Alberto Franceschi, intervista sulla sua esperienza a Rio!

Alberto Franceschi a Rio

Alberto Franceschi è un giovane atleta di buon livello, con un personale nel salto in alto di 2,06 metri, che veste la maglia dell’Atletica Piemonte ASD Ha scelto lo sport non solo come passione ma anche come attività per i propri studi ed il progetto del proprio futuro.
Laureato in Scienze Motorie, questa estate ha potuto gustarsi i Giochi Olimpici di Rio da dietro le quinte, partecipando nell’organizzazione come volontario.

Inoltre è fondatore del sito Jump Experience  che organizza l’High Jump Meeting a Chieri

Abbiamo pensato di fargli alcune domande:

 

Intervista ad Alberto Franceschi

Ciao Alberto, ci racconti qualcosa di te, di come hai conosciuto l’atletica e cosa significa per te?

Alberto Franceschi: In due parole mi definirei uno studente-atleta. Non perché sia un eccellente studente e tanto meno un grande atleta, semplicemente penso che le attività si possano completare e non vedo perché un giovane non possa mettersi in gioco intraprendendo percorsi stimolanti. Ho 22 anni, vivo a Chieri, a mezz’ora dal centro di Torino e quest’estate ho terminato il percorso triennale all’Università laureandomi in Scienze Motorie. La mia vita corre lungo l’asse di queste due città tra università e pista.  Non appena terminate le lezioni mi dirigo allo Stadio Primo Nebiolo per allenarmi insieme alla mia allenatrice Valeria Musso e al mio gruppo di saltatori. Quando sono in difficoltà con orari improbabili e spostamenti complicati ho comunque la possibilità di allenarmi a Chieri nel campo della società in cui ho cominciato a fare atletica nel 2004.

Il primo impatto con l’atletica non fu proprio dei migliori, dalla prima gara realizzai che sarebbe stata una strada in salita che riusciva però a darmi una grande energia per affrontare ogni momento della giornata. Nell’aprile del 2004 partecipai alla prima gara di atletica, proprio allo Stadio Nebiolo, con la mia scuola elementare. Ricordo solo che ero riuscito ad andare in finale nei 60 ostacoli e che all’ultima di queste barriere inciampai. La mia corsa verso il traguardo terminò in maniera brusca con la faccia stampata sulla pista rossa. Le Olimpiadi di Atene guardate in tv e le gare di corsa e salto in lungo in cortile insieme ai miei fratelli sono state il primo step che ha convinto i miei genitori a portarmi al campo di atletica. Arrivò settembre, mamma decise di portarmi al campo di atletica e da quel giorno non ho potuto che tornarci tutti i pomeriggi.

 

ilCoach tratta principalmente di atletica, ma ci piacciono tutte le discipline sportive. Tu che rapporto hai con gli “altri sport”?

Alberto Franceschi: Da sempre in famiglia ho imparato a conoscere diverse attività sportive. Prima di iniziare con l’atletica ho provato il basket, la pallavolo e il calcio. Tante domeniche passate sulla mountain bike o sui pattini a rotelle. Più che lo sport in se’, amo l’idea di movimento. Lo sport è solo una delle molteplici espressioni di quest’ultimo. Parlando di forme di movimento, e non necessariamente di sport, mi è più facile creare connessioni e fare confronti tra discipline diverse dall’atletica in modo da capire cosa serve al nostro sport per crescere. Non solo dal punto di vista tecnico o della metodologia di allenamento, più in generale mi piace seguire discipline spettacolari per imparare sempre qualcosa di nuovo e godersi la bellezza dello sport. E ancora qualche partita a beach volley con gli amici.

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Ci dici quale era il tuo ruolo a Rio e che tipo di esperienza è stata?

