguez, Juan Miguel Echevarria.

Faccio a tutti loro e ai loro tecnici un grande in bocca al lupo e li ringrazio per avermi dato l’opportunità di seguire le prossime Olimpiadi di Rio con ancora più partecipazione e spunti di interesse.

Di Andrea Uberti

 

 

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