Alessandro Vigo: da Strambino a Phoenix, passando per il Kuwait per lavorare come allenatore!

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Da quasi un anno seguiamo con estremo interesse, soprattutto tramite il suo profilo Instagram, il lavoro svolto da Alessandro Vigo, allenatore dal 2012 presso l’ASD Atletica Strambino (anche se ufficiosamente inizia all’ Atl. Strambino nel Dicembre 2007 come assistente alle categorie esordienti e ragazzi…) , dal 2015 si trasferisce in Kuwait presso lo SPARK Athletic Center, centro sportivo futuristico a Shuwaikh in Kuwait. Da sempre sul suo profilo Alessandro condivide interessanti spunti video degli allenamenti che fa eseguire ai suoi clienti.

Alcune settimane fa ha inoltre conseguito la prestigiosa certificazione CSCS della NSCA (National Strength & Conditioning Association), dopo aver preparato e sostenuto l’esame della NCSA USA completamente in lingua inglese. Abbiamo scoperto che dal 24 settembre si trasferirà a Phoenix (USA) al quartier generale dell’ALTIS, uno dei centri di preparazione atletica più prestigiosi del mondo (diretto da Dan Pfaff e dove si allena il vice campione Olimpico a Rio 2016 nei 200 metri Andre De Grasse.)

Visto il nostro interesse verso questo centro abbiamo chiesto ad Alessandro di farci conoscere periodicamente la sua esperienza in Arizona. Partiamo conoscendo meglio Alessandro con una breve intervista…

 

Ciao Alessandro, intanto complimenti per i traguardi raggiunti fino ad ora. Raccontaci un po’ il tuo percorso “sportivo e formativo” che ti ha portato in questi anni ad intraprendere esperienze davvero interessanti?

Ciao Andrea, grazie a te e al team de ilCoach.net per i complimenti e l’attenzione rivoltami.
Sin da ragazzo sono stato coinvolto in attività sportive da una famiglia che mi ha guidato e motivato a ottenere il meglio nello sport come nello studio. Una figura fondamentale nel mio avvicinamento all’Atletica Leggera è rappresentata dal prof. Gian Vittorio Icardi, insegnante di Educazione Fisica, fondatore dell’ ASD Atletica Strambino e mio allenatore con il quale passai il mio primo ostacolo correndo su un piazzale asfaltato nel 1996. Donovan Bailey e Michael Johnson sono i miei eroi di quell’estate. Loro mi aiutano a prendere definitivamente la strada dell’Atletica fino a quel momento condivisa con il calcio. Ho corso a buoni livelli fino alla stagione 2005, quando l’amore per l’Atletica è tristemente venuto meno. Tutte le grandi storie d’amore si sporcano di dramma ad un certo punto. Piccoli problemi personali ed un po’ di rabbia giovanile mi tengono lontano dalla pista per circa due anni. É bastato poi un niente a farmi capire che probabilmente era solo il momento di passare dall’altra parte, di provare a diventare un allenatore. Mi riavvicino all’ASD Atletica Strambino, letteralmente casa e famiglia, e comincio il mio percorso.

Accademicamente parlando non ho avuto uno degli andamenti più lineari, costantemente a cavallo tra discipline scientifiche e artistiche. L’ambiente universitario è forse stato una delle prime cause di voglia d’evasione all’estero. Constatare che alcuni tra i volumi considerati dogmi del sapere sportivo datano gli anni ’60 come prima edizione mi ha fatto riflettere sul da farsi. Con questa affermazione non voglio apparire come un rivoluzionario progressista a priori; proprio pochi giorni fa ho commentato cosí la critica mossa all’età media del gruppo tecnici a un raduno estivo: “Gli ingredienti per andare avanti sono l’esperienza dei più anziani mista all’entusiasmo e alla sperimentale inesperienza dei più giovani.”
Detto questo, parecchie volte nei miei primi anni in pista mi sono trovato davanti a metodi e protocolli che avevano come fondamento il “si è sempre fatto cosi e non esiste meglio di cosi”. Questa attitudine conservativa da me non condivisa, e la voglia di fare più esperienza personale che ne deriva, sono stati i principali fattori che mi hanno portato a vivere questi splendidi anni.

 

 

Dal 2012 hai lavorato come allenatore presso l’ASD Atletica Strambino. Quale ruolo avevi e cosa ne pensi di questa esperienza?

