Abilità motoria

Articolo liberamente tradotto ed elaborato da Graziano Camellini e Luca Gori da un articolo di J-P Goussard e da J-P Famose in Apprentissage Moteur et Difficulté de la Tâche.

Cos’è un’ abilità motoria?

Per “Abilità Motoria” (l’abilità sportiva è una sotto categoria della Abilità Motoria) si indica abitualmente il livello di “competenza” acquisito da una persona per ottenere uno scopo particolare.
Per esempio: andare a canestro, superare una asticella nel salto in alto ecc…

Questa capacità, nell’ottenere dei risultati fissati precedentemente dall’atleta stesso, si traduce concretamente in un movimento fisico appropriato. Nel momento in cui si parla di movimento umano ci si riferisce spesso ad una specifica posizione spazio-temporale del corpo e delle sue articolazioni. L’elemento spaziale è costituito dalla posizione dei segmenti articolari gli uni in rapporto agli altri. L’elemento temporale è costituito dal “timing”, la velocità, l’accelerazione, oppure i tempi di questi posizionamenti.

Consideriamo per esempio, il movimento del braccio nel lancio di freccette ad un bersaglio. In questo compito il praticante è abile non solamente se riesce a dare al suo movimento spaziale, una velocità, una ampiezza, un ritmo, una forza specifica ecc. capace di dare al movimento una direzione ed una traiettoria richiesta che sia allo stesso tempo precisa ed economica.

L’efficacia dell’abilità dipende di conseguenza dalla capacità nel generare la struttura spazio- temporale del movimento richiesto per ottenete il risultato.

Qual è la relazione tra il movimento ed il risultato ricercato?

Per ottenere questo risultato occorre acquisire una configurazione ideale del movimento, una tecnica?

Cosa viene appreso da un punto di vista motorio quando si apprende una abilità motoria?

 

Introduzione

L’idea fondante che emerge da questa ricerca scientifica in merito ai tratti principali che caratterizzano le attività motorie, possono definire l’attività motoria nel seguente modo:

L’abilità motoria è la capacità di acquisire, tramite apprendimento, un obiettivo prefissato, raggiungendone il massimo risultato esecutivo rapidamente o con il minor dispendio di energie o spesso con entrambe le cose (Guthrie 1957).

Questa definizione sottolinea chiaramente le caratteristiche di apprendimento dell’attività motoria, prodotto dell’apprendimento motorio.

Altre caratteristiche dell’abilità motoria sono più precisamente:

  • l’abilità motoria si definisce in rapporto ad un obiettivo da raggiungere (il cui risultato sia preventivamente fissato). Questa non si definisce come spesso succede nel campo dell’educazione fisica sportiva, come il rapporto di una rappresentazione mentale del movimento da realizzare. Questo è l’aspetto a cui l’abilità e finalizzata
  • l’abilità motoria è gerarchicamente organizzata, l’obiettivo principale è scomposto in sotto obiettivi
  • l’abilità motoria è efficienza;
  • l’abilità motoria è capacità di adattarsi, (i movimenti sono regolati in base all’esecutore e all’ambiente)
  • l’abilità motoria è coordinazione;

Le caratteristiche principali enunciate sopra sono anche le caratteristiche delle attività cognitive complesse (Leplant 1988).

 

 

LA NATURA DELL’ABILITA’ MOTORIA

Capacità ed obiettivo

Con abilità motoria (abilità sportiva è in questo caso una sotto categoria), si intende normalmente il livello di competenza o il saper fare acquisito da un praticante di un obiettivo (gesto) particolare da raggiungere.

Gli esempi si sprecano: nel basket mettere la palla nel canestro; nel nuoto, in atletica, nel canottaggio, andare più veloce possibile; nel calcio è essere precisi nel passaggio o nel tiro; nella danza classica è riprodurre fedelmente una forma gestuale. Senza il raggiungimento di questi obiettivi non c’è abilità. L’abilità è dunque la capacità di un soggetto di raggiungere un obiettivo in maniera efficace ma allo stesso tempo efficiente.

Più genericamente un praticante è abile se è capace di raggiungere nella maniera appropriata l’obiettivo o lo scopo precedentemente fissate.

