12 Marzo 1978 Vladimir Yashchenko sale sul tetto del mondo.

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(foto di copertina Atletica Sport Rrace)

Oggi ricorre il 38 esimo anniversario del miglior salto mai effettuato da un uomo utilizzando lo stile ventrale.

All’epoca, il 2,35 metri ottenuto a Milano da Vladimir Yashchenko, era stato addirittura un destabilizzante record del mondo, che riunificava in una sola persona i primati all’aperto e al coperto.

L’atleta ucraino in quell’occasione aveva alternato errori clamorosi a salti stupefacenti, facendo intravedere possibilità di poter superare quote ancora più formidabili.

All’epoca Yashchenko aveva solo 19 anni e quello che avrebbe dovuto essere un grande futuro.

Tecnici e biomeccanici, cadendo nel solito gioco della fanta-speculazione sportiva, erano arrivati a fissare il limite delle sue potenzialità all’incredibile quota di 2.50! Vette ancora più elevate sarebbero state indicate da chi, con i rudimentali mezzi dell’epoca, aveva provato a misurare l’elevazione del suo cavallo, analizzando i fotogrammi dei suoi salti con squadra e carta millimetrata.

Oggi motivi statistico burocratici poco comprensibili, vedono affiancato al nome del campione ucraino quello del russo Danyl Lysenko e del suo più convenzionale 2.31 Fosbury, quali “codetentori” (ma con misure diverse!) del primato europeo U20 indoor.

Nel 78 però la Gazzetta dello Sport eccitava la fantasia degli italiani, raccontando di questo atleta formidabile, capace di superare una cabina telefonica o il garrese di un elefante.

Yashchenko non era l’unico ventralista a saltare sulla pedana di Milano, ma era sicuramente il più giovane.

Non era il vecchio campione che non ha più il tempo per  adattare il proprio stile alla nuova tecnica, che nei dieci anni precedenti aveva spopolato e regalato risultati e primati mondiali.

Era piuttosto un grande punto di domanda per quelli che, forse troppo alla svelta, avevano deciso di  pensionare il vecchio stile considerato obsoleto e, al tempo stesso, era un grande punto esclamativo, che pareva in viaggio per raggiungere destinazioni verso cui nessuno altro sarebbe stato in grado di seguirlo.

A quanto pare, il giovane saltatore di Zaporižžja avrebbe provato entrambi gli stili, optando poi per quello che a lui meglio si adattava.

Questo rende la sua scelta controcorrente e, per certi versi, rivoluzionaria quasi quanto quella di Dick Fosbury.

Del resto, se Fosbury aveva ribaltato il salto in alto, Yashchenko ne aveva ribaltato le gerarchie.

Se il primo aveva messo sotto i riflettori il nuovo grande salto, il secondo, girando le carte ancora una volta,  con quel passo in dietro metteva in luce se stesso: il grande saltatore.

Il “salto della rana” di Yashchenko o quello “del gambero” di Dick Fosbury in fondo, però, non sono troppo diversi.

Anche se per qualche istante ci regalano l’illusione del volo, dopo poco ci  fanno ricadere, riportandoci con i piedi per terra.

 

Per celebrare questo anniversario e ricordare Volodja, pubblichiamo un brano tratto dal libro Latletamascherato, uno dei pochi romanzi che parla anche di piste, pedane ed atletica leggera.

 

 

La menzogna di Dick Fosbury

Per capire un poco che tipo di campione fosse Pietro bisogna  considerare il suo atteggiamento verso il salto in alto.

Al salto alla Fosbury preferiva lo stile ventrale. Non c’erano scuse per giustificare questa cocciutaggine.

Pietro non era vecchio abbastanza per aver imparato a saltare in quel modo.

Né era vecchio a sufficienza per aver assistito al tradimento dell’ortodossia del salto esatto per la sua variante di successo blasfema e capovolta.

Se da molti Dick Fosbury è celebrato come un rivoluzionario, per Pietro rimaneva una sorta di impostore, anche se in buona fede.

Fra i suoi meriti forse gli riconosceva quello di aver guardato alla realtà da una prospettiva diversa. Dell’atleta aveva ammirato il coraggio di aver saputo affrontare un’olimpiade vinta tra le risa dei

cosiddetti esperti e degli addetti ai lavori che, quando capiscono, sono sempre fra gli ultimi.

Pietro però avvertiva che nel suo salto c’era qualcosa di poco genuino.

Nello stile Fosbury flop c’è pur sempre una scorciatoia, un compromesso.

Forse, riflettendoci bene, quella di Fosbury più che un’idea originale era stata una soluzione premessa e suggerita dalle mistificazioni e dalle esigenze commerciali dello sport spettacolo.

