Claudio Licciardello: “I miei 400 metri tra Catania, Formia e la Florida”

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Claudio Licciardello, Catanese classe 1986, grazie all’argento ai campionati Europei Indoor di Torino 2009 è stato l’ultimo atleta italiano (uno dei pochissimi, ndr) a vincere una medaglia sui 400 metri in una competizione internazionale.

In quell’occasione, oltre alla gara individuale, è stato autore di una grande ultima frazione di una staffetta memorabile che ha permesso a Claudio, all’Italia e ai compagni Galvan, Marin e Rao  di salire sul gradino più alto del podio.

 

Nell’estate precedente, nella semifinale dei giochi di Pechino, Licciardello era riuscito a portare il personale a 45”25, prestazione che lo colloca come secondo miglior atleta italiano di sempre alle spalle di Barberi e davanti a Zuliani.

Licciardello è stato anche un precursore di quell’ondata di viaggi di atleti italiani verso gli Usa lasciando nel 2011 il caldo della Sicilia per quello della Florida e dell’IMG Performance Istitute di Bredenton diretto da Loren Seagrave.

Gli abbiamo fatto alcune domande per capire cosa possa essere stata l’America per un atleta azzurro.

 

Cosa ti ha spinto a giocare la carta americana e a lasciare l’Italia?

Innanzitutto vi ringrazio per avermi contattato e auguro a tutti voi ed ai vostri lettori un grande 2016, anno molto importante visto l’avvicinarsi dell’impegno olimpico.

Ricollegandomi alla domanda, è esattamente la presa di coscienza di quanto possa essere importante l’anno olimpico, ad aver fatto maturare il bisogno di un più evoluto stimolo psico-fisico, e farmi cercare dei cambiamenti. Il 2012 era l’anno di Londra, occasione per la mia possibile seconda olimpiade. Ho semplicemente cercato il miglior luogo al mondo dove fosse possibile allenarsi ed ho fatto di tutto per andare. Credo che tanti atleti, ad un certo punto della carriera abbiano bisogno di “cambiare le carte del proprio mazzo”, è un motivo per crescere e un momento di confronto che ti rimette in gioco.
L’atletica è uno sport individuale ripetitivo, cambiare luogo di allenamento è uno degli stimoli esterni più difficili da gestire, ma una alta capacità di adattamento porta innumerevoli benefici. Non a caso durante i raduni federali gli atleti spesso esprimono il meglio di sé stessi, vengono messi alla prova. Quell’anno per me è stato un “raduno permanente”.

 

 

Cosa hai trovato in America che un atleta del tuo livello non può trovare in Italia?

Ho trovato un luogo dove permane il culto dello sport. Sport sano, praticato dai bambini e ragazzi. Non tutti sanno che l’IMG academy è una fucina di grandi tennisti. Da li sono usciti tantissimi dei campioni che tutti abbiamo tifato, da Pitt Sampras ad Andrè Agassi, fino alla Kournikova e la più recente Sharapova. Tutti piccoli campioni che varcano il cancello a 10-12 anni, lasciando parenti e amici nelle loro patrie, ed escono campioni affermati noti in tutto il mondo. L’accademia li porta a diventare professionisti.  Da qualche anno sono stati aperti dei ambienti di specializzazione su diversi altri sport, calcio, football americano, basket, baseball e atletica. È cosi che, affascinati dalla storia dell’accademia e dai progetti proposti, tanti allenatori di altissima specializzazione hanno accettato di lavorare all’interno dell’azienda.

Quello che ho imparato è che alle spalle dello sport professionistico, quello fatto di grandi atleti e grandi tifosi, è necessario ci siano delle aziende serie. L’atleta deve essere messo nelle migliori condizioni per allenarsi, rispettando in primis se stesso ed il proprio fisico. Trovare i migliori orari di allenamento non in base agli impegni che possano avere le persone con cui lavora, ma in base a come il fisico risponde alle sollecitazione proposte. Avere la possibilità di sottoporsi costantemente al monitoraggio dello status biologico del proprio corpo attraverso analisi e riuscire a programmare serenamente gli interventi fisioterapici di scarico muscolare.

