3000 siepi: un po di storia

Come ricorda Quercetani nel suo bellissimo libro dedicato alla storia dell’atletica: “praticamente vuota è la storia delle siepi, per quanto riguarda il secolo XIX”.

L’origine stessa di questa specialità non è certa e, come spesso succede, realtà e fantasia si sono mescolate nel tempo, dando vita sicuramente ad una versione “storica”  ma anche ad una certamente più romantica.

La prima riporta alle gare ippiche con ostacoli e lo stesso termine inglese “steeplechase” (corsa ad ostacoli riferita all’ippica) sembra confermare questa ipotesi. In particolare si può riferire l’episodio riportato da Quercetani a cui si riferisce la nascita di questa disciplina. Siamo in Inghilterra, culla dell’atletica mondiale e …

in un pomeriggio del 1850 alcuni studenti dello Exeter College di Oxford stavano commentando una gara ippica di “steeplechase”, della quale erano stati poco prima i protagonisti. Uno di loro, Halifax Wyatt, era stato disarcionato da cavallo. Fu lui, a un certo momento, a saltar su con questa frase: “Piuttosto che montare di nuovo su quella specie di cammello, preferirei assolvere a piedi queste 2 miglia ad ostacoli!” Gli amici lo presero sulla parola e in quello stesso anno si tenne a Binsey, presso Oxford, la prima corsa con siepi, su un percorso di 2 miglia (m. 3218.69) comprendente 24 ostacoli!
Vinse, com’era giusto, il signor 
Wyatt.” Halifax Wyatt

 

In Italia nascono competizioni più bizzarre  in cui gli atleti dovevano superare ostacoli anche con un volteggio e l’arrivo “era in realtà… un muro, da toccare ovviamente prima degli avversari!”.

Bisognerà aspettare l’inizio del ‘900 perché si inizi a codificarne la gara, ma già alle Olimpiadi di Parigi furono proposte nel programma ben 2 competizioni denominate  “steeplechase”, una di 2500 metri e l’altra di 4000 metri. Particolare non da dimenticare è che una delle barriere era di pietra!!

Per diversi anni rimasero le corse sulle siepi rimasero su “distanze miste” con molte differenze sia nella lunghezza da percorrere che nella natura degli ostacoli da superare e solo a partire dai Giochi di Anversa del 1920, data storica per le “siepi”, furono inserite per la prima volta nel programma-gare i 3000 metri con le siepi.

Primo campione Olimpico fuun inglese di grande “envergure”, il trentenne Percy Hodge. Le cronache del tempo dicono che era capace di superare gli ostacoli tenendo in mano un vassoio sul quale posava una bottiglia di birra aperta, senza versarne una goccia.
Poche settimane prima dei Giochi di Anversa dette una riprova eclatante del suo valore sulle 2 miglia siepi dei campionati AAA, a Londra.
Nel secondo giro fu ferito dal chiodo della scarpetta di un avversario. Dovette fermarsi per sistemare in qualche modo la scarpetta, lacerata nell’impatto, e riprese a correre quando il gruppo di testa era avanti a lui di 100 yards.
Senza scomporsi, colmò gradualmente il distacco e vinse con 60 yards di vantaggio in 11:22 4/5!”
In quella finale corse anche il monzese Ernesto Ambrosiani, che potremmo definire il primo siepista nostrano. L’italiano era all’esordio sulla distanza perché nella penisola fino al 1922 si erano corsi solamente i 1200 in cui “per ogni giro c’erano 4 barriere, tutte diverse l’una dall’altra!”.

 

La scuola scandinava

Come abbiamo visto le siepi nascono e si sviluppano in Inghilterra, ma sono gli atleti scandinavi che, per primi, affrontano la gara con il giusto approccio tecnico sotto la spinta di una grande movimento atletico che aveva in Paavo Nurmi la punta di diamante.
Fu però un suo connazionale e rivale, Ville Ritola, a conquistare la medaglia d’oro a Parigi nel 1924. Quest’atleta dovette “spostarsi” sugli ostacoli e trasformarsi in siepista perché chiuso dall’imbattibile rivale sul piano. Lo stesso Paavo Nurmi tentò poi l’avventura delle siepi nell’edizione Olimpica del 1928, ma si dovette accontentare del secondo posto; questo risultato suonò come una delle più grosse delusioni di quella Olimpiade perché tutti si aspettavano una sicura vittoria.