La vicenda sportiva che davvero aveva entusiasmato Pietro l’aveva scovata cercando in un angolo della rete ed era stata un’altra: la controrivoluzione in nome dello stile ventrale attuata da Vladimir Yashchenko.

Rivoluzione di marzo, non di ottobre.

E restaurazione certo, ma in nome della verità.

A ben vedere nulla è più rivoluzionario che sostenere un’idea superata dalla storia.

La storia di Yashchenko termina con una sconfitta.

Pietro in questo fallimento sapeva riconoscere molta più verità e bellezza che in tante vittorie.

I piccoli rivoluzionari cercano un’alleanza nella storia e nel futuro.

I grandi rivoluzionari se ne fregano.

I piccoli rivoluzionari hanno ragione.

I grandi rivoluzionari hanno torto.

Da Gesù in poi e probabilmente anche da prima.

E se si può ben sostenere che un eroe che tradisce perde ogni valore, è altrettanto vero che un eroe tradito, se possibile, diviene ancora più grande!

Yashchenko appariva a Pietro proprio in quel modo!

Lassù! Più in alto di tutti. Campione splendido ed effimero.

Anacronistico e moderno. Lui sì che gli era sembrato un eroe romantico. Epico nel suo tentativo di ristabilire l’ordine delle cose, nel nome della verità.

Non della convenienza.

Se è vero che ogni atleta è un visionario, che nell’allenamento rappresenta la realizzazione del proprio successo, Yashchenko era stato la scintillante Cassandra del salto in alto.

Pietro lo trasfigurava in una specie di Telemaco tragico.

Più intraprendente rispetto al suo antecedente classico non attende il ritorno di Ulisse e si decide riconquistare Itaca da solo.

Con le proprie forze. E Yashchenko, contro ogni presagio divino, per un istante ci riesce! Ce la fa! Un lampo prima di capitolare.

Costruisce il proprio successo nel più assurdo dei modi.

Nel modomeno sovietico possibile: percorrendo una strada lastricata di errori, di goffi tentativi e incertezze prima di salire sino ai due metri e trentacinque del nuovo primato mondiale.

Proprio a Milano, il 12 marzo 1978, ai Campionati Europei.

In quegli anni di confusione e di delirio sociale c’è una rivoluzione che riesce, che si compie davvero.

Uno scatto in avanti che si attua portando indietro di dieci anni le lancette della storia.

Pochi se ne accorgono.

L’imperialismo culturale americano sta propagandando una menzogna: il salto con atterraggio da dietro.

Il salto cervicale con caduta sull’atlante, anatomicamente parlando.

Non se ne rendono conto nemmeno i rivoluzionari del terrore, che pretenderebbero di

sovvertire l’ordine sociale partendo dal basso.

Yashchenko, anche in questo caso, fa l’opposto: la sua rivoluzione parte dall’alto.

Il destino delle rivoluzioni però, di quelle vere per lo meno, non è di durare un istante e di morire.

Nelle rivolte tutto torna come prima. Nelle rivoluzioni no.

Il segno nella rivoluzione di Yashchenko è uno squarcio indelebile nella certezza della supremazia del Fosbury.

E non soltanto.

Il successo di Yashchenko è la rivincita del pensiero autonomo rispetto al conformismo e all’accettazione passiva della mistificazione della propaganda.

Se la cabala pretende che i numeri siano in grado di influenzare il destino di un uomo, anche le parole possono reclamare lo stesso diritto.

E infatti il nome dell’americano Fosbury è diventato uno stile di massa mentre il sovietico Yashchenko è rimasto una persona, un individuo.

Fosbury è un salto. Yashchenko un uomo: Vladimir. Anzi, è un ragazzo: Volodja!

Yashchenko è il campione dell’anti pensiero-omologato che per un istante, come per un disguido tecnico, interrompe le trasmissioni che stanno tambureggiando: “Fidati! Atterra sull’osso

del collo! Il progresso significa che puoi fare quello che vuoi!”

Lo dicono tanto bene che una bugia, entro i limiti ristretti di un materassone di gomma sintetica, diventa vera.

Non per Yashchenko, che non crede al paracadute che la società, che pretende spregiudicatezza e incoscienza in nome dello sviluppo, promette di aver preparato per ognuno di noi.

Yashchenko non si butta alla cieca.

Non si fida né si affida alle bugie di chi, a terra nella torre di controllo, rimane al sicuro a

impartire ordini.

Yashchenko sale in orbita da solo, mantiene il controllo, fa esattamente il contrario di quanto imporrebbero logica e biomeccanica.

E vince!