Ufficiosamente inizio all’ASD Atl. Strambino nel Dicembre 2007 come assistente alle categorie esordienti e ragazzi. Nel 2012 porto assieme al mio collega Edoardo Errico il primo cadetto al Criterium Nazionale nei 100h dopo essere stato assegnato in specifico al settore delle corse veloci e degli ostacoli. Senza dubbio affermo che l’esperienza all’ASD Atl. Strambino rimane la più importante all’interno del mio percorso formativo. La ricchezza medio orientale degli ultimi anni mi ha dato la possibilità di avere quotidianamente a portata di mano macchinari ed attrezzature incredibili, di lavorare in un ambiente all’avanguardia sotto ogni aspetto, di avere la vita facile insomma. La vera ricchezza è però quello che ho imparato allenando su un anello da 200 metri a tre corsie in condizioni molto più complesse. Paradossalmente posso assicurare che questa sia stata la carta in più che mi ha fatto entrare in Altis. La domanda finale del primo colloquio con Phoneix racchiude perfettamente il concetto, mi chiesero: “Interessante la conoscenza di tutti questi mezzi cosi avanzati, ma raccontaci come alleni l’approccio al primo ostacolo di un 400h su un anello da 200 metri?”.
Sostanza, non fuffa.
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Da circa un anno lavori come Personal Trainer presso lo SPARK Athletic Center in Kuwait. Cosa ti ha portato a trasferirti così lontano per lavorare? Hai trovato differenze con l’Italia nella cultura sportiva e dell’allenamento?

L’esperienza in Spark cominciata nel maggio 2015 segue una precedente esperienza di tre anni a Pechino, in Cina, che a sua volta fu preceduta da una breve peregrinazione europea e da una prima fuga negli Stati Uniti nell’estate 2007 cercando di pianificare un percorso scolastico da quelle parti. La ragione principale dietro a questa voglia di muoversi è l’affermarsi in ciò che si vuole fare della propria vita. In una parola: Crederci.

Non ho mai voluto rifugiarmi nel classico “in Italia c’è la crisi”, ho preferito cercare la mia strada. In specifico all’esperienza kuwaitiana, l’aspetto economico ha senza dubbio giocato un ruolo più che rilevante.
Le maggiori differenze riscontrate a livello di cultura sportiva derivano a parer mio dalla maggior modestia sulle piste d’Atletica di fronte a risultati che in Italia probabilmente coronerebbero d’alloro atleta e tecnico.
A riguardo, racconto questo aneddoto. Il 14 maggio 2016 ho assistito ad un 110h corso ad una temperatura folle, sopra i 40C. Due iscritti, nessuno sugli spalti. Deserto, in tutti i sensi. Chiudono in 13”53 e 13”55, e sapete che con 13”47 si va a Rio. I ragazzi dispiaciuti si avvicinano a me (sottolineo che non sono il loro tecnico, condivido semplicemente la pista con loro quotidianamente) e mi chiedono: “Coach, come è andata? Cosa ne pensa?”. Il loro tecnico si avvicina e in un miscela di arabo e inglese analizziamo la corsa filmata sul mio iPhone. Uno splendido momento di scambio, arricchimento e formazione che sfortunatamente non sono mai riuscito a vivere in Italia. Ma la storia non finisce qui. I ragazzi s’incamminano verso il fondo del rettilineo. Con meno di 10’ di recupero corrono un 100m in 10”50 circa assieme ad altri tre ragazzi che si uniscono. Sfortunatamente non si sono riusciti a qualificare per Rio, il Kuwait è stato interdetto dal Comitato Olimpico non potendo nemmeno gioire dell’oro di Fehaid Al-Deehan nel tiro al volo double-trap. Un caso di corruzione bello e buono come scrissi poco dopo la cerimonia di consegna della medaglia.

Una banale ma importante considerazione riguardo le differenze tra Italia e Kuwait riguarda la presenza e l’utilizzo di fondi da investire nel settore sportivo e ricreazionale. Gli imprenditori kuwaitiani stanno lavorando sodo per creare una realtà sportiva stabile in cui far crescere grandi nomi del futuro come già sta succedendo in Qatar. Le strutture sono davvero fantascientifiche, in Spark ad esempio avevo libero accesso ad un Parvo TrueOne 2400, ad una Monark AB 894E e per semplicemente riscontrare i valori di composizione corporea un BodPod Cosmed. Utilizzavamo diversi tapis roulant Woodway e qualsiasi “capriccio” era accontentato in qualche mese, nel mio caso specifico un Vertimax. Anche il concetto di formazione continua è molto importante, il datore di lavoro mette annualmente a disposizione 600 Euro circa per corsi e certificazioni. Ma come sempre l’investimento più importante sono le persone. Il mio gruppo di lavoro era composto di professionisti dal Sudafrica, Regno Unito, Spagna, Francia, Australia, Canada e Italia con un vastissimo spettro di specializzazioni, dal Culturismo alla Riabilitazione. Lavorando in continuo contatto con professionalità di alto livello è impossibile non sentirsi motivati al miglioramento.

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CSCS. Da poco hai ottenuto la prestigiosa certificazione della NCSA USA. Quali difficoltà hai trovato nel conseguirla? Pensi ne sia valsa la pena dal punto di vista delle conoscenze acquisite? Consiglieresti ad altri di intraprendere lo studio per la CSCS?