Volmari IsoHolloL’apice della scuola finlandese fu espressa da Volmari IsoHollo. Dalla foto qui accanto, si nota la compostezza del gesto tecnico al momento del passaggio della barriera. Egli vinse  a Los Angeles in “… 10:33.4. Questo tempo parve fin troppo modesto, in considerazione del fatto che cinque giorni prima Iso-Hollo aveva vinto la sua batteria in 9:14.6. Da un successivo controllo risultò che il “contagiri” — un sostituto di quello inizialmente previsto, assente per indisposizione — aveva commesso un errore, facendo correre agli atleti un giro in più. Per mutuo consenso, i concorrenti non chiesero la ripetizione della corsa e l’ordine d’arrivo rimase quello sancito dopo m. 3.460 ”.

Dopo i successi degli atleti finlandesi, fu la volta dei cugini svedesi a dettare legge nelle “siepi”, capaci di far registrare il primo tempo sotto la barriera dei 9 minuti. Accadde il 4 agosto 1944 a Stoccolma quando Erik Elmsater (nato il 7 ottobre 1919 a Stoccolma) coprì la distanza in 8:59.6. “Egli ottenne questo tempo su un percorso comprendente 37 ostacoli”.

Fino al 1954 non esistette una regolamentazione delle gare e il numero degli ostacoli variava a seconda della manifestazione e dello stadio. Nel congresso dell’IAAF, che si tenne in quell’anno a Berna, nascono le “siepi” moderne, quelle che ancor oggi conosciamo: 3000 metri con 28 ostacoli alti 91,4 cm e 7 fossati lunghi 3,66 metri ed una profondità di 70 cm.
Si iniziò così a registrare anche il record del mondo e il primo primatista fu l’ungherese Sandor Rozsnyói che corse la distanza in 8:49.6. Cresce e si sviluppa in questi anni anche la scuola polacca che avrà protagonisti capaci di esprimersi ai massimi livelli per più di 40 anni.
Il livello tecnico sale sempre più con atleti in grado di ottenere grandi tempi anche “sul piano”.

Il primo primatista italiano fu Gianfranco Baraldi che mettendo a frutto la sua velocità ottenne 9:06.6, tempo col quale figurò 89° ex-equo nella lista mondiale di quel anno”.
Dopo una parentesi, in cui furono gli atleti russi ad emergere ed a lottare contro polacchi, negli anni sessanta dominò il belga Gaston Roelants, atleta di grande talento, dominatore dei cross e capace di vincere in tutte le manifestazioni. Fece registrare il primo tempo sotto gli 8’30” nel 1963.

 

1968: arriva il Kenya

Nel frattempo i keniani erano già apparsi sul palcoscenico mondiale nel 1960 a Tokio dove  vinsero la medaglia di bronzo con Wilson Kiprugut nella gara degli 800. Anche a causa dell’altitudine che sconvolse l’equilibrio mondiale, fu l’Olimpiade di Città del Messico del 1968 a sancire l’inizio del loro dominio nelle siepi. Ad imporsi fu “il quasi sconosciuto Amos Biwott un keniano che regolò in volata un altro connazionale di lui più noto, Benjamin Kogo, 8:51.0 contro 8:51.8”. Di lui si dice che, proprio durante la finaleolimpica, fu il primo atleta a superare la riviera con un unico balzo, senza appoggiare il piede sulla barra superiore. In quell’occasione il grande battuto fu il finlandese Jouko Kuha, che il 17 luglio a Stoccolma aveva riacceso vecchie passioni conquistando il record mondiale con 8:24.2.

Da allora, in poche e clamorose occasioni, gli atleti degli altopiani si sono lasciati sfuggire la vittoria.