Alberto Franceschi: Quando decidi di inviare l’application online per essere volontario ai Giochi Olimpici per la testa ti può passare di tutto. Viste le molteplici discipline e i servizi offerti da un edizione dei Giochi non puoi sapere se e dove finirai a fare servizio. La fortuna ha deciso però di stare dalla mia e sono stato selezionato per l’atletica leggera precisamente all’Olympic Stadium. Per non farci mancare nulla, sono stato inserito nel team “Field of Play”, impegnato nella preparazione dei locali tra il campo di riscaldamento e quello di gara. Non avevo un ruolo preciso che ripetevo allo stesso modo tutti i giorni, ma ho prestato servizio in diversi locali come la call room, la mixed zone, l’area di preparazione del cerimoniale e il campo di gara entrando in pista in compagnia dei giudici per spostare ostacoli o posizionare i coni numerati per le corsie delle gare di corsa.  L’atmosfera all’interno dello stadio è magica, poi se hai la fortuna di entrare per posizionare i coni numerati per le corsie della finale dei 100 metri di Bolt & compagni allora realizzi di essere al posto giusto, al momento giusto per vivere uno spettacolo più unico che raro che si ripete in meno di dieci secondi ogni quattro anni. E’ qualcosa che si fa fatica a raccontare, un concentrato di emozioni indescrivibili, perché fino a qualche istante prima tutto ciò lo avevi sempre visto in televisione e stare a due passi dalla partenza della finale olimpica dei 100 metri è una cosa fuori da ogni logica.

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Le Olimpiadi sono la massima manifestazione sportiva a livello mondiale. Sono l’estremo, il vertice di una piramide che vede al proprio opposto la massa di occasioni per confrontarsi nello sport nelle scuole, negli oratori, nelle piazze. Cosa è che si conserva in un’Olimpiade e rimane uguale rispetto allo sport fatto in cortile? Cosa si guadagna? E cosa si perde?

Alberto Franceschi: Certamente i Giochi Olimpici sono la punta dell’iceberg di un percorso che parte per tutti o quasi da un gioco fatto da ragazzini al campo, in palestra o in un cortile.  Credo che l’elemento comune che connette gli estremi di questo mondo sia l’obiettivo di migliorarsi di ciascun atleta o ragazzo che decide di confrontarsi con l’atletica. Probabilmente il desiderio di andare alla ricerca dei propri limiti, siano essi primati personali o record mondiali, rappresenta la componente primaria di ogni tipo di evento. Questo lo troviamo dalle sfide in cortile fino alla finale olimpica: la dimensione dell’evento delinea solo i particolari e tende ad ottimizzare il contesto in direzione dello spettacolo. Nelle gare locali ma anche ad un campionato italiano si tende tanto a curare aspetti organizzativi tradizionali poco funzionali per il coinvolgimento e divertimento del pubblico. Il format delle competizioni di atletica del nostro paese deve muoversi in direzione dello spettacolo per esaltare la performance degli atleti e divertire il pubblico. Le gare di salto con l’asta in piazza o meeting riservati ad una sola specialità come il salto in alto sono un bel punto di partenza per far crescere il nostro sport.

 

Se è possibile scegli un immagine che ti ha lasciato questa esperienza.

Alberto Franceschi: Sintetizzare tutti gli attimi di questa esperienza a cinque cerchi risulta essere uno dei compiti più difficili. I Giochi Olimpici ti danno un qualcosa di non quantificabile, ti lasciano dentro momenti forti e vivi di sport. L’immagine più significativa di queste Olimpiadi però non racconta una vittoria, un record o una medaglia. Mi porto a casa le immagini di quel colloquio tra Serghey Bubka, Thiago Braz Da Silva e Renaud Lavillenie a seguito della cerimonia di premiazione del salto con l’asta. Se già lo spettacolo della finale era stato in parte rovinato dall’atteggiamento di stampo calcistico dei tifosi brasiliani nei confronti di Lavillenie, anche la cerimonia di premiazione ha visto il ripetersi di questo gesto da parte di un popolo abituato a palcoscenici diversi. La IAAF e il Comitato Organizzatore hanno così organizzato una seconda premiazione in forma intima e privata nei locali interni dello stadio per celebrare la medaglia d’argento del primatista del mondo indoor.