Strutture dedicate all’allenamento che ti permettano di avere accesso, senza doversi spostare, a palestre, piscine, campi in erba, piste di atletica, salite, ed attrezzature all’avanguardia.

Così un runner può sentirsi un professionista.

 

Un’esperienza di un giovane che decide di vivere all’estero può essere un’opportunità formativa anche al di là del punto di vista atletico. Cosa ha dato l’America a Claudio Licciardello? Consiglieresti di partire ad un giovane promettente?

Credo che molti dei nostri giovani abbiano, nei viaggi e negli spostamenti, alcuni dei motivi più frequenti di stress psico-fisico. A mio modesto parere bisognerebbe lavorare per superare questa barriera perché l’atleta evoluto deve costantemente fare i conti con i Jetlags. In questo senso l’esperienza in USA mi ha permesso di crescere moltissimo.

È stato un anno di sacrifici. Casa-allenamento, non esisteva molto altro. Ho imparato a saper soffrire, trasformando e incanalando qualsiasi stato d’animo in voglia di vincere. Questo è uno dei più importanti insegnamenti si possano apprendere.

Non so se consiglierei ad un giovanissimo di lasciar tutto e scappare dall’altra parte del mondo, però quello che consiglierei è certamente di scegliere il proprio luogo di allenamento con cura e soprattutto di non aver paura di affrontare cambiamenti. Sono i cambiamenti che maturano l’essere umano.

Invece quello che mi sento di consigliare a tutti gli atleti di altissimo livello in Italia e di guardarsi attorno e chiedersi, ogni anno, se il luogo dove trascorrono gran parte delle loro giornate, donando fino all’ultimo briciolo di fiato, come solo uno dei “nostri” sa fare, li aiuti a migliorarsi..

 

Catania, Formia e Bradenton? Cosa ha ciascuno di questi posti in più rispetto agli altri due? E cosa di meno?

Sono tre città cosi diverse ma per certi aspetti nella mia testa suonano con la stessa nota.

Catania è casa mia, il luogo dove tutto è cominciato. La figura che immediatamente si fa spazio è quella del Professore Di Mulo. È lui il mio mentore. Di sicuro tra le figure di riferimento per i tecnici della velocità italiana degli ultimi vent’anni. Formia è una seconda casa, un luogo che amo, dove sono sempre riuscito ad esprimere il meglio delle mie capacità. Il CPO dovrebbe essere un luogo più amato dagli atleti. Bradenton invece mi piace rappresentarlo come “un ufficio”. Un ufficio in cui ho, per un’anno, lavorato sodo.

 

Loren Seagrave e Filippo Di Mulo. Cosa differenzia il loro modo di pensare i 400 metri e come cambia il ruolo e cosa c’è di diverso nel mestiere di allenatore per un tecnico top in Italia e top negli Usa?

Come detto Filippo Di Mulo è certamente una delle figure di riferimento dell’atletica italiana di ogni tempo, insieme a Pisani e Bonomi, ha fatto la storia della velocità recente. Il prof. e’ sempre stato all’avanguardia. È stato capace di apprendere tutto il possibile dai suoi maestri riuscendo sempre ad evolvere di anno in anno il proprio modo di programmare.

Seagrave, adesso advisor per la FIDAL, ha saputo rispettare la mia impostazione, credendo fermamente nelle mie capacità di sprinter. L’anno negli USA ha modificato profondamente la mia azione tecnica migliorandone l’efficacia e la potenza. Insieme alla base organica in mio possesso, con tanti anni di volumi ad alte intensità, poteva essere una accoppiata vincente.  Purtroppo i miei limiti sono stati sempre quelli di grandi fragilità articolari e tendinee che non mi hanno permesso di esprimermi. Nel 2012, dopo un grande periodo di preparazione invernale ho corso solamente due gare distanziate da lunghi periodi di stop forzato, dovuto al tendine d’achille sinistro (operato tre volte durante la mia carriera), correndo 46.22 all’esordio assoluto e 46.15 dopo due mesi con poco più di dieci allenamenti.

 

L’ultima edizione dei mondiali di Pechino ha fatto capire che i 400 metri stanno vivendo  un cambio di marcia simile a quanto è accaduto negli ultimi 10 anni con 100 e 200. Per accedere alle grandi finali bisogna correre in 44” e spiccioli e correre in meno di 44”non è più una garanzia di vittoria.
Credi che per gli italiani i 400 metri stanno  diventando l’ennesima specialità dove non è più lecito sognare di vincere qualcosa?