Anders GàrderudNel 1971 apparve per la prima volta un’atleta che fece la storia delle siepi: lo svedese Anders Gàrderud. Molto veloce anche sul piano (1:47.2 negli 800 m, 3:36.73 nei 1500 m, 3:54.45 sul miglio e 13:17.59 nei 5000 m), fu un esempio di tecnica e, sostanzialmente, il primo vero (forse ancor oggi il più grande) riferimento tecnico della specialità, capace di portare il primato del mondo ad un “moderno” 8:09.70 a Stoccolma il 1° luglio 1975 (quasi 30 anni fa!!!). Riuscì ad ostacolare i talenti dei keniani Kipchoge Keino e Ben Jipcho, organicamente più dotati, ma con una gestione atletica ancora limitata e parziale. Jipcho sprecò le proprie qualità passando al professionismo con la “troupe” dell’americano Mike O’Hara: “E di ostacoli non si parlò più”.

Garderud vinse anche l’edizione dei Giochi Olimpici di Montreal stabilendo ancora una volta il primato mondiale e spingendo altri atleti europei ad ottenere tempi di valore assoluto (il polacco Bromislaw Malinowski su tutti).

Il primo record mondiale ottenuto da un’atleta africano nelle siepi, fu del keniano Henry Rono. “Nel suo -Anno degli Anni-, il ’78, Rono partecipò a ben dodici gare sulle siepi, vincendone dieci. Centrò l’obiettivo del record mondiale il 13 maggio a Seattle con 8:05.4. Fu praticamente un “assolo”, con frazioni al chilometro in 2:42.0, 2:42.8 e 2:40.6. Se pensiamo che qualche settimana dopo, nelle condizioni presumibilmente più favorevoli di Oslo, il keniano corse i 3000 piani in 7:32.1, si può rilevare un differenziale piano ostacoli di 33.3, decisamente alto rispetto a quelli di Garderud (8:08.02 – 7:47.8 = 20.2) e Malinowski (8:09.11 – 7:42.4 = 26.7). Sembra facile concludere che Rono, come siepista, rimase un prodigio incompiuto”. Fu il vizio dell’alcool che gli impedii di esprimere tutto il suo potenziale in modo compiuto.  Quello che gli africani non ottennero per mancanza di programmazione tecnica,  di capacità di gestione personale e ’attività “snervante” imposta dai vari manager, riuscì agli europei con lo stesso Malinowski che vinse a Monaco nel ’72.

In questa occasione ci fu il tentativo di “passaggio” alle siepi di un grande atleta del “piano”: il tanzaniano Filbert Bayi, ex-recordman dei 1500 piani. Ma, come era stato per Nurmi prima, e come accadrà in seguito per Auita battuto del nostro Lambruschini, non gli bastarono le sue grandi capacità di ritmo per emergere in questa particolare disciplina. Negli anni ottanta si verificarono grossi progressi significativi e gli europei tentarono di contrastare il predominio degli atleti keniani. Anche gli italiani emersero con validi atleti grazie ad una scuola tecnica che in questi anni dimostrò di essere all’avanguardia metodologica. Con il polacco Maminski, un paio di tedeschi ed il francese Mahmoud, che nel frattempo miglioro’ il record europeo di Garderud, in Italia si misero in evidenza Mariano Scartezzini (secondo nella Coppa del  Mondo 1991) e, soprattutto, Francesco Panetta  che, nell’edizione romana del 1987, vinse il titolo mondiale con il tempo di 8.08.57 (ancora oggi primato italiano). Francesco era un’atleta votato all’attacco, che gradiva le gare sul ritmo e che fin dai primi metri preferiva staccarsi dal gruppo ed andarsene da solo. Non molto tecnico (da qui la difficoltà di superare le barriere in gruppo), Panetta aveva nel potente motore il suo punto di forza che gli permise di emergere sia nei cross che nelle lunghe distanze in pista. Nell’edizione Olimpica di Seul fu però l’emergente Alessandro Lambruschini ad arrivare vicinissimo al podio (4 posto). Alessandro è stato sicuramente il siepista migliore e più completo della nostra storia atletica. Molto forte muscolarmente e dotato di buone qualità anche sulle distanze più veloci del mezzofondo (1.47.8 negli 800 metri e 3.35.27 nei 1500 tempi ottenuti nei primi anni da senior), nella sua lunga carriera ha collezionato 10 titoli italiani, di cui 6 nelle siepi.