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Le trasferte sono un elemento che accomuna, da un certo livello in poi, qualsiasi attività sportiva. Questo spesso è un fattore che può dare una grande motivazione a chi ama viaggiare ma che può comportare qualche rischio. Una “cattiva” trasferta infatti talvolta rischia di rovinare il lavoro di mesi. Come ti sei organizzato per questo viaggio sportivo?

Alberto Franceschi: Decidendo di partire da solo ho dovuto curare al meglio ogni singolo aspetto della trasferta olimpica. Il comitato organizzatore non garantisce grosse agevolazioni e i benefici del volontario ai Giochi Olimpici non sono sicuramente di carattere economico. Di conseguenza fin dalle prime battute del processo di selezione è bene fare qualche calcolo per capire quanto è necessario per vivere al meglio un’esperienza olimpica. Viste le spese di viaggio e l’accomodation a carico dei volontari, mi sono organizzato lavorando nel periodo primaverile ed estivo due giorni la settimana nel parco avventura presente tra Chieri e Torino in modo da avere una solida base di partenza. Purtroppo i tempi di selezione sono molto lunghi e solo ad aprile ho avuto la conferma del ruolo. Per dormire ho optato per una soluzione comoda e sicura come Airbnb proprio perché in una città come Rio de Janeiro è bene sempre sapere dove si va. Tra una gara e l’altra ho anche avuto l’opportunità di visitare alcuni dei simboli di Rio come il Cristo, il Pan di Zucchero e le spiagge infinite di Ipanema e Copacabana in compagnia di volontari e amici provenienti da ogni angolo della terra.

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I viaggi sono anche l’occasione per conoscere, esplorare, mettere in discussione le proprie convinzioni. Le manifestazioni internazionali in particolare, da un certo punto di vista, sono una grande opportunità di confronto e crescita multiculturale. Tu cosa credi di avere imparato da Rio?

Alberto Franceschi: Confronto, condivisione e crescita. Sono tre capisaldi di un viaggio che sai già in partenza che ti darà molto. I Giochi di Rio mi hanno offerto l’opportunità di incontrare il mondo intero in un’unica città. Ogni giorno allo stadio Olimpico avevo l’occasione di scambiare due chiacchere con le più svariate persone dagli atleti agli addetti mensa, dai coach ai team leader ma ciascuno a modo suo mi ha trasmesso una parte della sua esperienza. Come risultato, porto a casa un puzzle colorato fatto di volti, parole, immagini che raccontano le storie di migliaia di sognatori tra atleti, allenatori, spettatori e volontari. Ho anche imparato come vivono l’atletica nel contesto universitario in altri paesi come in Germania e in Brasile confrontandomi con altri volontari.

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Oltre che atleta sei anche un allenatore o, per lo meno, ti stai attrezzando per diventarlo. Spiegaci come stai pianificando la tua crescita professionale in questo senso?

Alberto Franceschi: Non mi considero un allenatore al momento. Non nego però che in un futuro più o meno lontano possa dedicarmi anche a questa attività. Ho comunque iniziato a dare una mano alla mia allenatrice a seguire i ragazzi delle categorie cadetti e allievi quando non riesce ad incastrare gli allenamenti di tutto il gruppo. Prima però sento l’esigenza di dovermi formare in maniera completa e professionale facendo esperienze anche al di fuori del mio contesto. Ho così deciso di proseguire gli studi all’estero viste le proposte stimolanti provenienti dai paesi europei. A ottobre inizierò un percorso di studi inter-universitario “International Master in Performance Analysis of Sport” che mi vedrà impegnato in Germania (Otto-Von-Guericke University, Magdeburg), Portogallo (University of Tràos-os-Montes and Alto Douro, Vila Real) e Lituania (Lithuanian Sports Univesity, Kaunas). Non è stata una scelta semplice, ma penso possa essere funzionale al futuro che ho sempre sognato di vivere con lo sport e l’atletica al centro delle mie giornate.

 

A cura di Andrea Uberti

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