L’atletica è cambiata. Tutti i runners di altissimo livello hanno alle spalle importanti organizzazioni che li sostengono e li migliorano. Siamo entrati nell’era del professionismo. Se non ci attrezziamo, immediatamente, lavorando per una maggiore specializzazione dei nuovi tecnici e alla ricerca di nuove metodologie di lavoro resteremo inesorabilmente indietro.

Da ex atleta, studente in scienze motorie e neo tecnico, sono sempre alla ricerca di nuove esperienze, di nuovi punti di riferimento. Bisogna avere la curiosità di capire perché i nostri vicini di confine (senza scomodare le personalità d’oltre-oceano) corrono mediamente un secondo e mezzo meno di noi. In questo momento pensare di vincere qualcosa di importante è utopico, lavorerei sulle fondamenta, sui giovani che si affacciano al professionismo, regalandogli dei tecnici e maestri di vita all’altezza dei loro sogni.

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L’Italia a livello maschile negli ultimi anni è riuscita ad esprimere qualche buon 400 ista (oltre a Claudio, ricordiamo Barberi, Vistalli, Galvan e lo stesso Andrew Howe) senza però essere stata capace di cogliere successi in campo internazionale.
Secondo te perché non riusciamo a sviluppare talenti in grado di primeggiare per lo meno a livello continentale?

Il primo dato da considerare per questa analisi è la propensione agli infortuni. Ho recentemente raccolto una serie di dati, riguardo alle percentuali di infortunati in Italia, tra gli atleti che preparano i 200 ed i 400 metri, ed i risultati sono impressionanti. Se pensi, inoltre, che tra gli atleti che citi nel testo della domanda, TUTTI hanno avuto interventi chirurgici al tendine d’achille o importanti problemi legati allo stesso, puoi renderti conto dell’importanza di tale dato.

L’Italia non riesce a sviluppare il talento dei propri atleti perché troppo spesso, gli stessi, sono costretti a richiudere le ali a causa di problemi fisici, legati SOLO ed ESCLUSIVAMENTE alla programmazione dell’allenamento.

Abbiamo lavorato, (e ancora “lavoriamo”) a intensità troppo alte. Il quattrocentista è un velocista che lavora ritmi mediamente troppo alti durante quasi tutti gli allenamenti che produce. L’impostazione classica, ci ha abituato a usare tantissimo volume di lavoro ma è lo svolgerlo ad intensità altissime ad aumentare la propensione agli infortuni.

 

Da atleta che di successi in staffetta se ne intende….e alla luce di alcuni dei appena nomi citati…Non credi che con un po’ di coordinazione (tecnica) in più la 4×400 azzurra del recente passato abbia perso alcune opportunità di far bene anche all’aperto?
La preparazione 400 metri per molti anni in Italia, dai livelli più modesti fino alle eccellenze nazionali, ha significato sessioni di allenamento condite da grandi mal di testa, prove lattacide corse sul filo del volta stomaco e terminate spesso a carponi a bordo pista .
Generazioni di velocisti sono stati scoraggiati a passare dallo sprint puro alla velocità prolungata proprio alla luce dei “maltrattamenti” patiti dagli sfortunati compagni 400 isti.
Stiamo esagerando…ma non credi che forse abbiamo preso troppo alla lettera la definizione di “giro della morte”?

Queste considerazione mi trovano totalmente d’accordo. Il quattrocentista italiano medio non è un atleta felice. Bisogna semplicemente ritrovare la strada per lavorare serenamente senza la paura di un allenamento troppo intenso o “lattacido”. Allenamenti più estensivi, con tanto comparto aerobico a tolleranze lattacide sempre più corpose possono essere una soluzione. Ma non c’è una ricetta per andare forte. Credo fermamente che vada sempre rispettato il talento. L’atleta di talento ha semplicemente bisogno di costanza, non di nausee.