Altri autori hanno arricchito la definizione di Guthrie. Così Robb (1972) definisce l’abilità come il completamento di un compito motorio senza considerare la qualità del movimento; Arnold (1985) presenta l’abilità come la realizzazione fedele dell’obbiettivo del compito motorio. Se l’obiettivo è per esempio, il prendere al volo una palla, l’abilità nell’esecuzione del gesto non dipende dalla modalità esecutiva del movimento, ma dalla capacità di dimostrare di riuscire a intercettare la palla. Per contro, nel caso di un tuffo, in questo caso l’abilità dipende totalmente dalla modalità di realizzazione del movimento. Quindi se si vuole valutare il grado di abilità di un soggetto l’importante è identificare prima e con precisione l’obiettivo dell’attività motoria.

Queste capacità, nel raggiungere risultati prefissati si traducono concretamente con l’esecuzione di un movimento corporeo appropriato.
Tuttavia, la definizione di abilità in rapporto al raggiungimento di un obiettivo ha l’effetto di eliminare:

  • Tutte le raffigurazioni di un movimento che tecnicamente sono perfette ma inefficaci. Quest’ultimo caso si presenta frequentemente nella pratica sportiva. Non si può dire quindi che un praticante è abile se è capace di eseguire un salto ad altezze modeste. Così come, per un lanciatore di peso con una tecnica eccellente ma che non riesce a lanciare lontano, e ancora per un giocatore di tennis che può avere uno stile perfetto e non arriva a prendere la palla. Come giustamente ci ricorda Arnold (1985) : “quale che sia la perfezione della forma del movimento eseguito, un giocatore di hokey nel pantano sarà giudicato incompetente se non è nemmeno capace di segnare un gol, di costruire delle azioni con i compagni e di scartare i suoi avversari, cioè di perseguire l’obiettivo dell’ attività. E’ la stessa cosa vale per un giocatore di bowling: poco importa che i suoi gesti siano tecnicamente perfetti, l’essenziale è che faccia più punti possibile.
  • Tutte le attività riflesse o qualsiasi movimento fisico non orientato coscientemente verso un obiettivo. Abbiamo detto che tutti gli atti motori sono diretti intenzionalmente e con particolare attenzione ad un obiettivo. Se quest’ultimo è attenuto fortunosamente non si può parlare di abilità.

 

L’abilità non è il movimento
Nella media dell’educazione fisica e dello sport, si pensa troppo spesso che l’abilità sia possedere una tecnica gestuale perfetta, una raffigurazione ideale del movimento. L’efficacia dell’abilità risiede nella forma del gesto da realizzare e l’apprendimento motorio è considerato essenzialmente come l’apprendimento di un movimento. Il carattere finalizzato dell’abilità è dunque il concetto di obiettivo in rapporto al quale si definisce l’abilità, modificandone considerevolmente questo modo di vedere.

L’abilità motoria sotto intende due aspetti: l’aspetto motorio propriamente detto e l’aspetto che possiamo chiamare direzione intenzionale obiettiva.

In altre parole, bisogna distinguere da un lato l’esecuzione, cioè il movimento dei vari segmenti corporei gli uni in rapporto agli altri, osservabili attraverso varie metodiche di analisi, e dall’altro lato il significato preciso del movimento che determinerà il raggiungimento dell’obiettivo.

E’ quest’ultimo che conferisce all’azione motoria un suo significato comportamentale. Il comportamento motorio è regolato e modulato in ogni momento della sua esecuzione da un obiettivo cognitivo elaborato. Dire che un movimento è regolato e finalizzato da un obiettivo è come dire che è strumentalizzato in base all’effetto che si vuol ottenere e che, in certi casi si procede con una riorganizzazione dei suoi elementi in funzione dell’obiettivo da raggiungere. E’ l’obiettivo che regola ogni sequenza dei movimenti e ne dà un senso.

Prima di analizzare il rapporto obiettivo-movimento illustrato dal concetto di equivalenza funzionale, conviene soffermarci sulla struttura cinematica del movimento.

Il movimento è un insieme complesso caratterizzato da una struttura particolare con contrazioni muscolari integrate e coordinate che si traducono in un comportamento manifesto, cioè il movimento di un corpo e/o di parti di esso nel tempo e nello spazio. La figura cinematica del movimento che ne risulta è quindi un insieme di forze generate all’interno dell’organismo ma a volte anche combinate all’azione di forze esterne imposte all’individuo. Questa cinetica si acquisisce con la pratica e grazie alla regolazione ambientale fornita dall’obiettivo.

Essa è controllata anche da vincoli ambientali, biomeccanici e morfologici.