Lambruschini vinse il titolo europeo nel 1994, 4 volte in coppa Europa, e coronò la sua carriera con i terzi posti ottenuti alle Olimpiadi del 1996 di Atlanta e al Campionato del mondo di Stoccarda ’93. Il suo limite era l’avvicinamento alle barriere, in cui perdeva molto ritmo e velocità eseguendo passettini e adattamenti. Il migliore sotto questo aspetto, è stato sicuramente Angelo Carosi, siepista molto tecnico e capace di “passare l’ostacolo”con estrema facilità anche se preferibilmente attuando con l’arto destro.

Nel frattempo la specialità divenne di stretto dominio Keniano come confermato dalle graduatorie e dai risultati delle grandi manifestazioni mondiali, campionati Junior inclusi. Finalmente gli africani riuscirono ad esprimere atleti supportati, oltre che dal talento naturale, anche da un’adeguata gestione tecnica ora piu’ che mai indispensabile per la formazione di un campione. Prototipo di questo nuovo approccio alla grande atletica mondiale fu senza dubbio Moses Kiptanui che negli anni 90 dominò ed ottenne anche il primo “meno 8.00” della storia, tempo che rincorse in tanti meeting, e finalmente ottenne nella gara di Zurigo del 1995.

Dal loro primo primato, fatto registrare da H.Rono 8.05.4 nel 78, i corridori degli altopiani hanno mantenuto la ledearschip della gara, resistendo anche alla nascita e alla crescita del movimento etiope che però non ha mai espresso un siepista di assoluto valore. Solamente il marocchino B.Boulami con 7.55.28 nel 2001 a Bruxelles ha interrotto la lunga serie di primati ottenuti dai keniani, fino a raggiungere il “fantastico” 7.53.17 del 2002, sempre sulla magica pista svizzera. Purtroppo la scure del doping ha offuscato i suoi risultati … ma siamo già nella stagione 2003!!

 

3000 siepi in Italia

Detto del pioniere Ambrosini, la storia italiana delle siepi passa da Gianfranco Baraldi ed Umberto Risi per emergere a livello europeo e mondiale con Franco Fava negli anni 70. L’atleta della polisportiva Cassino portò il primato italiano fino ad un validissimo 8.18.85 nei campionati Europei ’74 di Roma dove giunse quarto.

Il tempo di Fava fu migliorato in seguito dal piemontese Giuseppe Gerbi che, nella finale Olimpica di Mosca del 1980, con 8.18.47, si piazzò al sesto posto. Questo primato durò veramente poco perché, nella stessa stagione, Mariano Scartezzini corse i 3000 siepi in 8.12.5. Non potendo partecipare alle gare di Mosca, a causa del boicottaggio che impedi’ gli atleti militari di participare all’Olimpiade, Scartezzini, sfogò tutta la sua rabbia in una gara tirata. Centrò una grande prestazione che, in sede olimpica, gli avrebbe permesso certamente di salire sul podio. Con lui il livello italiano emerse in Europa e nel Mondo, fino ad arrivare alle prestazioni di Panetta e Lambruschini.

Purtroppo rimase inespresso il ta-lento di Gaetano Erba, capace di vincere il titolo europeo junior nel 1979 con l’allora primato europeo dei 2000 siepi: problemi di carattere fisico lo costrinsero troppo presto all’abbandono.

Non bisogna poi dimenticare Carosi che, pur non raggiungendo gli stessi risultati ottenuti dai 2 avversari, ha partecipato da primo protagonista a diverse finali di compe-tizioni importanti.

Dopo questi grandi atleti, l’ultimo risultato degno di nota risale all’edizione del 1999 dei campionati del mondo dove Giuseppe Maffei ha ottenuto un significativo decimo posto a conclusione di una stagione che lo ha visto vittorioso  alle Universiadi.  Corse anche in 8.11.85.

A conclusione è obbligo ricordare che molti siepisti hanno scritto la storia della maratona italiana: Gerbi, Marchei, Magnani e lo stesso Carosi.

 

A cura di Silvano Danzi

 

 

 

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