Un lampo e una luce di verità in una parabola che finisce subito dopo essere cominciata.

A meno di vent’anni e dopo tre record del mondo e alcuni tentativi per recuperare il ginocchio sinistro e la propria carriera, Yashchenko, il saltatore in alto più talentuoso di sempre, è già finito.

Gli americani avrebbero boicottato i giochi di Mosca 1980, ma ciò nonostante quelle non sarebbero state le Olimpiadi dell’estroverso saltatore ucraino che con i suoi lunghi capelli biondi e il bel viso

sorridente somiglia più a un surfista californiano che non a un militare sovietico.

Sarebbe finito nel peggiore dei modi: colto, solo, consapevole della propria grandezza passata, alcolista e povero. 

Abbandonato dalla ragione della forza gli sarebbe restata l’inutile forza della ragione: maestro di un’arte che nessuno vuole più imparare.

La grandezza della sua stella e la brevità della sua vita non gli avrebbero permesso nemmeno il conforto della pace e della tranquillità che sono la misera consolazione degli eroi dimenticati.

Il Fosbury non è l’invenzione di un saltatore americano.

Il Fosbury è figlio della gomma piuma.

È un gesto innaturale. Inutile. È spettacolare ma non è bello. Non è possibile superare un vero ostacolo in quel modo.

Il saltatore, ricadendo per terra sulla schiena, si fracasserebbe la spina dorsale.

È una splendida illusione.

Il ventrale è una difficile realtà.

Fosbury ha colto un’opportunità.

Yashchenko, per un istante, ha cancellato una bugia.

Icaro che prima di bruciarsi le ali e ricadere a terra realizza il proprio sogno.

Il Fosbury offre numerosi vantaggi, è innegabile.

È più semplice da imparare e molto più facile da insegnare. Permette di avere saltatori più alti e leggeri.

Non ha bisogno della stessa preparazione della forza e ha reso più lunghe le carriere di chi si

affida alle promesse di questa tecnica. Non distrugge le ginocchia dei suoi interpreti con la rapidità del ventrale.

Il Fosbury è incoscienza.

Il ventrale è consapevolezza.

Nel Fosbury dai le spalle all’asticella.

Il ventrale ti pone faccia a faccia con il tuo limite.

Il Fosbury è un fuoco d’artificio.

Consente una rincorsa e un’entrata sullo stacco molto più veloci.

È un salto più efficiente.

Regala qualche centimetro di vantaggio a parità di altezza del baricentro dell’atleta.

Il ventrale è ordine essenziale.

Il Fosbury è gioco d’azzardo.

Il Ventrale è ragionamento.

Il Fosbury è tutta una serie di vantaggi, ma è un salto sleale.

Il ventrale invece è sincero.

E Pietro non lo avrebbe mai abbandonato per qualche centimetro in più.*******

 

A scanso di ogni equivoco lo stile ventrale, al di fuori della finzione letteraria, difficilmente può trovare oggi altra applicazione se non quella di esperienza didattica e addestrativa, circoscritta

nell’ambito di una preparazione multilaterale.

Lo stesso stile Fosbury flop è stato oggetto di numerose evoluzioni ed è di certo a quello (almeno fino alla prossima rivoluzione) e al futuro che si deve rivolgere lo sguardo del tecnico.

Quello che però ci può far riflettere, è ricordare che in ogni specialità strade profondamente diverse possono portare a prestazioni simili ed altrettanto buone.

Proponiamo di seguito e in sequenza i 2.35 indoor di Yashchenko, Tamberi e Fassinotti: la stessa quota accomuna tre salti, tre atleti parecchio diversi ed unisce epoche molto lontane.

Gimbo Tamberi, con il 2.36 di Ancona dello scorso 6 marzo, ha fatto crollare l’ultimo primato di Volodja, realizzando il miglior salto al coperto mai ottenuto da un atleta di qualunque nazionalità sul suolo italiano.

Questo record era durato così a lungo anche grazie ad un altro crollo: quello del Palaindoor di Milano, teatro dell’impresa di Yashchenko.

A nostro parere però, Gimbo non cancella il mito di Volodja ma, piuttosto, ne raccoglie il testimone.

Infatti tempi dello sport non si misurano soltanto in ere, quadrienni, cicli e macrocicli.

Piuttosto si dilatano in attimi indimenticabili, al punto che ci sembra di scorgere in questi ragazzi, fra tante differenze, anche qualcosa di molto simile.

Ed in questo modo, viaggiando con la fantasia, riusciamo persino ad immaginarceli  insieme, a saltare acclamati da un pubblico esultante sulla stessa pedana.

 

 

 

 

 

 

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