Nell’esercizio in cui si deve lanciare una palla su un obiettivo, diremo che il bambino è abile se riesce a dare al suo movimento una direzione spaziale, una velocità, una ampiezza, un ritmo e una forza globale tale da far fare alla palla la traiettoria richiesta per centrare il bersaglio.

L’efficacia dell’abilità dipende quindi da questa capacità, mettere in atto una buona strategia motoria per configurare il movimento richiesto al raggiungimento del risultato.

 

Pertanto, sorgono delle domande:

  • Qual è la relazione tra il movimento e il risultato ricercato?
  • Per raggiungerlo, bisogna acquisire, come si pensa generalmente, una configurazione “ideale” del movimento, una tecnica?
  • Questa configurazione “ideale” particolare di movimento non ha importanza se non nella misura in cui conduce in modo costante al raggiungimento dell’obiettivo. In breve ciò che viene appreso da un punto di vista motorio quando si trasforma in un’abilità sportiva?
  • Quali cambiamenti fondamentali nella configurazione del movimento si producono nella misura in cui progredisce l’acquisizione?

Lo studio dell’equivalenza funzionale, poi della ricerca dell’efficienza permettono di proporre degli elementi di risposte.

Equivalenza funzionale
Il concetto di equivalenza motoria o equivalenza funzionale (Hebb, 1949; Lashley, 1938) si riferiscono alla non specificità dei comandi motori, cioè a delle situazioni o agli stessi risultati (o risultati simili) che ci si possano aspettare con l’uso di più combinazioni muscolari diverse.

Pew (1970) ha osservato che nel tennis un giocatore non realizza mai due colpi nello stesso modo, nonostante l’obbiettivo sia lo stesso. Ciò che è memorizzato, una volta che l’abilità è ben appresa, non è necessariamente una mappa motoria fissa, ma una serie di relazioni muscolari che contribuiscono ad orientare l’abilità motoria. Concepiamo dunque l’apprendimento dell’abilità ricondotta ad una memoria in cui sono possibili un’ infinita varietà di configurazioni del movimento.

 

E’ stato anche dimostrato che la discorso intellegibile si verifica quando le articolazioni sono ostacolate, ciò presuppone l’uso di tracce vocali differenti per ottenere il suono desiderato (Mac Neilage, 1970). I muscoli sembrano capaci di modificare il loro compito funzionale da un movimento ad un altro. Se per esempio osserviamo il modo di scrivere, sembra che il sistema motorio possa produrre una grande varietà di movimenti intenzionali che asservano a scopi o risultati identici o in stretto rapporto, ma attraverso l’azione di muscoli e movimenti differenti. Per esempio una lettera o una parola possono essere scritti grandi o piccoli, con ambedue le mani o con i piedi, ecc.. (Greene,1972; Turvey, 1977).

“Prendiamo un esempio, al fine di stabilire la distinzione tra movimento azione ed abilità. Prima di tutto immaginate di essere su una scrivania e di scrivere la prima lettera del vostro nome utilizzando la vostra mano dominante. Poi immaginate di scrivere su un muro verticale, con un pezzo di gesso attaccato ad un manico di scopa, utilizzando le due mani. Potete realizzare l’una e l’altro esempio è l’abilità in oggetto è la scrittura. E’ tuttavia interessante ed importante notare che sono interessati gruppi muscolari differenti e sono quindi implicati movimenti diversi. Arriviamo allo stesso risultato per vie differenti …. anche se sono capace di scrivere su una superficie verticale, orizzontale, inclinata, e nelle diverse direzioni del mio foglio di carta, con una biro un gesso o un pennello, ecc… Se è disponibile un mappa motoria superiore, è possibile eseguire abilmente dei movimenti corretti che non sono mai stati realizzati precedentemente” (Stelmach e Larish, 1978).

 

Evidentemente, scrivere una lettera o una parola non è compito di una serie fissa di comandi motori. Com’è? La risposta che propone Turvey (1977) è fornita dal dominio del linguaggio, tramite il concetto di struttura profonda e superficiale. Come per il sistema del linguaggio, la programmazione del sistema di controllo motorio può essere considerato come comprendente delle parole (possono essere delle strutture coordinate o dei sottoprogrammi) e delle frasi (organizzazioni sintattiche) nelle quali sono inserite le parole. Il movimento abile osservabile è il risultato di una astrazione e di una struttura d’origine capace di produrre un numero infinito di movimenti possibili, nello stesso modo in cui la struttura profonda del linguaggio produce un numero infinito di frasi. La struttura profonda è un sistema astratto di principi e regole, a partire dalle quali colui che apprende può generare un numero infinito di movimenti. I movimenti prodotti rappresentano la struttura superficiale. ”L’abilità è al di là di quello che osserviamo, dietro gli eventi motori e come sono stati realizzati” (Leplant e Pailhous, 1981). L’abilità fa dunque nascere i comportamenti motori efficaci per un compito particolare o per un gruppo limitato di compiti.