Poi bisogna anche guardare in faccia la realtà. Non potendo avere a che fare con “i grandi numeri” consideriamo duecentista qualsiasi atleta varchi la soglia dei 20″50. Nel panorama nazionale riesco a vedere dei grandi quattrocentisti rilegati alla “mezza distanza” un po’ per pigrizia, un po’ per malcostume. Secondo me infondo l’Italia ha più quattrocentisti di quanto non si accorga.

Per quanto riguarda la staffetta 4×400 credo che la Federazione stia facendo e abbia fatto il possibile per mettere nelle condizioni le squadre giovani di formarsi ed esprimersi al meglio. Se non ci sono stati risultati è perché un’intera generazione di atleti ha purtroppo perso di vista i propri obiettivi. Ricordo che per me andare in raduno o in trasferta era una festa ed una nuova esperienza ed addirittura che piansi quando assegnarono il “mio” mondiale Junior a Grosseto, pensavo che Grosseto fosse troppo a casa per un mondiale. Adesso, vedo delle facce diverse ai raduni.

 

Cosa succede in questo senso in America e nelle altre nazioni che hai conosciuto?

Tante nazioni hanno adottato delle strategie di sharing-experiences. Raduni e incontri in diverse aree geografiche, approfittando del vantaggio offerto dalle diverse situazioni climatiche, lavorando sempre a climi miti e aprendosi al confronto con le diverse culture sportive degli esperti degli altri paesi con cui si viene a contatto. Belgio, Francia, Germania, Polonia, Usa, Jamaica, Cina sono tutte realtà atletiche “in movimento”.

 

E per Claudio Licciardello qual è l’ingrediente fondamentale per preparare un 400?

Non mi permetto di dare una “ricetta dell’allenamento” perché non esiste. Si può sempre migliorare anche nel migliore dei casi. Quello che consiglio ai miei colleghi che si affacciano al mondo della preparazione atletica e di rispettare sempre il fisico e la mente degli atleti con cui collaborano. Ascoltare è il miglior feedback per preparare al meglio un’atleta al prossimo allenamento.

 

Cosa rappresenta l’atletica per Claudio Licciardello oggi? Le scarpette sono definitivamente appese ad un chiodo? Chi è e cosa fa Licciardello fuori dalla pista?

In questo momento, lavoro nell’ufficio tecnico Fiamme Gialle e in collaborazione con il tecnico Porcelluzzi, ci occupiamo a 360° del settore velocità. Sono aspirante tecnico di secondo livello federale, nonché studente di scienze motorie ed il futuro è certamente con lo sport al centro della mia vita.

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Per me l’atletica è davvero stata tutto. Sono grato a tutti coloro abbiano speso anche una sola parola di apprezzamento nei miei confronti e a coloro i quali abbiano in qualche modo criticato qualche scelta fatta o presa. Sono un uomo migliore anche grazie a loro. 

Non posso non ringraziare la famiglia Fiamme Gialle per il modo in cui da sempre mi è stata vicino. Interlocutori esperti e grandi amici che mi hanno accompagnato durante tutto questo percorso. Mi vengono in mente il Col. Parrinello e il T.Col. Di Paolo quali guide di questa famiglia e spesso fratelli maggiori con autorevoli e affettuose strigliate, e il Direttore Tecnico Di Saverio e il Magg. Battella, cari amici a cui auguro di gestire la migliore rosa di sempre che è quella che verrà.

Nel tempo libero sono un appassionato di fotografia. Sono fotografo e content editor di un noto blog di moda (www.lespritrouge.com) ed ho aperto da qualche mese un sito personale dove amo esporre la mia idee di fotografia www.claudiolicciardello.com

Vi ringrazio davvero per queste interessati domande e vi faccio il più sincero in bocca al lupo per il vostro sito internet, e rinnovando gli auguri di un buon 2016 saluto tutti i lettori.

 

Un grazie a Claudio per la grande disponibilità offerta.

Dalle sue parole siamo convinti che, anche se l’Italia dell’atletica ha perso un atleta, di certo sta guadagnando un tecnico.

Sottolineiamo e rimarchiamo queste sue parole Non mi permetto di dare una ricetta dell’allenamento perché non esiste”. Questa è una frase che, a nostro avviso, ogni tecnico, anche il migliore, dovrebbe ricordarsi sempre…

 

A cura di Andrea Uberti

 

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