La certificazione CSCS è certamente un ottimo biglietto da visita per chiunque voglia lavorare nell’ambito sportivo all’estero. A livello contenutistico non ci saranno grandi sorprese per chi ha alle spalle un percorso nelle Scienze Motorie. A me è molto piaciuto il taglio professionale e la descrizione in dettaglio del codice etico a cui il lavoratore nel settore sportivo deve aderire.
Sicuramente il maggior ostacolo avendo preparato e sostenuto l’esame in inglese è stato la lingua. Parlo inglese abbastanza bene dopo parecchi anni all’estero ma lo studio di termini tecnici e specifici è altra cosa. Nulla d’impossibile, ma bisogna impegnarsi. Essentials of Strength Training and Conditioning 4th Edition, il volume su cui é basato l’esame, é un ottimo manuale con cenni di anatomia e fisiologia; offre chiari esempi di programmazione dell’allenamento, con alcuni capitoli nuovi rispetto la terza edizione degni di nota come quelli sulla nutrizione e sul lavoro con attrezzatura non convenzionale, per certi versi simile a quello che sta proponendo Exos nei suoi corsi. L’esame è anche disponibile in lingua italiana appoggiandosi alla FIPE, non sono però sicuro se la traduzione in italiano della quarta edizione del manuale sia già disponibile.

 

A breve sarai all’Altis per uno stage di formazione. Cosa ti ha portato a prendere questa decisione coraggiosa? Cosa pensi di poter portare a casa da un’esperienza simile?

Personalmente non ritengo questa una decisione coraggiosa. Mi sono impegnato a scrivere una buona lettera raccontando perché avrei voluto diventare parte di Altis e ho cliccato il bottone d’invio. La descriverei una scelta ambiziosa più che coraggiosa. La voglia di vedere di persona cosa fanno questi splendidi atleti è stata la più grande spinta dietro alla decisione di provarci con Altis. La voglia di vedere cosa fanno davvero, nel minimo dettaglio.

Spero questa esperienza mi aiuti a diventare un tecnico migliore, più sicuro e più illuminato. Spero di poter rendere questa esperienza utile anche alle persone che saranno attorno a me. Spero di aiutare tanti atleti a raggiungere nuovi record personali. Spero che questa esperienza torni in futuro utile all’Atletica Italiana.
Tanti mi dicono che sono fortunato a poter fare queste esperienze, che lasciare l’Italia è una buona cosa perché qui non c’è nulla da perdere, che anche loro vorrebbero andare all’estero. Pochi vedono quanto difficile sia allontanarsi da famiglia, amici e colleghi.
Sogno un Altis a casa, in Italia, e a piccoli passi mi muovo verso quella direzione.

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Hai qualche consiglio da dare, in base alla tua esperienza, agli allenatori e tecnici di atletica italiani?

La mia esperienza mi ha fatto apprendere principalmente una cosa: si cresce quando si condivide.
Condividere in dettaglio, non a livello generico. Non serve parlare di volume, periodo e intensità come entità spirituali. Quanto, quando, a quanto? Numeri. Programmi aperti. Il protezionismo che s’incontra già a livello regionale in Italia non porta da nessuna parte. Un protezionismo che in alcuni casi parte dalle categorie Cadetti, a parer mio totalmente assurdo. Al contempo consiglio di essere più autocritici ed essere aperti alla critica altrui, sempre che questa venga mossa in maniera positiva non distruttiva. Leggo i commenti di alcune pagine e blog d’Atletica e rimango sconcertato dalla ferocia e saccenza che traspare a volte. Nessuno in Italia ha al momento la verità in tasca, le ultime Olimpiadi hanno dato un chiaro verdetto.

Nel mio piccolo ho imparato ad affrontare il lavoro con sguardo critico (molto critico, vincendomi l’appellativo de “l’eterno insoddisfatto”) tenendo sempre in considerazione l’esperienza altrui, specialmente in presenza di tecnici con più ore di pista. Mi piace pensare all’allenatore come ad una sorta di Capitano d’Aviazione; più sono le ore di volo, maggiore è il livello d’esperienza. I giovani tecnici sono il parallelo dei Primi Ufficiali, meno esperti ma con potere decisionale in alcune situazioni. Il Capitano si deve fidare del Primo Ufficiale, consapevole del fatto che un giorno diventerà Capitano a sua volta. Il buon Capitano non ha segreti, condivide ogni singolo dettaglio sperando di formare a sua volta un Capitano ancora migliore.

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si cresce quando si condivide (Cit. Alessandro Vigo)

 

Ringraziamo Alessandro per la disponibilità. Sentiremo ancora parlare di lui sul nostro, visto che ha deciso di raccontarci periodicamente la sua esperienza a Phoenix tramite la scrittura di alcuni articoli.

 

A cura di Andrea Dell’Angelo 

 

 

 

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