 

La stessa cosa nel caso in cui il comportamento motorio si limiti ad un’azione ripetitiva, per esempio un salto a cavallo, non si può confondere l’abilità con la manifestazione dei differenti movimenti eseguiti. Così, l’abilità di scrivere la lettera A maiuscola può essere concepita in base ad una serie di regole astratte derivate da tentativi precedenti di scrittura della lettera o di altre lettere. Se la regola è applicata al movimento di un braccio o di una gamba ( alzare, abbassare e poi di traverso), la stessa forma fondamentale può così essere prodotta. Così esiste una struttura che determina l’ordine e la sequenza delle unità elementari dei movimenti che sono reclutate per un azione particolare.

Se accettiamo questa analogia di linguaggio, è evidente che la domanda relativa alla programmazione della risposta dovrà focalizzarsi sulla natura di questa struttura profonda e sulla modalità di acquisizione, cioè sulla modalità in qui essa si possa modificare con l’esperienza. Questa capacità di ricercare un obiettivo, tramite movimenti diversi, che è l’essenza stessa dell’abilità motoria, implica che l’essere abili non concerne il ricercare nella nostra memoria motoria un movimento particolare o almeno il suo programma, ma al contrario costruirlo ogni volta: “Il programma” non sarà scritto anticipatamente nella mappa (cablaggio) delle modalità di esecuzione, ma esisterà a livello di un generatore di funzione capace di mobilitare le capacità motorie necessarie all’esecuzione del movimento stesso in base all’obiettivo da raggiungere.

 

Questo generatore di funzione esiste innegabilmente nel sistema. Sappiamo di poter riprodurre con la stessa facilità una traiettoria motoria nello spazio (per esempio disegnare un otto) con l’uso di segmenti articolari più diversi (le mani, i piedi, il naso ecc..) che utilizzano le coordinazioni muscolari di infinita complessità. Si comprende come la necessità di introdurre delle nozioni tali che quelle “immagini obiettivo”, ”immagini matrice” per rendersi conto delle prescrizioni, deve avere quindi l’ipotetico generatore di funzione per organizzare questi tipi di comandi. Su questa linea di pensiero ci sono meno dettagli dell’esecuzione che devono essere programmati nella rappresentazione di un risultato finale da aspettarsi.

 

Una simile rappresentazione può provocare una correzione nell’evolversi della modalità di esecuzione. L’esitazione sui termini del concetto di programma motorio non è più adeguato perché quest’ultima nozione connota qualche cosa che è scritto precedentemente e che è sufficiente rileggere. Il generatore di funzione non rilegge il programma descritto precedentemente, è ricreato ogni volta che viene richiesto” (Paillard 1978). Perché il risultati possano essere attendibili per una varietà di modi, come una grande domanda di configurazioni di movimenti possibili, possano essere immagazzinati, accessibili e ritrovati nel cervello?

Se non esiste corrispondenza diretta tra la mappa motoria acquisita e l’azione (anche se a volte sembra goffa, inefficace e poco probabile) allora siamo interessati ad un processo costruttivo o generativo, quindi quando le risposte sono costruite o generate secondo una serie limitata di regole o di principi a partire da una larga varietà di sotto schemi o elementi che possono essere utilizzati da una moltitudine di finalità (Bernstein, 1967 Green,1972 Turvey, 1977).

Questa prospettiva costruttiva (equivalenza motoria) lascia intravvedere la possibilità di processi verticali nell’acquisizione delle abilità motorie.

 

 

ABILITA’ MOTORIA ED ORGANIZZAZIONE GERARCHICA

Per approfondire questo concetto, ci serviremo di esempi noti del fucile proposti da Leontiev (1972) il quale conclude che tutte le abilità principali possono essere scomposte in sotto abilità elementari.

Le sotto abilità possono essere considerate come delle vecchie abilità principali, allacciare le stringhe delle scarpe è stata una acquisizione del vissuto, una abilità principale può diventare una sotto abilità svolta automaticamente. Si intende l’unità delle abilità (abilità parziali) che sono state regolate ad un livello di controllo più basso. Bruner (1971) chiama sotto-routine queste abilità elementari. In quanto tali, sono dirette ad un obiettivo particolare. L’apprendimento si traduce nella fusione di differenti abilità in un abilità unica, cioè la trasformazione di ciascuna abilità particolare in sotto obiettivi al servizio di un abilità più rilevante. L’analisi effettuata da uno psicologo sovietico Leontiev (1972) illustra bene questa trasformazione. Va notato che egli la chiama “operazione” quella che noi descriviamo come delle sotto abilità. Leontiev considera l’esempio di un tiratore di carabina: quando ha raggiunto l’obiettivo, lo scopo finale, ha raggiunto un abilità ben definita. Perché si fa ciò? In quale modo, attraverso quali metodiche, o sotto abilità, grazie alle quali si arriva all’obiettivo esecutivo. Un tiro adeguato necessita di numerose operazioni, ognuna delle quali risponde a condizioni determinate date dall’azione stessa; assumere una certa posizione, mettersi in gioco, prendere correttamente la mira, mantenersi compatti, trattenere il respiro e appoggiare bene il dito sul grilletto.

Per il tiratore queste sensazioni, questi iter non sono azioni indipendenti. Gli obiettivi corrispondenti non vengono distinti ogni volta ad un livello cosciente. Il tiratore non si chiede: ”bisogna che imbracci il fucile, trattenga il respiro”…ecc. Un solo obiettivo è coscientemente individuato, è fare centro. Evidentemente ciò significa che egli padroneggia tutte le operazioni motorie necessarie al tiro.

E’ molto diversa per i tiratori principiati. Essi devono in primo luogo saper tenere correttamente il fucile; questo ovviamente dipende da dove l’azione comincia, in seguito, la sua azione cosciente consiste nel mirare, ecc. Attraverso lo studio del tiro con la carabina o di qualsivoglia altra azione complessa, possiamo quindi notare che la catena motoria che la compone si forma inizialmente come delle abilità principali separate che non si trasformano in operazioni (o abilità elementari) che in seguito.

Così, imparare a tirare con la carabina, all’inizio consiste nell’imparare a raggiungere un certo numero di obiettivi indipendenti: prendere posizione, imbracciare, appoggiarsi correttamente sul grilletto, quindi integrare questi obiettivi in un abilità complessa: centrare il bersaglio. Allora ciascuno degli obiettivi indipendenti devono avere un sotto obiettivo al servizio di quello principale: centrare il bersaglio.

Leplat (1988) fa giustamente notare a proposito delle abilità cognitive complesse: “la caratteristica gerarchica delle abilità non significa che le unità che la compongono restano invariate ma si integrano nell’abilità superiore: quando l’abilità è stata acquisita ad un livello cognitivo elevato sarà difficile riuscire ad estrapolarne le componenti iniziali per riproporli in un’altra abilità; questi elementi iniziali si sono trasformati tramite l’integrazione e si sono persi in una qualche forma della loro individualità” Ciò sottolinea ulteriormente che per le abilità motorie complesse il principiante deve combinare in un nuovo modo degli elementi appresi precedentemente al fine di ottenere un nuovo obiettivo. Inoltre è ragionevole pensare che queste abilità parziali sono raggruppate in unità più grandi. Ciò ha il vantaggio ulteriore di elevare gli stadi di trattamento dell’informazione. Un autore americano Keele (1982) ha suggerito, prendendo per esempio la capacità di cambiare velocità nell’auto, una spiegazione di questo raggruppamento. Secondo quest’ultimo i programmi motori possono essere costruiti in raggruppamenti di unità di comportamento più piccole e una più grande. Ricordatevi quando eravate principianti l’azione di cambiare velocità nell’auto, il vostro comportamento era lento, a strappi, procedendo per tappe: levando il piede dall’acceleratore, poi schiacciavate la frizione, impugnavate la leva del cambio. Probabilmente compievate il tutto in tre movimenti distinti. All’opposto del comportamento del principiante si trova il pilota professionista che cambia marcia in una semplice azione combinata. La sua azione motoria non solo si sviluppa molto più velocemente, ed inoltre gli elementi dell’azione sono realizzati ad un ritmo preciso ed i movimenti dei piedi e delle mani sono coordinati in modo relativamente complesso. A differenza dell’azione di un principiante, dove l’azione sembra essere controllata soprattutto come una semplice unità programmata.

A cura di Graziano Camellini e Luca Gori

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